Sandro Veronesi, il destino inafferrabile dei Baci Scagliati Altrove - Recensione

Baci Scagliati Altrove, particolare della copertina

Baci Scagliati Altrove, particolare della copertina

Per quello che ho visto. Per quello che ho sentito. Per sconcertante necessità. Ciò che deve accadere accade, cantava Giovanni Lindo Ferretti in una mistica visione “elettrificata” del lontano 1997. Ma le strade che il destino prende per giungere a compimento si celano dietro svolte inattese e, spesso, beffarde. In quegli snodi della vita, che si affacciano più intensi e dolorosi durante l’adolescenza, affonda la sua lama di osservatore acuto Sandro Veronesi, con una collezione di storie sorprendentemente organica nonostante la loro natura eterogenea: Baci Scagliati Altrove (Fandango). Cominci a leggere, comincia la vertigine.

Uscito a giugno 2011 con i “Corti” del Corriere, il primo racconto Profezia infetta l’intera raccolta con il germe di una lucidità spiazzante, specie nel dire l’indicibile. Per esempio che l’eutanasia esiste già, che l’istinto di uccidere i genitori è antico quanto il mondo, almeno quanto la tentazione di sopprimere i figli. Un groviglio di pensieri non proprio leggero, che Veronesi si è trovato a vivere in prima persona e ha poi sublimato nel racconto, metaforizzando l’esperienza della morte dei genitori in uno stream of consciousness al futuro. Pochissimi punti fermi, giusto il tempo di riprendere fiato in attesa dell’apocalisse.

La musica prosegue con Quel che è stato sarà, dal registro linguistico più convenzionale ma dove la comunicazione tra padri e figli cortocircuita in una spirale di grottesca immoralità. Pregiudizi e menzogne, incantamenti e paure, sottili torture, abissi di non senso di fronte alla casualità delle scelte che ci segnano per sempre. È questa la cifra delle 14 novelle, ordinate secondo un filo conduttore ideale basato sugli incidenti di percorso in cui si finisce per incappare nel corso di una vita: l’individuazione e la famiglia, il male e la morte, la famiglia e la coppia.

Protagonisti, tanti pesci rossi. I deboli. Un io che pare continuamente soccombere di fronte alla capricciosa danza del destino, quand’ecco che l’inconscio sempre riaffiora con le sue difese arcaiche e archetipiche. Sotto forma di hybris, per esempio, nella Furia dell’agnello, la violenza che è follia e terrore e sgomenta per la possibilità – alla portata di ciascuno, come ben sappiamo – di un’istantanea regressione a uno stadio precedente la cosiddetta civiltà. O sotto forma di un “male dalle fattezze attraenti”. Finché insieme alla morte giunge la consapevolezza di ciò che abbiamo sempre saputo, la scoperta di ciò che avevamo già accanto ma non abbiamo mai riconosciuto.

Ci sono anche momenti più leggeri, per fortuna. Veronesi rielabora con fantasia la tradizione gogoliana iniettando di vita oggetti come una scarpa, un accendino, un vano motore, pauroso ventre che inghiotte. Come in Caos calmo il telecomando dell’auto a un certo punto perdeva la sua caratteristica di oggetto d’uso per diventare un’altra cosa, fonte di sorpresa e di bene, qui una scarpa diviene il simbolo del bisogno d’amore, l’accendino di un’ossessione per quel mistero di una vita “tanto più grande di tutti i suoi pezzi messi assieme”.

Nella forma della novella, arte sottile che da Verga a Calvino a Federigo Tozzi appartiene profondamente alla tradizione italiana, Veronesi sembra trovarsi particolarmente a proprio agio. La brevità lo guida nella disciplina di uno stile asciuttissimo, concentrato unicamente sulle angosce del soggetto. Non c’è alcuna concessione al contorno. Che so, una digressione, un panorama, un ricordo. Niente, tutto è polpa, ogni parola necessaria al funzionamento dell’ingranaggio narrativo e in ultima istanza alla definizione di un climax perfetto.

Ma anche questo libro ha un difetto: è troppo corto, le pagine scivolano via d’un nulla, anche centellinando i racconti sera dopo sera. Si legge veloce anche la bonus track scelta da Fandango in chiusura, Amore di David Foster Wallace (di cui lo scrittore toscano si professa devoto) tradotta da Sergio Claudio Perroni. Fa bene alzarsi da tavola non completamente sazi, si dice, però adesso aspettiamo il seguito di XY con una certa impazienza.

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