Il porto dell’amore di Giovanni Comisso. Leggi in esclusiva la prefazione di Naldini

Il porto dell'amore: particolare della copertina

Il porto dell'amore: particolare della copertina

Nella “Biblioteca dei narratori” Longanesi prosegue la pubblicazione dell’opera di Giovanni Comisso. Dopo Giorni di guerra, La mia casa di campagna e Satire italiane, è arrivato da poco in libreria Il porto dell’amore, tra le prime prose dello scrittore trevigiano. “Libretto carnale e febbrile che avvampa e trascolora, è appena un libro ed è ancora una malattia” chiosò Eugenio Montale alla sua uscita, nel 1924. Per gentile concessione dell’editore, anticipiamo un ampio stralcio della prefazione di Nico Naldini.

di Nico Naldini

Senza porsi nella retrospettiva dei grandi fatti appena conclusi (la prima guerra mondiale) e dei suoi strascichi, Il porto dell’amore appartiene a quella che Ramòn Fernandez ha chiamato Littérature de démobilisation. Suo atto simbolico il calcio sferrato alla mitragliatrice come atto # nale del cosiddetto Natale di sangue.
Come tutti i libri di Comisso (considerato a torto scrittore di getto) anche questo suo primo libro in prosa avrà una lunga gestazione.
Mentre è ancora coinvolto nei fatti cui partecipa o, più verosimilmente, che osserva come attraverso uno schermo già poetico, sente quanto sarà arduo piegare la realtà in un nuovo linguaggio narrativo in cui si possa riprendere a parlare di sé, delle proprie emozioni con segni leggeri e sensitivi e profonde vibrazioni.
Scrive ai genitori prima della fine dell’avventura fiumana: «Sento che io sento dentro di me cose che non furono mai scritte e il mio dolore è che ancora io non so le parole per dirle».

G iovanni non ha ancora letto Henry James (forse non lo leggerà mai) ma lo scrittore americano sembra avergli indicato la strada da seguire: «Lo scrittore si imbatte nella cosa che gli interessa come Colombo si è imbattuto nell’isola di San Salvador perché era andato nella direzione giusta».
Nell’autunno del 1919 il tenente del genio Giovanni Comisso viene destinato a Fiume. Il suo reggimento fronteggia le truppe di volontari accorsi alla chiamata di Gabriele D’Annunzio per assicurare contro le acrobazie diplomatiche la città di Fiume e il suo territorio all’Italia. «Per diritto di paesaggio» ha dichiarato il Poeta.

Ispirandosi alle guerre antiche i volontari si chiamano legionari; le armi spianate contro l’esercito regolare che attende gli ordini di Roma. Siamo sul limes italicus nei Balcani. Pochi giorni dopo il suo arrivo Comisso, con in testa una cupoletta, un mantello col bavero di volpe e sottobraccio i Dialoghi di Platone, alza la sbarra che divide i due campi; diserta l’esercito regolare e viene accolto tra i legionari.
Che egli sia nella direzione giusta, Giovanni non tarderà a scoprirlo: «Questa città era stupenda, la mia giovinezza al massimo, l’estate declinava lentamente sfolgorante sul mare».

La città che gli viene incontro è allegra, scatenata, popolata da un esercito di ragazzi. Giovanissimi e strani guerrieri, strani avventurieri accorsi a godere dell’infinito happening fiumano, tra fiaccolate, fanfare, balli improvvisati nelle piazze e nei crocevia. Le belle fiumane, sedute ai tavoli del Caffè Budai sfavillante di luci, guardano incantate la bellezza dei giovani italiani ed essi hanno molte trovate per aumentare la loro seduzione. Gli arditi sfilano in bicicletta con i calzoncini corti, i marinai, tolte le divise bianche, si tuffano nudi
nelle acque del golfo. E’ la nuova generazione che non ha potuto combattere e adesso partecipa alla spensieratezza di una città «dove si pu0 tutto osare nei piaceri e nei peccati». E Giovanni scrive all’amico pittore De Pisis conosciuto di recente: «La vita qua è incredibile, mio De Pisis!»

D urante l’avventura al seguito di D’Annunzio - che però non nominerà mai nel suo libro se non una sola volta come Comandante - Comisso passa con veloce oscillazione da una certa débauche legionaria al desiderio e alla prima realizzazione di una vita semplice e avventurata. La sua libertà è pagata col rifiuto delle convenzioni, dei privilegi sociali e della cultura borghese e si riassume miticamente nella polemica contro un’Europa razionale e affaristica da cui bisogna evadere al più presto.  Dal calderone fiumano Comisso riceverà uno scatto esistenziale che gli servirà per i suoi futuri programmi di vita.

A Fiume c’è un osservatore d’eccezione, lo scrittore inglese Osbert Sitwell: «La generale animazione e la rumorosa vitalità sembravano annunciare un nuovo mondo, un nuovo sistema di vita. Guardavamo stupefatti e stupefatti ascoltavamo. Ognuno sembrava indossare una divisa ideata da se medesimo, altri ancora si lasciavano crescere enormi ciuffi di capelli al vento fuori dei copricapi e portavano in bilico sulla zazzera nera dei neri fez. Piume, mantelli e nere cravatte svolazzanti erano cose di ordinaria amministrazione».

L’esaltante folklore e la vitalità dei legionari colpiscono anche Giovanni, soprattutto se il suo occhio è libero di vagare legando ciascun fenomeno all’essenza che lo sublima.  E’ l’amor vitae, non il rozzo realismo, a fare di Comisso uno dei grandi testimoni del Novecento letterario; il suo libro, come dice Eugenio Montale, è di quelli che «rendono quasi tangibile il più aereo sospiro della vita originale e quasi indivisa». E’ il momento dell’occhio, del suo kairos. Ma per spiegarlo occorre forse ricorrere a una metafora di Virginia W oolf.

Quella specie di conchiglia che la nostra persona ha secreto per alloggiarvisi, per avere una forma propria e diversa dalle altre, viene infranta e da tutte quelle rughe e asperità rimane soltanto l’ostrica centrale della percezione: un enorme occhio.

L’occhio nella presenza di tanta gioventù scopre la furtiva Venus e altro eros nel mondo dei guerrieri. L’apparizione dell’eroe è affidata alla figura di Guido K eller, l’asso dell’aviazione da caccia della squadriglia di Francesco Baracca. «Un gigante barbuto», ricorda Sitwell anche se Keller era di media statura, «un hippy circa cinquant’anni prima del tempo e un vero contemporaneo dei dadaisti.» Keller ha usato la sua autorità militare per spianare da Ronchi la strada dei legionari di D’Annunzio, arrivare fino a Fiume e decretarne l’annessione all’Italia. Adesso è il suo primo segretario e dopo il loro incontro Guido e Giovanni sono diventati amici inseparabili.

«Mio maestro di questa nuova vita», scrive Giovanni ai genitori, «è un uomo straordinario e senza paura che mi stima come uno dei suoi migliori amici.» Maestro di bizzarrie e di prodezze, passeggiava spesso nudo sulle pietraie del Carso; qualche volta, nudo, era salito sulla carlinga del suo aereo, più spesso indossando un pigiama di seta bianca. «Quando si vola», diceva Keller, «bisogna tramutarsi nel velivolo, portare la sensibilità delle nostre dita all’estremità delle ali, le ali devono avere le punte flessibili come quelle degli uccelli.» Il pigiama che forse da poco tempo ha sostituito la camicia da notte è il nuovo simbolo di vita elegante e libertina, specie se nel taschino è infilata una scatoletta con polvere bianca «ravvivante». Ma Comisso si tiene lontano da ogni sorta di paradiso artificiale, «ero troppo orgoglioso dei miei liberi sensi. Non ero ebro se non di me stesso».

Guido e G iovanni hanno affittato alcune stanze dove ogni occasione di vita viene trasformata in atto liberatorio costituendo un’attrazione irresistibile per altri personaggi dai gusti eccentrici: lo scrittore americano Henry Furst, il poeta belga Leone K ochnitzky. Indossano divise alta fantasia; memorabile quella di Furst: un immenso mantello azzurro, cappello da alpino dalla penna d’aquila interminabile, giacca da ardito. Ma Enrico è anche pronto a travestirsi e scambiare i suoi abiti eroici col vestito di una graziosa Grethe, assumendo agili forme da ballo, «era una Grethe più bella, più spudorata».

«Qui si fa senza alcun ritegno tutto ci0 che si vuole», dicono i più spregiudicati e la casa di Guido e Giovanni diventa presto un rifugio per i ragazzi «scappati di casa» che ormai sono una folla. Alcuni verranno ricordati coi loro nomignoli. Uno è il Pirata Rosso snello e roseo appena uscito di galera: «Caro mio, la bellezza deve essere ricercata ovunque», dic Keller. Altro ragazzo scappato di casa è Manfredo: «Aveva un volto lucente, un po’ stanco, ma la freschezza gli rendeva compatto il collo scoperto». Furio Drago che ha inciso in sé il carattere di un feroce guerriero e anni dopo parteciperà ai massacri della guerra di Spagna.

Q uesti ragazzi soggiogavano Keller con la loro giovinezza esuberante, e Comisso ce li rappresenta uno alla volta come il catalogo di una moderna efebia o di una riformata legione tebana che procede a dorso di mulo in calzoncini corti. Keller sognava di farne dei discepoli, si rivolgeva a loro con una violenza piena di amore; ma erano ragazzi inafferrabili e scoordinati e spesso il legame con Keller si concludeva con qualche truffa; gli rubavano anche la biancheria intima, forse per scherno. La degradazione dell’eroe che aveva compiuto atti di assoluto coraggio come perfezionamento estetico della vita ha iniziato il suo infausto tragitto e seguirà sempre più incalzante fino alla sua morte prematura per un incidente automobilistico.

Dopo Fiume aveva tentato altre imprese, in Asia Minore, in Turchia, in Libia, nel Sudamerica e nel 1967 aveva scritto a un amico: «Non trovo più l’ala errabonda ed i bei pensieri dei baci ardenti. Sono triste». Ma chi domina la scena fiumana sono gli arditi che marciano cantando a torso nudo e poi i marinai agili e leggeri, «tremavano graziosamente nelle spalle simili ad ali d’uccelli rapaci nell’atto di covare la preda». «Le charme veritable de Comisso», scriverà Benjamin Crémieux, grande intellettuale francese, «c’est la perversité,l’arrière-gout  un peu trouble de ses évocations… c’est du Théocrite modernisé où les bergers sont remplacés par des marins». Longanesi & C. © 1959, 2011 - Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Tratto da  Giovanni Comisso, Il porto dell’amore, prefazione di Nico Naldini, Longanesi, pp. 205, euro 19,60

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