
Particolare della copertina - Credits: Tea
È passato qualche anno da quando Confindustria Sicilia decise di espellere dalle proprie fila, oltre ai collusi con la mafia, anche tutti coloro che pagavano il pizzo. Una presa di posizione apparentemente scontata, ma che è stata invece una vera e propria rivoluzione copernicana per una terra che per interesse, paura o rassegnazione aveva imparato a considerare l’esborso in denaro come un passaggio obbligato per poter lavorare.
Senza Padrini, il libro di Filippo Astone appena uscito per Tea, racconta con fare giornalistico una Sicilia nuova, dove fare impresa in modo etico non è più, come nel caso di Libero Grassi e di tanti altri imprenditori coraggiosi, una disperata (e spesso fatale) iniziativa solitaria, bensì una scelta consapevolmente condivisa da molti.
Introdotto da una appassionata prefazione di Andrea Camilleri, il libro-inchiesta si apre con il più classico degli avvertimenti mafiosi: quattro proiettili vengono recapitati ai magistrati Sergio Lari e Giuseppe Pignatone, e agli imprenditori Ivan Lo Bello e Antonello Montante. L’avvenimento è significativo, visto che gli ultimi due sono i promotori dell’iniziativa che ha portato Confindustria a esporsi ufficialmente contro il pizzo.
Senza padrini parte dalla cronaca di una minaccia annunciata, dal modo violento della mafia di comunicare il proprio disappunto, e prosegue poi sulla strada dell’inchiesta, descrivendo le tappe che hanno portato le aziende, pur tra scetticismo e diffidenza, a cercare di liberarsi dai tentacoli della criminalità organizzata.
Attraverso dati, interviste e opinioni illustri, il giornalista Filippo Astone documenta un mondo che sta cercando faticosamente di cambiare, racconta le storie di coloro che hanno deciso di aderire alle nuove regole e di quelli che invece le hanno rifiutate, e mette in luce come il fatto di opporsi alla mafia sia, non solo moralmente necessario, ma anche economicamente vantaggioso.
- Venerdì 9 Settembre 2011

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