Norman Hathaway e Dan Nadel, “Electrical Banana”: il Grande Gioco della stagione psichedelica

Electrical Banana, particolare dell'illustrazione di copertina

Electrical Banana, particolare della copertina: After Bathing At Baxter's dei Jefferson Airplane illustrato da Keiichi Tanaami

Fu il fenomeno musicale e artistico che accese di colori e inaudite forme la seconda metà dei Sixties. Una visione tanto potente da inaugurare una (contro)cultura capace di capovolgere gli standard, una forma d’arte in grado di coinvolgere tutti i sensi. Nel breve volgere di un lustro la psichedelia gettò così tanti semi che ancora oggi se ne trovano ovunque le tracce. Basta sfogliare le pagine di Electrical Banana (Damiani Editore), storia dell’arte psichedelica ovvero il fantasmatico catalogo di un’epoca leggendaria, curato da Norman Hathaway e Dan Nadel, art director e storici del design.

Irrorata dai manifesti teorici del movimento hippie – Timothy Leary, Allen Ginsberg, Jack Kerouac – e da un adeguato supporto lisergico, l’arte psichedelica costituì la grande quinta, la scenografia “necessaria” di un periodo epocale di cambiamento. Molto è stato sviscerato della sua componente ideologica e della sua influenza per esempio sulla musica e sul cinema, mentre paradossalmente mancava una summa dell’arte visiva (pittura e scultura ma anche grafica nel senso più ampio del termine, dal design al fumetto, dal collage al ready made) che costituì invece la sua cifra forse più straordinaria e longeva.

Le origini della psichedelia affondano nella West Coast americana, in qualche punto del 1965, allorché a San Francisco si radunò una comunità formata da giovani ribelli, scrittori, musicisti, poeti e artisti ma anche semplici studenti universitari scappati di casa, in cerca di esperienze alternative. Presto i centri di aggregazione divennero bizzarri concerti di sconosciuti gruppi locali spesso annunciati da meravigliosi poster multicolori realizzati da altrettanto sconosciuti grafici.

Poi si passò ai Trips Festival, i festival di nuova cultura inaugurati dallo scrittore Ken Kersey (l’autore di Qualcuno volò sopra il nido del cuculo) per “espandere l’area della coscienza”: luci colorate, musica e nient’altro di programmato. Ciascuno prendeva la sua droga e si esprimeva. I raduni si fecero via via più imponenti e, ovvio, attirarono le attenzioni della polizia, finché il 6 ottobre lo stato della California mise al bando l’LSD, fino ad allora non penalizzato. Quello stesso giorno si svolse a San Francisco l’ultimo grande happening, il Love Pageant Rally, per protestare contro una legge che aveva “invaso la sacrosanta sfera psichica individuale dei suoi cittadini”.

Dopo l’estate del 1967 il morbo psichedelico colonizzò l’Inghilterra e il 9 marzo si tenne a Londra il primo grande happening di poesia, teatro e musica, passato alla storia come il 14th Hour Technicolor Dream, organizzato dalla rivista IT. Come ha raccontato uno degli organizzatori, “sono venuti 10.000 ragazzi, un esercito vestito di vecchi pizzi laceri e velluto, collane e campanelli, tutti fatti fin sopra i capelli”. Fra loro c’erano Andy Warhol e John Lennon, Michael Horovitz e Michelangelo Antonioni. Chiuse la serata un gruppo ancora semisconosciuto con una lunga cavalcata astrale denominata Interstellar Overdrive: i Pink Floyd.

In un angolo dell’Alexandra Palace, il vecchio edificio che ospitava il ritrovo, c’era un igloo in fibra di vetro dove si distribuivano gratis joints di buccia di banana. Immortalati anche da Donovan in un verso di Mellow Yellow (”Electrical banana’s gonna be a sudden craze”), divennero una leggenda metropolitana. A quegli Electrical Banana si ispira audacemente e ironicamente il titolo di questo libro, che si apre con un’intervista a Paul McCartney in cui l’ex Beatle ricorda l’attrazione irresistibile per la psichedelia e per quell’epoca straordinaria in cui “il villaggio globale stava appena cominciando”.

I Beatles fecero da trait d’union tra l’underground psichedelico e le masse, specie grazie a Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album del 1967 con il celebre collage di copertina. Fra gli artisti selezionati nel libro c’è Marijike Kroger, illustratrice olandese all’epoca in società con Josje Leeger a formare il gruppo The Fool, tanto ammirati da Paul e John che al duo affidarono il progetto della mitica cover (poi scartato). Nel libro si possono ammirare numerosi bozzetti e il celebre murale realizzato per la facciata della Apple Boutique in Baker Street.

Sempre legato al mondo dei Beatles psichedelici è Heinz Edelmann, art director del film Yellow Submarine del ‘68, ma fra i protagonisti di Electrical Banana ci sono anche Mati Klarwein, visionario illustratore di Bitches Brew di Miles Davis, Martin Sharp, artista australiano autore della copertina di Disraeli Gears dei Cream, i designer giapponesi Keiichi Tanaami e Tadanori Yokoo, e Dudley Edwards, autore dello sgargiante piano di McCartney e della decorazione della Buick che campeggiava sulla copertina di Sunny Afternoon dei Kinks.

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