Susanna Fioretti, “Involontaria”: io dico basta ai dilettanti umanitari

(AP Photo/ Ahmad Jamshid)

(AP Photo/ Ahmad Jamshid)

di Stella Pende

È come incontrare una parente sconosciuta, qualcuno che ha diviso perfettamente con te valori e vita, forse illusioni. Ma anche terre di dolore e di bellezza. Così è stato incontrare Susanna Fioretti e prima di lei il suo libro Involontaria (Bompiani), dove questa donna dagli occhi turchini attraversa la passione del suo mestiere di «volontaria» (delegata della Croce rossa italiana ed esperta del ministero degli Esteri in Mauritania, India, Yemen, Afghanistan, Mozambico, Sud Sudan) raccontando luoghi di terremoti e di guerre, amori struggenti, figli lontani ed eroi della bontà. Ma anche aguzzini e carnefici di poveri.

In questo suo libro, denso di pietas ma lontano dal piagnisteo e dalla vetrina di certa beneficenza glamour, Susanna scopre la grandezza della solidarietà militante, ma anche i suoi peccati più nascosti. Raccontando con sguardo acuto i limiti dell’azione umanitaria e smontando certe leggende di un mondo che spesso prende molto di più di ciò che dà. Sempre con passione condita da ironia.

Perché il titolo «Involontaria»
Per rispondere ai troppi che ti vedono come una sorta di santino. Che pensano ai volontari come a cavalieri del bene senza macchia. Io, almeno, non mi sento affatto una suora laica e assicuro che i miei compagni di lavoro sono uomini di vera carne.  

Che vuol dire, Susanna?
Che spesso questo mestiere si comincia proprio per sfuggire a se stessi e non solo per gli altri. Il che non annulla i risultati e la passione, per carità… Inoltre che certi volontari non vivono solo di ascetico profumo del bene, ma conquistano spesso grandi gratificazioni. Come essere attori di progetti meravigliosi, ma anche raccogliere parecchio denaro (io, lavorando sei mesi l’anno, ho guadagnato almeno 8 mila euro al mese e alcuni di noi portano a casa 100-120 mila l’anno). È certamente giusto che chi lavora 15 ore al giorno per gli altri abbia il diritto di essere pagato. Ma allora quel signore dovrà sentire il dovere di essere un professionista esperto.

Un vero tecnico del bene?
Esattamente. È un requisito raro, mi creda. Insomma, è ora di capire che questo è un mestiere importante che stringe in mano la vita di migliaia di esseri umani. Dunque non può essere affidato a ragazzini senza alcuna alternativa, come accade a certe ong minate da crisi di budget. Non puoi arrivare in Afghanistan come Cappuccetto rosso pensando ancora che il grande problema sia il burqa delle donne, quando il paese ha la più grande riserva di armi nel mondo; e finché quella terra non verrà smilitarizzata nulla di buono potrà accadere. Non puoi costruire come ha fatto una grande ong in Gujarat un ospedale con le volte tonde non sapendo che nessuno ci vorrà mettere piede perché gli indiani pensano che dormire sotto quel tipo di forme porta iella. Devi avere cultura di terre, di usanze, di popoli. Qualche volta anche conoscere un filo di geografia. E almeno il nome delle capitali del mondo.

Beh, diciamo che anche lei in Afghanistan ha imparato a usare il kalashnikov… Ma il suo libro è anche passione e incontri con esseri meravigliosi.
Certo che sì. In un certo senso è dedicato anche a loro, ai compagni e ai colleghi straordinari, perché ve ne sono, agli autisti generosi come Ashish, agli ufficiali da campo esperti e intelligenti come Yogesh. Soprattutto ai veri eroi che incontri spesso sulla tua strada. Io «da piccola» ero una sorta di mangiapreti. Oggi invece, quando voglio la verità di un posto, vado dai missionari e dalle suore. Noi umanitari stiamo nei posti un mese o due, avviamo un progetto e torniamo in patria con le nostre medagliette appiccicate addosso. Loro invece offrono 40 o perfino 50 anni ai poveri del mondo. Nessuno (o pochi) conosce il nome di questi angeli silenziosi che attraversano la Terra come meteoriti dell’amore. Parlo delle suore di Calcutta che a Delhi raccolgono figli storpi e senza nessuno, ma anche delle Piccole sorelle delle tre fontane che a Kabul hanno visto il tempo dei mujaheddin e quello dei talebani. Che sono state frustate, picchiate. Ma oggi sono ancora lì strette a quei poverini che nessuno vorrebbe.

Che cos’è che le ha fatto decidere per questo mestiere?
Quando ti muore un bambino in braccio, pensi che sia arrivato il momento di fare qualcosa perché i bambini come lui smettano di morire. E forse avevo bisogno, come molti, di scoprire il peggio per accorgermi del bene.

Reporter e scrittori si limitano ai loro diari di viaggio. Lei ha regalato alle pagine anche la sua vita: amori, figli, nostalgia.
Perché, come scrivo, mi considero oggi un perfetto avvoltoio dell’umanitario, ma credo di essere rimasta una donna e soprattutto una madre. Per questo ho messo nel libro le email che scambiavo con Edoardo e Alessandro. Per dire quanto certe volte la lontananza aiuti una donna a capire di più i suoi figli. Come se quella nostalgia, da ambedue le parti, diventasse un modo per trovarsi il cuore. In quanto agli amori, devo ammettere che le mie disavventure sentimentali sono state certamente una benzina potente per il lavoro che ho fatto.

Che cosa cambierebbe nel carrozzone umanitario l’avvoltoio Susanna Fioretti?
E chi sono io per cambiare un mondo così vasto e complicato? Posso solo dare qualche piccola idea. Un database, per esempio, che spieghi le peculiarità dei luoghi, le tradizioni e il passato di certe regioni. Un aiuto per evitare errori ingenui e per risolvere prima emergenze e miserie. Ma poi chi di noi fa le verifiche necessarie all’evoluzione di un progetto? Se un pozzo continua a funzionare, se la scuola si è ingrandita o ha chiuso, se qualcuno fa manutenzione alle protesi fabbricate per i bambini che altrimenti possono solo gettarle alle ortiche? La solidarietà non può essere solo un fiore all’occhiello di ong e operatori. Deve servire, e davvero, anche a chi la riceve.

Morale?
Morale, la cooperazione è scaduta e va ripensata. Ma siccome a troppi lo status quo va bene così pochi vorranno affrontare quest’amara riflessione.

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