
Particolare della copertina - Credits: Einaudi
Andre Agassi è da poco entrato nella prestigiosa Hall of Fame del tennis di Newport: ordinaria amministrazione per uno che in carriera ha vinto tutto (ma proprio tutto) quello che c’era da vincere. La notizia è un’altra: secondo la recente intervista apparsa sulla Gazzetta dello Sport, a cinque anni dal proprio ritiro il quarantunenne Agassi avrebbe fatto pace con il tennis. Già, perché da quanto emerge nella sua appassionante autobiografia, Open. La mia storia (su Bol.it con uno sconto speciale), il tennis è sempre stato il suo peggior nemico.
“Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare” è una delle frasi più celebri del libro pubblicato in America nel 2009 e tradotto questa primavera da Einaudi. Un libro che per 500 pagine ribadisce un affascinante concetto di “catulliana” memoria (vi dice niente il carme Odi et amo?): l’animo umano può essere lacerato da un contrastante sentimento di attrazione e repulsione verso il medesimo oggetto. Se poi l’oggetto in questione ha fatto di te un numero uno, anzi una star di fama mondiale, la situazione diventa ancora più interessante.
Ma, citazioni colte a parte, Open è prima di tutto un romanzo di vita scritto indubbiamente con una prosa snella e vivace. Tant’è che fin dalle prime pagine viene maliziosamente da chiedersi se si tratti davvero della penna di Andre Agassi (che afferma di non essere mai stato un bravo scolaretto) o di quella di un brillante ghostwriter emulo di Dave Eggers. Basterebbero infatti le prime due pagine, in cui il tennista americano racconta la fatica di alzarsi dal letto (o meglio, da terra) a causa del mal di schiena, per stuzzicare la voglia di leggere le successive pagine tutte d’un fiato.
Pagine in cui passa, al ritmo di un rapido scambio dritto-rovescio, tutta la vita del ribelle Agassi, uno che sui campi di tennis, con quell’orecchino e quella folta criniera (e poi con la testa rasata), assomigliava più a una rockstar che a uno sportivo. Capitolo dopo capitolo si rimbalza così dal racconto di alcune emozionanti sfide (quasi un thriller l’incontro con Marcos Baghdatis all’inizio del libro), alla vita privata con Brooke Shields prima e Steffi Graf poi; senza dimenticare l’infinito confronto con il grande rivale Pete Sampras, le discussioni con il proprio coach Brad Gilbert e le scottanti rivelazioni, che tanto hanno fatto discutere, sull’uso nascosto di droghe durante un torneo dell’ATP.
Certo, in mezzo a tutte le tessere che compongono il mosaico di questa ricca autobiografia, la parte forse più densa e toccante rimane quella riguardante il rapporto con il proprio padre-padrone, un uomo violento e ossessivo che l’ha cresciuto con un unico obiettivo: diventare un imbattibile giocatore di tennis. Ecco quindi che, ripercorrendo le interminabili sessioni di allenamento di un’infanzia quasi rubata, si scende verso le radici di quell’odio che costituisce la contraddizione intrinseca di un grande campione.
Un sentimento che, paradossalmente, si scontra in ultimo con la paura legata alla fine della carriera, restituendo in modo sottile quel senso universale di smarrimento che colpisce tutti noi quando, vedendo la pallina sfuggire via, ci sentiamo dire: game, set and match.
- Mercoledì 27 Luglio 2011

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