
Nove vite, particolare della foto di copertina di Don McCulllin
Cosa è rimasto dell’India mistica nell’era del biotech e dell’Information Technology? Dove si annida quello “spirito religioso puro” che Pier Paolo Pasolini annusò nei primi anni Sessanta nel corso del celebre viaggio con Moravia e la Morante? Nelle Nove vite narrate da William Dalrymple, storico scozzese trapiantato da 25 anni nei sobborghi di Delhi. Un libro straordinario che nel subcontinente ha ammaliato i critici e schiere di lettori, pubblicato da Adelphi nella bella traduzione di Svevo D’Onofrio. Diario di viaggio, reportage, memoriale, romanzo, biografia, saggio etno-sociologico. E molto altro ancora.
“Ho lasciato che fossero i personaggi a raccontare la propria storia, relegando il narratore alla sola cornice”. Dalrymple spiega di aver cercato di evitare così il ricorso agli stereotipi del misticismo esotico con cui molta narrativa occidentale affronta la religiosità indiana. Come nei medievali Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, a parlare sono i pellegrini che lo studioso incontra e intervista durante il suo viaggio dai contrafforti himalayani alle lagune del Kerala, dalle paludi bengalesi al deserto rajasthano. Nove vite. Nove storie indimenticabili. Nove percorsi individuali che presi nell’insieme vanno a comporre un “simposio cantato” in cui è racchiusa l’eredità delle tradizioni ancestrali dell’India.
La prima vita è quella di Mataji, giovane e affascinante asceta di religione jain. Il suo cammino verso l’aparigraha, principio cardine del jainismo che comporta la rinuncia a ogni legame, è messo a dura prova dalla scomparsa dell’inseparabile amica Prayogamati, capace, pur nella sofferenza, di accogliere la morte come in un abbraccio. È la tenera storia di una fede scalfita da umana debolezza per l’amicizia terrena.
Su quella soglia invisibile che separa spirito e materia si muovono i protagonisti delle altre Vite: il danzatore dalit Hari Das, posseduto dal dio Vishnu e venerato dai brahmani durante la rituale danza Theyyam del Kerala, i cantori rajasthani dell’epopea Pabuji vecchia di migliaia di anni, le devadasi di Belgaum e gli sciamani sufi del Sindh rurale, il monaco combattente di Dharamsala, i menestrelli Baul e gli officianti tantrici nel Bengala, che per raggiungere la selvaggia divinità Tara si oppongono a ogni tipo di convenzione.
L’India sta cambiando a una velocità inimmaginabile. Dato che ogni epoca di passaggio porta con sé una ridefinizione dei valori e delle classi, delle aspettative e degli ideali condivisi, Dalrymple ha voluto indagare la persistenza degli archetipi legati alla tradizione e alla fede. Trasversali alle classi sociali, in India sono strettamente connessi al complesso e ramificato dedalo di riti e pratiche di stampo religioso di cui si sostanzia la vita dello spirito. Sono, conclude l’autore, gli stessi dilemmi che assorbivano i devoti dell’India classica migliaia di anni fa: la ricerca dentro sé stessi contrapposta alla ricerca del successo materiale e del benessere, la vita contemplativa contro quella attiva.
Se la devozione di matrice induista (quasi un miliardo di fedeli) appare quasi intatta, sono la tradizione orale e l’induismo rurale i più minacciati dall’incedere del progresso e della tecnologia. Srikanda, creatore di idoli di intensa fisicità e assoluta bellezza, mago della tecnica di fusione a cera persa tramandata per generazioni dai tempi del glorioso impero Chola, ha un’attività di famiglia remunerativa e rispettata. Ma suo figlio studia per diventare ingegnere informatico a Bangalore. È il segno dei tempi. Per quanto possa dispiacermi, dice il vecchio scultore, “non posso certo rispondergli che questa è l’era dei fonditori di bronzo”.
Con un artificio saggiamente lieve William Dalrymple – acuto storico e raffinato scrittore, la cui opera precedente era dedicata allo scontro fra l’impero britannico egli ultimi imperi Moghul sfociato nell’Assedio di Delhi – si pone in ascolto, centellinando i commenti e restando nell’ombra. In realta la sua prosa “sotto le righe” possiede un’efficacia divulgativa notevolissima, specie dove interviene a raccontare il “prima e il “dopo”, contestualizzando i racconti dal punto di vista storico-geografico. Come accade con la migliore narrativa di viaggio, e con i grandi libri che parlano delle cose immutabili della vita, se ne esce arricchiti. Cioè con un mucchio di interrogativi.
- Lunedì 19 Settembre 2011

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