
Sergio Zavoli (a destra) con Franco Zeffirelli e Biagio Agnes (ANSA)
Ua storia personale che diventa anche viaggio nella memoria delll’Italia.
Il nuovo libro di Sergio Zavoli, Il ragazzo che io fui (Mondadori) [su Bol.it], ripercorre il passato guardando al futuro, mostrando una particolare attenzione ai giovani di oggi. ”E’ una generazione che paga il conto più alto a questi anni colmi di recessioni non solo economiche, ma anche civili e morali. Come? Socialmente irrilevanti e politicamente estranei persino a cio’ che li condanna a una sorta di supplizio per avere accesso a un elementare diritto, il lavoro, finiscono per essere chiamati ‘bamboccioni’ perche’, disoccupati, vivono ancora tra i muri di casa” dice all’ANSA Zavoli.
”Principe del giornalismo televisivo”, come lo ha definito Montanelli, Zavoli, senatore del Pd, alla presidenza della Rai negli anni ‘70, dal 2009 presidente della Commissione di Vigilanza Rai, autore di numerosi libri, anche di poesie, invita a riflettere sulla mancanza di immaginazione del nostro tempo.
”Chi immagina più? Non c’e’ riuscito il ‘68 che ha fatto correre per il pianeta, su e giu’, la parola ‘contro’. Che cosa possiamo aspettarci da un tempo che oggi ha in testa solo l’utile, il pratico e il conveniente, cioe’ le parole dei ‘quartierini’? Chi parla più con le parole di tutti?” spiega Zavoli e fa un esempio: ”è stato chiesto a una scolaresca di descrivere, con una parola, il mare, evocando un’immagine, suscitando un’emozione. Diciassette bambini su venti si sono spremuti per tre ore e hanno dato il meglio decidendo di scrivere, semplicemente, ‘zozzo’. ‘Tutto quello che so l’ho imparato a scuola’, disse Flaiano. Risparmio’ la televisione, ma c’era ancora il servizio pubblico che, a sua volta, ci risparmiava molte cose”.
I ricordi di gioventu’ portano all’amico Federico Fellini, a Rimini, al cinema Fulgor. ”I nostri manifesti permettevano l’ingresso gratuito a me, a lui, alle ragazze, agli amici.
Eravamo una grossa troupe, Non direi che vidi nascere i suoi sogni. Federico non sognava. Viveva solo per prendere un treno” viene raccontato nel libro.
Ne ‘Il ragazzo che io fui’, Zavoli mostra anche cosa e’ stato il giornalismo e come sta mutando il mondo dell’informazione, ricordando l’avventura di ‘Voci della citta’, il primo giornale ”via cavo” d’Italia, diffuso da una rete di altoparlanti.
”Credo non sia mai esistito un quotidiano che si lasciasse ‘leggere’ aprendo le finestre” racconta. E poi gli anni della radio, l’arrivo a via Asiago 10, gli anni del Giro d’Italia, Fausto Coppi e la ‘’sua strana, triste bellezza’. E la prima volta nella storia della radio che un microfono entrava in un convento di clausura grazie all’incontro concesso a Zavoli da una comunita’ di claustrali. Pause e silenzi dietro le grate di ferro che appartengono a una dimensione lontana, soprattutto al frastuono attuale. ”Il Paese va dove lo porta, ormai, l’abitudine del vociare, cioe’ gridando ogni genere di parole.
Nei treni - racconta Zavoli- non faccio che ascoltare, a voce alta, storie private, gelose e imbarazzanti, grazie a una sorta di porto franco offerto dai cellulari. Una volta, nel silenzio, un colpo di tosse avrebbe provocato un soprassalto generale.
L’abuso della loquacita’ ha sterilizzato la civilta’ della discrezione, della misura. E’ la perdita della normalita’. Il poeta Aragon diceva che ’solo il normale e’ poetico’. Ma era la voce di un poeta. Ha vinto il vocío”.
In questo viaggio ci sono anche gli anni del terrorismo, delle stragi, le Br, la ‘Notte della Repubblica’ in cui gli ”anni di piombo” vengono rivissuti in 18 puntate, la prima il 12 dicembre 1989, ”mettendosi allo stesso livello di chi li percorse”.
Dell’importanza della memoria oggi Zavoli spiega: ”Senza ricordo - disse Borges - ci si avvia verso un’amnesia finale che cancella ogni traccia della nostra vita privata e pubblica.
L’importante e’ non chiedere alla memoria di sostituire il presente: abbiamo gia’ avuto”. Cosi’ salutando Andrea che il giornalista ha portato con se lungo queste pagine, Zavoli dice: ”L’importante e’ che i ricordi risveglino le cose senza la pretesa di prenderne il posto”. E in chiusura viene riportata la sintesi di un’intervista con il premio Nobel francese Jean Rostand.
- Martedì 8 Novembre 2011

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