Borghesi e Cafonal: il fascino della fotografia nelle invenzioni di Longanesi e Tedeschi

Leo Longanesi (Credits: Ansa)

Leo Longanesi (Credits: Ansa)

Su di lui si è detto di tutto. Su uno dei suoi più riusciti settimanali, si è scritto invece molto meno. Parli di Leo Longanesi, e inizia il coro degli inchini, dei luoghi comuni e delle riverenze. “Grande editore” oppure “geniale intellettuale” o ancora, per i palati più fini, arrivano una serie di calembour e aforismi, tutti di conio del compianto.

Quintali di retorica, insomma, che rischiano di sprofondare nelle sabbie mobile un talento puro, narciso e incontentabile, che ha rivoluzionato il panorama editoriale italiano.

Diventa allora doppiamente meritoria la pubblicazione Il fascino borghese della fotografia, curata da Dario Reteuna e pubblicata grazie al sostegno del Consiglio regionale del Piemonte, che segue di poco la mostra omonima.

Reteuna ha deciso di raccontarvi la storia di uno dei settimanali più controcorrente della nostra storia (che inizia, e non si conclude, con il magistero longanesiano) attraverso uno dei piatti forti di quell’esperienza: la fotografia.

E il racconto - come scrive Vittorio Feltri nella prefazione - è più sintomatico e significativo di molti dei saggi storici usciti negli ultimi decenni.

Chi lo sfoglierà se ne renderà conto, guardando ad esempio la foto scattata a Rimini nel 1958. Si intitola “Pappagalli da spiaggia”, ritrae un gruppo di ragazzotti che si scaldano di fronte a una belloccia in costume che passeggia di fronte a loro con lo sguardo indifferente, e dimostra come il gallismo, nel dopoguerra, non alberga solo a certe latitudini.

Se poi la si confronta con un’altra immagine, pubblicata trenta pagine più avanti e dedicata a una manifestazione femminista del 1975 (”Anno internazionale della clitoride”: così recita il cartello dei manifestanti), ci si rende conto dell’intensità dei decenni del Dopoguerra.

Ma le chicche contenute nella strenna non finiscono qui: la pubblicazione ospita infatti un inserto di immagini (stampate in carta lucida) dedicate a quelli che Giorgio Torelli definì gli “Arcinoti”. Rumor, Andreotti, Moro, Leone, Saragat e tanti altri: sono una trentina gli scatti che ritraggono in pose “estreme” i politici di allora.

“Cafonal”, diremmo oggi grazie a un’azzeccata definizione della premiata ditta D’Agostino-Pizzi. Il Borghese di Longanesi e di Tedeschi, anche in quel caso, ci aveva visto lungo, con mezzo secolo di anticipo.

@fmbattaglia

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