
Roberto Boninsegna negli anni Settanta (Archivio storico Lapresse)
Fedeli a San Siro (Mondadori) è il libro che Tiziano Marelli ha scritto insieme con Claudio Sanfilippo. Nel libro ci racconta di calcio e di molto altro. E anche lui, come l’altro, continua a farlo quiEsordire in questo spazio prestigioso tralasciando di toccare il punto di dibattito più alto che pungola attualmente e dolorosamente l’anima mia e quella di ogni tifoso interista (al contrario, invece capace di alimentare le speranze più profonde di tutti gli altri, che non ci amano né guardano benevolmente: fans capovolti basati su tutto il territorio nazionale, da Vipiteno a Lampedusa, invidiosi e basta di tanta bravura calcistica nerazzurra dispensata a piene mani e a ogni latitudine, nell’ultimo lustro) sarebbe atto da pavido, quindi non mi nascondo dietro a nessun dito e vado invece dritto al cuore del problema.
Che poi mi viene da ridere, ma anche un po’ da incazzarmi e in ultimo da piangere. Infatti, dover sopportare partita dopo partita che qualcuno mi dica – chi sommessamente, altri dandomi di gomito, altri ancora alzando esponenzialmente il tono della voce in rapporto ai risultati strazianti che andiamo inanellando – quanto ormai lo spettro della serie B sia per noi da prendere in considerazione, sta diventando troppo anche per un tranquillo come me. Nell’ordine: rido, e senza nessun tic nervoso facciale, perché mi pare quantomeno presto per paventare una simile calamità innaturale; mi incazzo, fra l’altro spesso con interisti par mio ché son soprattutto loro a porre il problema, e se si tratta di scaramanzia forzata e al contrario è qualcosa che mi infastidisce vieppiù; quasi piango, alfine, per il semplice fatto che siamo ancora campioni del mondo in carica fino alla fine di dicembre e abbiamo beccato solo qualche settimana fa tre gol dal Novara, che se, rispetto al grave stato in cui versiamo, non è abbastanza sintetico questo assunto – oltre che il loro campo, quello dove abbiamo rimediato la succitata scoppola con primato dal sapore storico, visto che siamo stati la prima squadra in assoluto di A ad aver avuto l’onore e il piacere – altro di più non mi viene in mente.
Semplicemente, penso che quello che stiamo vivendo (vivendo? Non è un brutto sogno?) sia surreale. Chessò, come la dirigenza della Juventus che sostiene che dei maneggi di Moggi non-sapeva-niente-ma-proprio-niente, come Quaresma che si è presentato a Milano certo di essere qualcosa di diverso da una semplice foca ammaestrata ormai incapace di eseguire l’unico numero da circo imparato a memoria, credendosi invece un calciatore (e dell’Inter, pure!); o come una simil-bambola gonfiabile (animata da fissità allucinata e dotata di una parlata stridula particolarmente urticante) che da anni ostinano a spacciarci per presentatrice della Domenica Sportiva, e a noi tocca abbozzare o puntare sui canali satellitari per poter godere, nel giorno ad esso santificato, dello sport che più amiamo senza stridori umani di fondo insopportabili.
Ma in fondo tutto questo fa parte del gioco (appunto!) e mi sovviene quando prendevo in giro il mio sodale compagno di scrittura Sanfilippo mentre il suo Milan sprofondava sempre più verso la seconda retrocessione, quella dell’82 avvenuta “a gratis”; la prima, giova ricordarlo perché non fu un caso isolato, fu solo due anni prima, ma “pagando”: il copyright altamente letterario della doppia disgrazia (qui citata fra virgolette) e di grandissima soddisfazione per la mia parte del Naviglio, è dell’immenso Peppino Prisco, che la Dea Eupalla lo abbia in gloria! Per tutto quell’anno, quando domenica dopo domenica si apriva il baratro davanti a quelle loro maglie dal doppio colore insopportabile io fingevo di consolare l’amico rossonerastro dicendogli di star tranquillo che tanto non sarebbe mai successo, ma in cuor mio augurandomelo tanto tenacemente che alla fin fine, per tanta speranzosa abnegazione, venni pure premiato nella maniera più soddisfacente possibile.
Quindi ci sta, e allora speratelo pure voi non-interisti tutti, tanto son certo che non capiterà. Succederà invece che potremo fregiarci ancora del titolo di unica squadra professionistica italiana a non essere mai scesa così in basso. Io ci credo-credo, anche se uno sguardo – così, tanto per lanciarlo, con naturalezza e distrazione – alle spalle ogni tanto lo butto, giusto per vedere che dietro noi vengono Lecce, Novara e Cesena (con il Bologna e il Parma ad un solo tiro di schioppo) e tirare un po’ il respiro dal sollievo. Fra l’altro, abbiamo anche da recuperare una partita in più rispetto a tutte le altre, e 3 punti, di questi tempi e da questi paraggi, possono valere davvero un casino. O no?
- Martedì 15 Novembre 2011

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