
Frida Kahlo - Credits: OliverAlex (on Flickr)
«Piedi, perché li voglio se ho ali per volare.»
Una delle tante citazioni di Frida Kahlo. Una donna che non è solo pittura, ma arte.
Non c’è donna che non ami Frida Kahlo, anche tra coloro che hanno imparato a conoscerla solo attraverso il bel film del 2002 di Julie Taymor. Empatia è la parola chiave, e com’è noto, è condizione tipicamente femminile. E mentre le opere dell’artista messicana hanno appena cessato d’incantare l’Europa, con due mostre - di gran successo - a Berlino e a Vienna, è un’altra donna che affronta, ma questa volta con la scrittura, quel monumento dell’arte, al dolore e alla vita che Frida incarna, disegnandone una scrupolosa geometria del dolore.
Per le donne belle a tutti i costi e a qualsiasi età le cicatrici sono solo la traccia da nascondere per non svelare il trucco che c’è dietro il proprio fascino. Per Frida Kahlo le cicatrici erano la porta per accedere alla solitudine di un altro essere umano. Per ogni operazione subita c’era un segno a ricordarle la sofferenza subita, l’insormontabile ostacolo del corpo che le impediva di volare. Slavenka Drakulić autrice di La gatta di Varsavia. Favole sul comunismo raccontate da animali domestici, selvatici ed esotici, entra nella stanza di Frida e comincia a raccontarla così, nell’intima riflessione e memoria di un corpo martoriato.
Compare così il ricordo della malattia, della paralisi, dei primi pennelli e tele regalate dalla madre, il matrimonio con l’amatissimo Diego Rivera che poi la tradirà, la rivoluzione messicana. Il letto di Frida (La Tartaruga Edizioni, Baldini Castoldi Dalai) racconta con incredibile intensità la vita di una donna che ha messo dentro la sua arte tutta la vita che non poteva vivere.
Solo una donna col carattere di ferro di Frida Kahlo poteva sopportare indicibili sofferenze fisiche e trasportare sulla tela il suo dolore. Frida era nata con la spina bifida, diagnosticata come poliomielite, e, a sei anni, rimase costretta al letto per nove mesi. Poi, a 17 anni, uno spaventoso incidente la rese per sempre invalida, costringendola a 32 operazioni. Slavenka Drakulić la immagina dopo l’ultima operazione ed entra nella psiche di Frida disegnando una scrupolosa geometria del dolore.
«Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro», affermò Frida Kahlo. E furono quelle cicatrici che dipinse perché anche gli altri potessero arrivare alla sua solitudine.
Il libro.
Frida Kahlo giace sul suo letto con la gamba destra amputata - la sua trentaduesima operazione.
Come un’onda in piena la memoria la travolge e ripercorre la sua vita. Dalla paralisi che la costrinse a letto per nove mesi - Frida aveva sei anni e si inventò un’amica immaginaria: «per andare da lei alitava sul vetro della finestra e disegnava in fretta una porta piccolissima e invisibile» - passando attraverso un’infanzia da zoppa - «se solo potessi volare», pensava, «non avrei più bisogno delle gambe» - per arrivare al bastone d’acciaio che le perforò la pancia, compromettendo la gamba e la spina dorsale per sempre. Le ci vollero anni per capire che quella sofferenza, così priva di parole, poteva e doveva urlare nei suoi quadri. Frida ricorda: le prime tele, quando la madre le regalò colori e pennelli per arrecare sollievo alla sua immobilità; il matrimonio con il pittore Diego Rivera, che amò fino all’ossessione, durante il quale si relegò per sua scelta al ruolo di moglie del genio, fino a quando lui la tradì con sua sorella - le due persone che conoscevano ogni cicatrice e ferita che nascondeva al mondo - e Frida si abbandonò definitivamente all’ancora di salvezza della pittura. «Un fuoco del genere lo hanno coloro che conoscono la morte», le disse un giovane amante, e con quel fuoco visse e si spense una grandissima pittrice che ebbe il coraggio di accettare la sfida della vita senza soccombere mai.
Con rara sensibilità, Slavenka Drakulić si insinua nel dolore e nel bisogno d’amore che così prepotentemente segnarono l’esistenza di Frida Kahlo. E lo fa con tale maestria di da farci dimenticare che non è Frida a scrivere.
- Lunedì 28 Febbraio 2011

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