
Il bus si è fermato, particolare della copertina
L’antico regno del Magadha dove visse il Buddha storico, lo stato indiano del Bihar dall’anima ancora profondamente rurale, appena scalfito dall’irrompere della modernità, è la quinta di un romanzo corale, intenso e speziato. Il bus si è fermato (Nova Delphi) di Tabish Khair – giornalista e scrittore nativo del Bihar ma residente in Danimarca dov’è professore universitario – restituisce suoni, odori e colori della tumultuosa quotidianità indiana. Ma è anche un poetico inno alla tolleranza universale.
Mangal Singh, autista di un bus privato che collega Gaya a Phansa con velleità da romanziere, ha sublimato la realtà di un lavoro che non gli piace frequentando i bordelli e collezionando sguardi. Senza pregiudizi, immagazzina visi ed espressioni della variegata umanità che abita il ventre del suo mezzo traballante e sgangherato. Pochi di loro hanno elevato il proprio status sociale nell’epoca del boom, ma ciascuno porta in dote una storia: la ricca dolente matriarca e l’eunuco nostalgico della “professione”, il giovane servo in fuga da un crimine e la giovane serva in fuga dall’appartenenza castale, il bigliettaio devoto a Hanuman e l’uomo d’affari indo-danese che si trova catapultato per caso sul bus per un guasto alla sua Ambassador.
Con taglio cinematografico, ora realista ora onirico, ora perfino brutale, Khair dà fiato alle voci dell’India rurale. Il romanzo ha una struttura asincrona, perché l’India “va con un centinaio di orologi diversi, o con nessuno”. Tempo, distanze e relazioni sono la trimurti che veglia sul ritmo narrativo di questo libro solo apparentemente di viaggio. Che lo vogliamo o no le culture filtrano in noi, dice la voce narrante. “Acquistiamo peso con la nostra storia e con le storie di tutti gli altri.” Sono le relazioni a definire le distanze, ed è incredibile come possano dissolversi all’improvviso, con un piccolo gesto e cancellando il tempo, distanze anche enormi.
Scorrono dal finestrino i venditori ambulanti di chai, gli alberi chini sulla quiete dei villaggi e i tetti di lamiera ondulata, le botteghe di mithai e i campi verde-grigio, le dimore padronali della nobiltà decaduta e le costruzioni di mattoni butterate dallo sterco di vacca. L’umida fragranza del gelsomino e l’odore di decomposizione che la brezza porta dal fiume. Le grida dei venditori di verdure, l’odore di friggitura, gli sciabordii dei bagni, l’eco di vecchie canzoni. Siamo nei paraggi di Patna, l’antica Pataliputra posta lungo la riva occidentale del Gange, non più villaggio ma non ancora città. Luogo dove i muri sono ancora sottili.
Una donna tribale sale sul bus con in braccio un neonato morto. L’evento scuote la comunità dei viaggiatori, l’autore ne sonda le reazioni emotive con sottile introspezione. Solo Rasmus, che vive in Europa, prova imbarazzo di fronte all’irrompere della morte nel flusso quotidiano (la morte non aveva l’ordinato, asettico decoro che era abituato a conoscere). Nel centro simbolico della storia in cui tutte le storie convergono, “i fili di questa morte restavano intrecciati con la vita sul bus e intorno al bus”. Dove mai un bus si può fermare a seppellire un bimbo e poi ripartire come se nulla fosse? Davvero, solo in India.
Poi di nuovo la notte riavvolge il nastro del tempo, sbiadisce le facce, assorbe le ansie del mondo, muta i ricordi in sogno. E il bus tossisce indietro fino a Gaya, la città cui Vishnu diede il potere di assolvere i peccatori.
- Martedì 8 Febbraio 2011

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