127 Ore, il racconto dell’alpinista che si amputò un braccio per sopravvivere

particolare della locandina originale - credits: Fox Searchlight

particolare della locandina originale - credits: Fox Searchlight

Non ho una vita. Solo nell’azione la mia vita si avvicina a qualcosa di più della mera esistenza. Senza nessuna altra occupazione o stimolo, non sto più vivendo, non sto più sopravvivendo. Sto solo aspettando”. Con queste parole Aron Ralston descrive i lunghi sfibranti momenti che hanno preceduto la sua decisione di amputarsi un braccio. Da giorni era incastrato in un canyon, la fame e la sete lo stavano uccidendo lentamente, così si amputò da solo un braccio, tornò a casa vivo e raccontò l’allucinante esperienza in un libro. A sei anni di distanza, Danny Boyle ha deciso di trasformare quel libro in un film, 127 ore.

Il 27 aprile del 2003 il giovane alpinista (all’epoca aveva 27 anni) stava scalando le montagne dello Utah, si era appena inoltrato fra gli stretti crepacci del Blue John Canyon quando un masso di 300 kg gli schiacciò l’avambraccio destro incastrandolo contro una parete di roccia. Aron provò in tutti i modi a liberarsi, ma fu inutile. Era solo, senza la possibilità di chiamare qualcuno e con pochissime provviste. Resistette cinque giorni (di qui le 127 Ore del titolo), poi capì che l’arto stava andando rapidamente in cancrena.

Senza circolazione, ha cominciato a morire sin dal momento in cui rimasi intrappolato” si legge nel testo originale, del quale un estratto è reperibile quiTutte le volte che consideravo la possibilità di amputarlo, lo facevo sempre con la premessa che la mano era morta e sarebbe stata comunque amputata una volta liberato. Ma non avevo capito quanto velocemente stava avanzando la putrefazione”.

Di qui in avanti, Ralston descrive minuziosamente, quasi fosse un chirurgo che ricorda la sua operazione più importante, la procedura con cui si è staccato il braccio a colpi di coltello, studiando vari modi di non finire dissanguato. Il suo libro, intitolato Between a rock and a hard place, è stato pubblicato nel 2004 e ha consegnato il suo nome a quel novero di imprese americane di cui fa parte anche il Chris McCandless di Into the Wild. Danny Boyle, regista di The Millionaire, ha raccontato questa incredibile storia in un film con James Franco, 127 Ore, che è da poco uscito negli Stati Uniti, facendo strage di critiche entusiastiche.

In attesa che arrivi anche in Italia, il prossimo 25 marzo, i tempi sono quindi maturi per fare arrivare anche nelle librerie italiane l’affascinante libro-testimonianza di Ralston, un’opera non-fiction talmente vivida che potrebbe appassionare anche chi non digerisce le imprese alpinistiche e ha detestato Into the wild.

Un buon finale per questa storia? Ralston l’ha già scritto. Dopo essersi ripreso dalle 127 ore di calvario alpinistico, infatti, Ralston si è fatto impiantare una protesi che può alloggiare 8 diversi tipi di estremità (che siano mani o rampini), e che gli ha permesso di tornare a fare quello che più lo entusiasma: scalare.

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