La visione dell’acqua: viaggio dalla cosmogonia andina all’Italia dei beni comuni

La visione dell'acqua, particolare della copertina

La visione dell’acqua, particolare della copertina

L’acqua è di tutti e di nessuno, dicevano i contadini quechua della Bolivia durante la protesta contro lo scippo delle proprie risorse idriche. Ora un ideale percorso collettivo unisce la lotta delle comunità indigene dell’America latina in difesa dell’acqua alla mobilitazione dei movimenti di cittadini chiamati a breve a esprimersi nel referendum sulla privatizzazione: lo racconta La visione dell’acqua (Nova Delphi), libro corale a cura dell’associazione Yaku.

L’acqua è alla base della cosmogonia di ogni cultura come fonte di vita e purificazione.
Secondo gli indigeni U’wa della Colombia, le montagne sono le “madri delle acque”, grandi antenne attraverso le quali la terra comunica con il cielo. Impregnate dei fluidi celesti, le acque che discendono dai pendii sono preziose e sacre. Insieme ad aria, terra e fuoco nell’antica Grecia per i presocratici l’acqua era uno dei quattro elementi fondamentali. In India i fiumi sono divinità femminili e fonte di purificazione per eccellenza; mentre maya – concetto fondamentale dell’Induismo che designa il mondo che percepiamo e quello in cui siamo contenuti, nonché il potere supremo che genera l’illusione fenomenica – è associata all’acqua e al suo scorrere senza sosta.

Dall’Argentina al Vietnam, in 22 paesi del mondo i contratti di gestione dei servizi idrici sono stati più o meno recentemente ricondotti dalla sfera privata a quella pubblica. Racconta nella prefazione il grande scrittore Eduardo Galeano che nel 2004, in Uruguay, il primo referendum mondiale sulla privatizzazione dell’acqua fu un plebiscito popolare, nonostante l’ostilità dei grandi mezzi di comunicazione. Una vittoria anche contro la paura, ottenuta con lo strumento democratico per definizione al servizio del cittadino, il referendum, il cui utilizzo è tanto più importante quando i temi in gioco toccano diritti umani fondamentali e il destino delle generazioni future.

“Cambiare il mondo senza prendere il potere”: sotto questa luce le lotte condotte dagli indigeni in Bolivia e in Colombia, al pari di quelle dei movimenti nati nel nostro paese, sono incoraggianti perché testimoniano l’importanza della partecipazione diretta dei cittadini a pronunciarsi sulla gestione dei beni comuni. Un cammino di ricerca e pratica di nuove esperienze sociali e culturali. Così l’aggregazione di culture ed esperienze diverse e istanze sociali multiformi ha trasformato la battaglia planetaria per l’acqua nel paradigma di un altro modello di “fare politica”, in forma trasversale e partecipata. Per un altro modello di società.

Ambiente, salute, democrazia. La difesa dell’acqua come bene universale fondamentale per la vita si lega ai grandi temi correlati alla salvaguardia dell’equilibrio e della salute del pianeta, nell’affrontare i quali è ormai chiaro che va riconsiderato alle radici il rapporto dell’uomo con la natura. Basterebbe questo dato: 12 miliardi e mezzo di bottiglie di plastica l’anno. La visione antropocentrica e la logica predatoria delle risorse ci ha condotti sull’orlo del collasso sistemico sociale, ambientale ed economico. Per usare ancora le parole di Galeano, de agua somos. Noi siamo acqua (e l’acqua è di chi ha sete). Quando lo neghiamo, “stiamo tradendo la più antica memoria dell’umanità”.

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