
Ave Mary, particolare della copertina
Rivelazione della stagione letteraria 2009-2010 con Accabadora, libro divenuto un classico tramite il passaparola ben prima della meritata conquista del Campiello, Michela Murgia cambia subito strada cimentandosi in un saggio atipico che mescola attualità e Sacre Scritture: Ave Mary (Einaudi).
Tanto di cappello al coraggio della scrittrice sarda. Intanto per aver seguito – nel dare alle stampe il successore dell’opera che la ha regalato la notorietà – nient’altro che l’istinto o forse un misterioso destino, poi per aver trattato un argomento scomodo e difficile con la penna ispirata dall’intento di farsi comprendere da una larga fascia di lettori e lettrici.
Dall’incontro con due teologhe specializzate in patristica e biblistica, racconta la Murgia, oltre che dalle sue memorie di studiosa e dal praticantato nell’azione cattolica è nata la riflessione su cui poggia l’impianto teoretico del saggio: il modo in cui fin dal principio la chiesa ha rappresentato la figura di Maria, come un potente imprinting si riverbera ancora oggi sulla cultura maschile egemonica della nostra società.
Consegnandole il dolore come destino, il cattolicesimo ha ingabbiato la figura della Madre di Dio nello stereotipo della Mater dolorosa (quanti sono i dipinti che raffigurano una Madonna sedicenne che tiene in braccio il corpo di un Cristo ultratrentenne?) o in quello algido e immateriale dell’Assunta, creando la prima icona del mondo moderno.
Nel corso di una lunga storia che va da Paolo di Tarso (sistematore della prima congregazione cristiana) a papa Benedetto XVI, passando per intransigenti moralizzatori come Tertulliano (”ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza”) e le più sottili ma non meno conservatrici argomentazioni di papa Woitjla nell’enciclica Muliebris dignitatem, la donna intrisa della colpa e del peccato originale di Eva, l’archetipo del genere femminile, è stata considerata docile e sottomessa regina del focolare.
Portatrice di una volontà valida solo nel “rituale del contesto”. L’attualità è piena di storie, spesso violente, in cui la volontà femminile è ridotta alla rappresentazione classica della femmina subalterna, portatrice di desideri clandestini. Detta in altre parole, il no è solo un capriccio, una variante del sì archetipico.
Maria, in quanto idolo del mondo cattolico, non invecchia e non muore ma è, in quanto perennemente vergine, per sempre ragazza o, per usare una puntuta espressione dell’autrice, “diversamente viva”. Il “lifting teologico” delle Sacre Scritture è la fiaba dell’eterna giovinezza che viene trasmessa a reti unificate come passe-partout sociale. Un esempio alla portata di tutti: l’uomo maturo conserva nel nostro immaginario collettivo modellato sugli spot, un buon potere seduttivo. Non così la donna anziana, che come Maria “non s’ha da vedere” oppure serve per reclamizzare dentiere e detersivi.
La donna è veramente compiuta solo in quanto madre: questa è la storia che la chiesa di Roma continua a raccontare da un paio di millenni. Una storia falsa, dice la cattolica Michela Murgia. Una narrazione distorta. Perché non guardare invece alla carica spiritualmente sovversiva del messaggio di Gesù e della stessa Maria, il cui sì all’Angelo può essere letto come un coraggioso segno di autonomia ed emancipazione? Scrigno di stimoli per dar voce a “un dio con voce di donna”, Ave Mary pone le basi per un percorso complesso ma necessario. E soprattutto, come raccomanda l’autrice, da fare insieme – uomini e donne.
- Martedì 21 Giugno 2011

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