
Viaggi e altri viaggi, particolare della foto di copertina © Doisneau/Rapho/Contrasto
Da Lisbona a Buenos Aires, da Bombay a Melbourne, da Gerusalemme a Kyoto, da Parigi a Madrid e a Creta, da Genova a Pisa. Antonio Tabucchi riassume in un prezioso taccuino i suoi Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli) alla ricerca di “quel” luogo che siamo un po’ anche noi.
Un’opera spuria e tuttavia compatta, per ammissione dello stesso autore, un mosaico di paesaggi al tramonto e ispirati passaggi, una guida turistica davvero sui generis, un giro del mondo (guardate il planisfero in coda al volume) in cinquanta brevi, spesso folgoranti, apologhi. In compagnia di poeti, artisti, scrittori che di ciascun luogo incarnano l’anima, l’essenza. Classici come Leopardi, Borges, Kavafis e Mishima ma anche personaggi più da “iniziati” come il Nobel egiziano Naghib Mahfuz, che ci accoglie in un caffè del Cairo, e la poetessa portoghese Sophia del Mello Breyner, raffinata interprete della “mediterraneità” della Grecia. E naturalmente Fernando Pessoa, di cui Tabucchi è esegeta e traduttore, che racconta Lisbona con le sue imprevedibili sembianze, in un gioco sottile di rimandi ed eteronimie.
Tabucchi intende il viaggio come categoria ontologica dell’esistenza, oltre che indispensabile seme narrativo. Più che con la memoria, lo apparenta col sogno. Rimane vivo se si conservano le emozioni sprigionate da un luogo in un fuggente attimo. Come la saudade, l’intraducibile “nostalgia del futuro” che abbranca d’improvviso sul lungo Tejo. Come l’India e il suo misterioso sortilegio che ha ghermito generazioni di scrittori da Gozzano a Pasolini e allo stesso Tabucchi di Notturno Indiano: “Farci compiere un viaggio circolare alla fine del quale forse ci troviamo davvero di fronte a noi stessi. Senza sapere chi siamo.”
Uscire allo scoperto, incontrare la bellezza o qualcosa che le somiglia può essere “perturbante”: accadde già un paio di secoli fa a Stendhal, vittima della malia di Santa Croce, offrendo agli psichiatri materia per una sindrome misteriosamente connessa al sublime. Un malessere sempre attuale oggi che la “laidezza del mondo è di casa nello schermo televisivo”. Ma nei luoghi segnati dal conflitto, specie di matrice religiosa, il disagio può sconfinare nell’angoscia. Come a Gerusalemme, la Città Santa per eccellenza dove la pratica del monoteismo è paradossalmente incarnata da diverse fedi che litigano fra loro per la suprema investitura, la “città dove tutti ricordano di aver dimenticato qualcosa” secondo la fulminante definizione di Yehuda Amichai.
Se la paura e una certa dose di disagio appaiono consustanziali al viaggio, così come ogni incontro con l’”altro da sé”, la cultura offre un potente antidoto al morbo dell’isolamento. Perché si viaggia anche con l’immaginazione, ascoltando la voce di chi ha valicato i limiti imposti dall’ignoranza, dalla coscienza o dalla geografia. Il segreto che ogni viaggio reca con sé, ci lascia detto Tabucchi, è il suo potente antidoto contro l’intolleranza, l’àncora esistenziale tesa per accordare libertà, bellezza e convivenza. Come ha detto la poetessa Wislawa Szymborska, “le sole frontiere che non cambieranno mai sono quelle del corpo umano e ciò che prova se esse sono violate”.
La rappresentazione del mondo invece è mutevole per definizione, labili i confini. Traversare il fiume e guardare il paesaggio dall’altra sponda è una semplice esperienza e una buona metafora per sintetizzare l’opera di Antonio Tabucchi, scrittore mediterraneo e Senzaterra. Che ci insegna a viaggiare per cercare noi stessi ma anche a guardare il mondo con gli occhi dell’altro, per evitare il pericoloso equivoco di pensare che questa terra “ci appartenga” e non ci sia data, semplicemente, “in prestito”.
- Lunedì 13 Dicembre 2010

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