Vittorio Sgarbi: “Le mie donne immortali”

Vittorio Sgarbi. Le mie donne immortali

di Vittorio Sgarbi

Una storia dell’arte inedita raccontata attraverso la sensualità dei volti femminili

Piene di grazia. Dopo tanti libri e tanti titoli, sarà difficile trovarne uno meno didascalico e più adatto a indicare l’insistente e inevitabile applicazione della mia attività critica ai volti delle donne nell’arte. Qualche precedente felice nell’arco di quasi un trentennio c’era stato con titoli evocativi come Il sogno della pittura, Le mani nei capelli, Notte e giorno d’intorno girando.

Proprio partendo da qui, da questi versi mozartiani per le Nozze di Figaro con il testo magistrale di Lorenzo da Ponte, avevo concepito il pensiero proibito, e infatti non accolto, di raccontare storie e avventure di arte e di vita sotto il titolo lieve, eloquente e ironico Delle belle turbando il riposo. Ricordate? «Non più andrai, farfallone, amoroso,/ notte e giorno d’intorno girando,/ delle belle turbando il riposo». Bocciato.

E allora ecco mettere insieme immagini e percorsi, riconoscere la mia indole di «faccista», della vita come dell’arte, attratto dall’espressione rivelatrice dei volti e trovare inquietudini, turbamenti e languori, in quelle donne piene di grazia evocate nel titolo.

Difficile sottrarsi alla seduzione sensuale e spirituale delle modelle idealizzate dai preraffaelliti, da Dante Gabriel Rossetti e da Edward Burne Jones: essi aspirano a darti e a prenderti il corpo e l’anima. Ma in una carrellata d’immagini dal Medioevo al Novecento s’affollano e si distinguono volti seducenti e indimenticabili. Dalla bella Uta della Cattedrale di Nauburg vagheggiata da Umberto Eco alle Vergini di Nino Pisano e Ambrogio Lorenzetti, così delicatamente umane, fino alle adolescenti piene di grazia di Francesco di Valdambrino, scultore senese che prefigura il Modigliani più insinuante.

Molto è stato detto e ho detto di Ilaria del Carretto di Jacopo della Quercia, la più delicata e viva e infinitamente giovane delle amanti, così come, meglio di ogni altro, aveva descritto le immagini degli amanti su un’urna greca John Keats: «E tu, amante audace, non potrai mai baciare/ lei che ti è così vicino. Ma non lamentarti/ se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,/ e tu l’amerai per sempre, per sempre così bella». È lo stesso Keats a dirci: «“Bellezza è verità, verità bellezza” - Questo solo/ sulla terra sapete. Ed è quanto basta».

Certo, più che per altri, per chi ha avuto la fortuna e il destino di dedicarsi all’arte e di vivere nell’arte, e di continuamente incrociare intuizioni ed espressioni di artisti che dialogano con la donna e la rappresentano in forme sempre nuove e originali, è inevitabile avere nella memoria i volti di Veneri e Madonne di Sandro Botticelli, Giovanni Bellini, Raffaello. Io le ho cercate con un piacere e un desiderio che prolungava la vita e il mondo nello spazio privilegiato dell’arte.

Privilegiato e rarefatto al punto che su un motore di ricerca internet il nome di Belen dà una quantità di risultati infinitamente superiore alle immagini di Uta. Le due ragazze si assomigliano. Fra cinquant’anni Uta sarà ancora come 900 anni fa. Belen sarà diversa. Ma ancora per poco. La forza dell’arte è nella sua resistenza al tempo. E l’amore per le donne, che tanto occupa la nostra vita, è destinato a passare con loro. Uta resta: per noi oggi, per molti altri domani.

Le bellezze femminili, che non siano state tragicamente contrastate dalla morte come Marilyn Monroe e Audrey Hepburn, hanno perso la loro identità e la loro stessa natura. Sono diventate altre. Si sono trasformate. Marilyn Monroe è Marilyn Monroe. Brigitte Bardot era Brigitte Bardot. Ed è vano cercare nella vita ciò che soltanto nell’arte è stabile. E non muta.

Questa è stata ed è la mia condizione di privilegio. Davanti ai miei occhi ritorna la timida Annunciata di Lorenzo Lotto a Recanati, tentata e ritrosa davanti all’irruenza di un angelo che entra nella sua stanza e nella sua vita come un seduttore, a metà strada fra Brad Pitt e Marco Simoncelli, con la motocicletta fuori dalla porta in attesa di rapirla. Lucrezia Panciatichi con il volto di porcellana nell’innamorata visione del Bronzino. E la sconvolta Cleopatra, ancora sensuale nel corpo che ha perso grazia e si è appesantito, nell’autobiografica rappresentazione di Artemisia Gentileschi. Immagini, volti, come quello di Anna che si fonde con il volto di Gioacchino nell’incontro alla Porta Aurea di Giotto, esempio straordinario di amore coniugale che rende una due anime, nella fusione dei corpi. Quanto l’arte accresce la vita!

E ancora penso alle Maddalene di Guido Cagnacci, sensuali come nessuna donna mai fu. O alle altezzose rovine del Tiepolo.

Ma, tra i volti più cari e tra le donne più piene di grazia, oggi penso a una preziosa e vanitosa Madonnina che ho ritrovato a Parigi, al Musée Jacquemart-André, poeticamente occupato dalle apparizioni del Beato Angelico. Solitaria, in una stanza di Madonne rinascimentali, sta lei. Nuovissima nel colore, preservata dal tempo, con gioielli fra le dita e il Bambino che tiene legato al filo un uccellino. Tanto bella e tanto rara, è stata separata dal suo autore, riferendola erroneamente al Verrocchio, al Fiorenzo di Lorenzo, al Perugino. Non ho dubbi che sia una creatura superba e sublime di un pittore raro, Pier Matteo d’Amelia, per molto tempo nascosto nell’anonimato di un pregevole e sconosciuto maestro dell’Annunciazione Gardner; poi il tempo gli ha restituito il nome. E oggi io gli restituisco la sua creatura più amata e vagheggiata: questa vanitosa Madonnina che non ci concede confidenza e che ci appare intatta nella sua orgogliosa verginità, quella che l’arte conserva davanti alla corruzione della vita.

Piene di grazia. I volti della donna nell’arte (Bompiani)

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