
Gesualdo Bufalino (Credits: Ansa)
Un’oscillazione recidiva fra pudore e spogliarello. Così lo scrittore Gesualdo Bufalino definiva il suo rapporto (controverso e contraddittorio) nei confronti della pubblicazione.
“Sta di fatto – raccontava poco prima a Paola Gaglianone e a Luciano Tas – che più godo di vedermi stampato, più m’inquieta sapermi letto. Letto da chi? È chiaro ormai che si tratta di me e che solo in subordine e sottovoce io mi rivolgo a estranei, fantasmi remoti di cui mi sconcerta l’onnipotenza e la visibilità”.
E, quasi a mondarsi da qualche atavica colpa, aggiungeva che ogni qualvolta arrivava qualche proposta, lui decideva di pubblicare per debolezza, per vanità, “per necessità virtù, ma anche per sfuggire all’asfissia del monologo, alla sindrome di Narciso”.
Gesualdo Bufalino è morto nel 1996. Il suo nome esplose solo nel 1981, a sessant’anni superati, quando Sellerio mandò in libreria Diceria dell’untore (su Bol.it con uno sconto speciale), che lo stesso anno gli valse il Campiello.
A poco più di novant’anni dalla sua nascita, la Fondazione Bufalino con la collaborazione dei Lions Club Comiso Terra Iblea, ha deciso di ripescare quella vecchia conversazione.
Essere o riessere, a cura di Gaglianone e Tas, non è più in commercio ma si può richiedere alla stessa fondazione.
Non è solo una rievocazione (quasi un lascito testamentario, come scrive Nunzio Zago nell’Avvertenza); è qualcosa di più: una confessione sulla scrittura, trascritta in modo autentico, veritiero e per questo assai raro.
- Giovedì 30 Giugno 2011

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