Carlo Toffalori, “L’aritmetica di Cupido”: l’attrazione fatale tra scienza dei numeri e letteratura

L'aritmetica di Cupido, particolare della copertina

L'aritmetica di Cupido, particolare della copertina

La reciproca diffidenza, quando non addirittura l’ostilità, fra cultura scientifica e umanistica è riassunta da una lapidaria sentenza di Giacomo Leopardi: la matematica “dev’esser necessariamente l’opposto del piacere”. Ma è anche un luogo comune che il professor Carlo Toffalori, docente di logica matematica all’Università di Camerino, si propone di sfatare in un libro curioso ed eterodosso: L’aritmetica di Cupido, edito da Guanda nella biblioteca della fenice.

Matematica e letteratura condividono una matrice comune fin dall’epoca dei pitagorici e di Palamede, l’eroe della guerra di Troia cui la mitologia greca attribuiva la comune invenzione di alfabeto e aritmetica, oltre che dell’astronomia. Di questa matrice si sono fatti interpreti – più o meno consapevolmente – tanti narratori che come Robert Musil nella scienza matematica hanno ravvisato una “meravigliosa apparecchiatura spirituale fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili”.

La matematica non è (solo) noiosa e stucchevole. Se Leopardi decantava nello Zibaldone la “certezza che dà l’aritmetica”, a ordinare il flusso del tempo ma anche a rimettere ordine nel caos che si agita nelle coscienze inquiete, la matematica in realtà si nutre di enigmi, paradossi, aforismi. Una verità ben presente in tutta l’opera di Raymond Queneau, Lewis Carroll, Thomas Mann, Italo Calvino e soprattutto Jorge Louis Borges, attratto dalla scienza esatta proprio per la sua capacità di spargere dubbi e porre nuove domande, in maniera non dissimile da due dei massimi interpreti della logica matematica novecentesca, Bertrand Russel e Kurt Gödel, entrambi lucidi indagatori di enigmi.

“L’inquietudine dei numeri primi” – il titolo di un capitolo de L’aritmetica di Cupido gioca con quello del bestseller di Paolo Giordano, geniale proprio nella misura in cui umanizza la questione matematica per eccellenza  – è insomma per molti scrittori il motore della creatività. Di un’inedita equazione si ciba ad esempio Uno, nessuno e centomila, il capolavoro di Pirandello, per raccontare la crisi di identità dell’individuo contemporaneo. E nella fusione amorosa vagheggiata da Shakespeare nei suoi sonetti viene meno il principio di non contraddizione: “Noi due dobbiamo restar due, / pur se i nostri indivisi amori sono uno”, anche se poi “l’uno fra i tanti val come nessuno”.

In un’aritmetica meno conformista di quella ufficiale perfino le operazioni apparentemente più banali perdono la loro rigidità per diventare materia plasmabile all’occorrenza emotiva. Così Fëdor Dostoevskij nelle Memorie del sottuosolo può affermare che “due per due cinque è talvolta una cosetta molto graziosa”, e il giovane Törless di Musil si dice in grado di dimostrare “tranquillamente che due per due fa cinque come che non può esistere che un solo Dio”. Rudy Rucker titola addirittura 2+2=5 un suo racconto di fantascienza contenuto nella raccolta Mad Professor, secondo il quale la successione dei numeri ospiterebbe dei buchi, delle interruzioni. Racconto che, insieme a 1984 di George Orwell, ha forse ispirato pure i geniali “professori pazzi” del rock contemporaneo, i Radiohead: chi può contraddirli dal momento che la loro 2+2=5 che apre l’album Hail to the Thief è una travolgente cavalcata in cinque quarti?

La rivalutazione del mondo scientifico in letteratura vive in Italia una fase brillante grazie soprattutto a un libro, L’energia del vuoto di Bruno Arpaia, finalista allo Strega e recente vincitore del Premio Letterario Merck Serono, capace di integrare trama e concetti scientifici (nientemeno che la fisica delle particelle) in maniera avvincente. Premiato dai critici e ancor più dai lettori, Arpaia è convinto sostenitore dell’organicità del sapere e ama citare questa illuminante frase di Primo Levi: la distinzione tra arte, filosofia e scienza non la conoscevano i grandi intellettuali del passato, “né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani di oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile”.

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