Finis Italiae di Sergio Romano: questa è l’Italia, bene o male

Finis Italiae: particolare della copertina del libro edito da Le Lettere

Finis Italiae: particolare della copertina del libro edito da Le Lettere

“Italia si, Italia no” cantavano una quindicina d’anni fa Elio e le storie tese, schernendo i tic incerti di un Paese contraddittorio. E proprio su quei tic la pubblicistica – già infinita – ha trovato un ulteriore incoraggiamento nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia che cade appunto il 17 marzo prossimo.

Sono poco meno di un centinaio i romanzi, i saggi e le ristampe pubblicate negli ultimi mesi e incentrate sulla costruzione di un Paese (e di un’identità) malfermo.

Quello che vi consigliamo oggi è un libretto da poco ristampato da Le Lettere nella sfiziosa collana Il salotto di Clio diretta dallo storico Francesco Perfetti.

Si intitola Finis Italiae, è firmato dall’ex ambasciatore Sergio Romano e ha il grande pregio di fotografare in modo impietoso gran parte dei vizi della formazione dello Stato unitario.

Non si può definire un saggio storico in senso stretto, anche se in qualche modo lo è. In tre brevi interventi, Romano ha il merito di focalizzarsi sui nodi più dolenti dell’identità italiana, a cominciare dal declino e dalla morte dell’ideologia risorgimentale.

La conclusione? Per l’amabsciatore non è del tutto pessimista, ma è comunque dolce-amara: “Il lettore potrebbe chiedersi a questo punto se io sia favorevole allo scioglimento dell’unità nazionale. Sono troppo conservatore per desiderare un evento che avrebbe effetti incalcolabili e imprevedibili. Il progetto unitario è complessivamente fallito, ma bene o male, gli italiani, in centocinquant’anni di storia unitaria, hanno creato un patrimonio comune fatto di istituzioni, aziende, opere pubbliche, miracoli economici, catastrofi e ricostruzioni, gare sportive, opere dell’ingegno, battaglie combattute insieme e non sempre perdute. Questo eterogeneo patrimonio, disordinatamente stipato negli archivi della memoria nazionale, rappresenta, come direbbero i personaggi di Vera, la ‘roba’  italiana. Se lo Stato in cui tutto questo è stato prodotto morisse, la roba andrebbe in gran parte dispersa. Ne vale la pena?”

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