
Venere ed amore con un favo di mele di Cranach, particolare (Ansa)
Non è tanto la storia, ricca di suggestioni e vibrazioni emotive. Non è neppure il contesto o l’ambientazione, che pure ha permesso a tanti narratori di rievocare episodi avvincenti e destini disperati.
Ciò che prima di tutto colpisce nel Vicerè giustiziere, l’ultimo libro di Vito Catalano edito da Salvatore Sciascia, è la scrittura.
Colpisce, ma fino a un certo punto: scrivendo già del suo esordio, L’orma del lupo, avevamo già segnalato lo stile secco e terso, incurante delle mode e dei tic letterari.
Una cifra stilistica che, con questo secondo libro, si fa se possibile ancora più irriducibile e ultimativa nello schivare fronzoli e infiorettature lessicali.
E la scelta, alla fine, si rivela assai premiante: Catalano racconta le vicende di Pedro Giròn, duca di Ossuna, eletto viceré di Sicilia nel 1611.
Un tipo “coraggioso, ambizioso, intraprendente e amante delle donne”, che nel suo mandato – con la seduzione delle feste e il pugno duro di una giustizia sommaria - prova a mettere in gabbia una terra anarchica, capricciosa e piuttosto ostinata.
La condotta sembra rivelarsi premiante. Sembra, appunto, ma non aggiungiamo altro per non guastare la festa al lettore.
Diciamo solo: Il vicerè giustiziere ha una virtù rara. Narra di dame, cavalier, arme ed amor, ma lo fa con uno stile lontano anni luce dal registro feuilletonisitico che pure alberga in tanti libri di storia.
Avvicinandosi così, con rispetto ossequioso, a quello del nonno di Vito Catalano, Leonardo Sciascia.
- Venerdì 30 Settembre 2011

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