
Italo Svevo (Credits: Ansa)
“No grazie”. Era il 20 marzo 1886. La risposta, al giovane esordiente venticinquenne, doveva suonare più o meno così. Niente di strano, direte voi: migliaia di lettere (o di mail, o di messaggi) vengono rifilate quotidianamente ad aspiranti scrittori che con mano tremante porgono alla “cortese attenzione” di agenti, editor ed editori la loro opera prima.
Ed infatti la novità non sta nel messaggio ma piuttosto nel destinatario, Italo Svevo. Il celebrato autore di La coscienza di Zeno si sentì infatti rispondere così alla richiesta di pubblicare un suo racconto sulla Nuova Antologia, forse la rivista più prestigiosa del Regno d’Italia.
“Spett. Direzione – scriveva Svevo, al secolo Ettore Schmitz - Mi sono quest’oggi permesso di dirigervi sotto fascia a parte un mio racconto: Catina segnato: E. Samigli, ch’è circa il mio nome con qualche consonante di meno e vocale di più. Desidererei vederlo pubblicato nella Nuova Antologia se da voi Signori ne venisse riputato degno. Ad ogni modo con la massima stima mi dichiaro devotissimo”.
Niente da fare: il racconto non uscì. La vicenda, finora del tutto sconosciuta, è stata ricostruita da Stefano Carrai, professore di letteratura italiana all’Università di Siena, sul nuovo fascicolo del Giornale storico della letteratura italiana (Loescher editore).
E la scoperta vale doppio. Non solo perché dimostra che pure Svevo (come gran parte dei suoi colleghi scrittori) ricevette il gran rifiuto, ma anche perché ci dà notizia di un racconto che, come scrive Carrai nel breve saggio introduttivo che accompagna la lettera, “salvo insperati riaffioramenti, dobbiamo considerare perduto”.
- Mercoledì 2 Novembre 2011

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