Classici del futuro. Quel che resterà del thriller


Classici del futuro. Quel che resterà del thriller

di Enrico Groppali

Sono o no straordinari i maestri del noir del giorno d’oggi? E cos’hanno da invidiare ai loro predecessori del feuilleton che due secoli or sono, come Alexandre Dumas, s’ispiravano alla Repubblica romana difesa da Giuseppe Garibaldi per descrivere le disperate reazioni dei patrioti emuli di coloro che, a Napoli nel 1799, avevano cacciato i Borboni?

Anche se non si spinge nel mare di Partenope per rintracciare nei lineamenti di Anita l’effigie di Haydée, ultima compagna di Edmond Dantès, Frederick Forsyth nel recentissimo Il cobra non si comporta in modo diverso dall’autore del Conte di Montecristo.

Dato che nel suo eccellente reportage in tono apocalittico introduce un’incantevole figura di donna innamorata, vittima di circostanze oscure quando, tra rapaci difensori del cartello della droga osteggiati dal controspionaggio, spunta una Letizia Arenal che ha tutte le stimmate della Costanza dei Tre moschettieri. Mentre il geniale Ken Follett nella Caduta dei giganti, primo romanzo di una trilogia in fieri che dalla Prima guerra mondiale giunge fino alla Rivoluzione russa, tratteggia con sorprendente mimetismo sia loschi figuri che hanno più di un tratto in comune col nero Vautrin cantato da Honoré de Balzac in Papà Goriot sia intermezzi romantici che non sfigurerebbero in Guerra e pace.

Per non parlare del Nostro traditore tipo, l’ultima fatica di John le Carré, in cui il russo Dima, simbolo trasparente del male, dopo avere debitamente indottrinato la coppia formata da Gail, avvocatessa di grido del foro di Londra, e dal suo compagno, il professor Perry d’impeccabile marca oxfordiana, rovescia come un guanto la situazione. Tramutando i pallidi figli di Albione in agenti del servizio segreto pronti a sostenere nelle parole e nei fatti la sua ansia di redimersi. Fino al sorprendente finale segnato dal fosco addensarsi delle nubi capricciose del fato.

La sola differenza tra il gran romanzo popolare di ieri e i bestseller d’evasione di oggi consiste in un dato di fatto inoppugnabile: il raggio d’azione dell’autore odierno non si esplica in un paese ma abbraccia l’intero mondo. Ogni emisfero, ogni isola, ogni capitale percorsi dall’occhio dell’osservatore sono spietatamente messi a nudo. Con ben altre armi rispetto a quelle usate da Emilio Salgari che descriveva Tropici e Indie più vicini a Viareggio che a Bombay, il romanziere del noir si sposta in ogni punto del creato.

E non solo attraverso la rete. La sua ambizione è quella di immergere se stesso e il lettore in un paesaggio che dilatandosi nell’immaginario ha per solo confine le dimensioni del libro. Che, solo a sfogliarlo, assume l’ampiezza e l’importanza di una mappa che senza parere ci conduce a contatto di un paradiso (o di un inferno) che credevamo ci fosse precluso. Così l’autore, da straordinario globetrotter, invece di scortarci al punto in cui giace un tesoro sepolto, come capitava nei romanzi d’avventura che leggevamo da ragazzi, ci sprofonda nel magma insidioso del mondo delle comunicazioni di massa, che da ogni lato ci accerchia nel quotidiano, dove il bene ha il volto del male e noi stessi diventiamo un enigma di fronte allo specchio della nostra coscienza.

Per doppiare un simile traguardo l’autore del noir evita, come avveniva ai tempi di Balzac, di buttarsi sulla via del folclore. Ma si piazza di fronte al lettore come il più spericolato dei trasvolatori tenendolo per mano da un libro al successivo. Ecco la ricetta del nuovo feuilleton: convincere l’acquirente che, ogni 12 mesi dalla sua ultima opera, è pronto ad attendere il sequel. Che per qualificarsi perfetto sarà ancor più ricco di pagine e dettagli. Fino a dimostrare, tra cent’anni o giù di lì, di essere l’unica fonte di informazioni sul nostro pianeta che ogni giorno, pur tra disastri ecologici e orrendo clangore d’armi, riesce a rimettersi miracolosamente in piedi.

Il dato è riscontrabile persino in quegli autori che sembrano rifarsi al thriller classico. Come le due Patricia dello scorso fine secolo: la solitaria Highsmith e la dinamica e sportiva Cornwell. Ipotizzando un mondo dove non esiste altro che il crimine, buttano a mare per sempre la dialettica del «whodunit». Ovvero la scoperta del colpevole di tante sinistre sevizie. Dato che, in un mondo che ha perduto la bussola, siamo tutti angeliche creature inspiegabilmente attratte dal male.

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