Il suo meglio (e il suo peggio): Christopher Hitchens in 5 parole

(Credits: wordle.net)

@fmbattaglia

Scrittore, giornalista, critico letterario, polemista. Ma soprattutto formidabile oratore. Christopher Hitchens se ne è andato il 15 dicembre 2011, stroncato da un tumore all’esofago e ricoperto dai ricordi, i commenti e gli imbarazzi di gran parte delle pagine culturali, italiane e non. Su di lui, si è scritto e detto di tutto.  Ma, a orazione conclusa, l’impressione generale resta sempre la stessa: un’istantatea fuori fuoco. A poco meno di sette giorni dalla sua morte, proviamo allora a ricordarlo grazie all’aiuto di testimonianze, ritratti e recensioni. Provando a restare fuori dalla nebbia di retorica delle orazioni, e con un imperativo: tentare di raccontarlo in modo secco ed essenziale, come il suo stile impone.

Oratoria. Lo ha ricordato Christian Rocca: era probabilmente la sua dote fondamentale. “Si presentava con abito color crema da flaneur, lenti scure a coprire le occhiaie della notte precedente, bicchiere doppio malto invece del cappuccino, ma appena si accendevano le luci dello studio o il microfono iniziava ad amplificare la voce, Hitchens si trasformava nel più imbattibile oratore dai tempi di Demostene. Amava parlare, molto più che scrivere. Stava a discutere per ore, fino a notte fonda. Con tutti e su tutto, mostrando con orgoglio la sua spilletta del partito dei lavoratori curdi appuntata al bavero della giacca e recitando le liriche di oscuri poeti britannici”.

Libertà. Facile a dirsi, molto più difficile a praticarsi. Specie se il concetto (la libertà, appunto) va declinata con una personalità irregolare e ingombrante come quella di “Hitch”. “Avere la libertà di parola non è abbastanza. Bisogna imparare a parlare liberamente”, aveva detto tempo fa. Si dirà: frase facile. E invece no: più che un corredo, l’intento di Hitchens veniva declinato con il rigore di un dogma, anche a rischio (e il rischio capitava spesso) di essere ostintamente controcorrente.

Iraq. La guerra in Iraq è l’esempio più concreto. Lo scrittore vi si schierò apertamente a favore, squadernando tutti i punti di riferimenti dei suoi amici liberal, e provocando un certo smarrimento negli ambienti contigui. La prova più lampante, in Italia, è arrivata post mortem, in una lettera pubblicata sul Foglio a firma di un lettore. “Repubblica ha dedicato un bel po’ di spazio alla morte del grande Christopher Hitchens con un articolo di Enrico Franceschini, il quale non ha trovato il modo, in non so quante battute, di dire che Hitchens si schierò ferocemente a favore della guerra di George W. Bush in Iraq, contro il ‘fascismo islamico’”.

Ateismo. La parola più immediatamente associabile a Hitchens, che ne fece una battaglia personale, totalizzante. Non solo contro la Chiesa cattolica e le sue missioni (come dimenticare il pamphlet La posizione della missionaria?); ma anche contro tutte le altre religioni, tra cui gli “islamofascisti”. L’ateismo (meglio: il suo ateismo) raggiunse picchi di furore iconoclasta. In esso, Hitchens riuscì a coniugare tutti i suoi tratti, e non è casuale che le tre parole usate finora per definirlo (oratoria, libertà e Iraq) abbiano finito per fare parte proprio di quella battaglia.

Amicizia. Susan Sontag,  Martin Amis, Gore Vidal. Ne aveva parecchi. E allora forse vale la pena lasciare a uno di loro, Ian Mcewan, le ultime frasi per ricordarlo: “La miracolosa fluidità della sua prosa non lo abbandonava mai, il suo impegno era appassionato. È rimasto sempre fedele al suo mestiere. Uno scrittore consumato, un amico brillante. Come nella celebre frase di Walter Pater, arso ‘in quella dura fiamma, simile a una gemma’. Fino alla fine.”

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