L’eredità di Carlo Fruttero

L'eredità di Carlo Fruttero

di Gian Arturo Ferrari

Carlo Fruttero era un uomo libero, il che può anche non essere questo gran elogio, considerato quel che diceva Giorgio Manganelli, e cioè che in Italia un uomo libero è uno che l’ha fatta franca. Ma la libertà di Fruttero era un’altra cosa, veniva da lontano, per usare un’espressione su cui avrebbe non poco sogghignato. Veniva dal primo Romanticismo, era la libertà del Wanderer, dell’errante, del vagabondo, del giovane, tedesco perlopiù, che a piedi percorreva valli, boschi e campagne per sfuggire all’oppressione urbana e incontrare la verità della natura. Un camminare, questo è il punto, senza una meta prefissata, senza un percorso stabilito, non per arrivare, ma per uscire, per andare.

E questo, da giovane, Fruttero lo faceva davvero, fisicamente. Andava a piedi da Torino a Roma, era minatore in Belgio e lavorante di mille mestierucoli a Parigi. Mentre i suoi simili e coetanei si accodavano a qualche illustre cattedratico e spintonavano per pubblicare sulle rivistine giuste (e anche qui avrebbe non poco sogghignato), lui si procurava di che campare in un modo purchessia e per il resto si lasciava naufragare nei classici e si sprofondava nelle lingue. Nell’amatissimo inglese soprattutto, secco, pulito, senza birignao. Sicché quando poi decise di metter su famiglia fu ben contento di trovare chi il suo inglese lo apprezzasse, e cioè l’Einaudi, dove andò non per il mito, che era ancora in costruzione, ma più o meno con lo stesso spirito con cui Beppe Fenoglio mise il suo di inglese al servizio degli esportatori di moscato d’Asti.

E anche quando poi si trasferì alla Mondadori non lo fece perché sedotto dalla grandeur dannunziana di Arnoldo, ma per lo schietto spirito commerciale che sotto quella grandeur si celava, l’allegra intenzione di fare tanti e bei quattrini con le opere dell’ingegno. E di distribuirli anche, con cordiale generosità, ai collaboratori. Nella chiara cornice del do ut des si poteva salvaguardare la libertà interiore, si poteva evitare il male supremo, cioè l’appartenere, a qualcosa o a qualcuno, l’ovvia anticamera del servire, qualcosa o qualcuno.

Il prevalente cretino è tale perché è inconsapevole, crede di parlare, ma altri parlano in lui; crede di pensare, ma altri pensano in lui. L’esercizio della libertà era per Fruttero un’ascesi, non meno severa perché velata d’ironia, non meno intransigente perché nascosta da modi dimessi, quasi umili. Là sotto bruciava una vocazione assoluta e divorante: per la letteratura, per l’arte. Fruttero, come dovrebbe essere di tutte le persone coltivate, credeva fermamente che la realtà fosse una copia sbiadita della letteratura, dell’arte. Che un verso di Giacomo Leopardi o una frase di Gustave Flaubert avessero questa misteriosa doppia natura, di essere insieme cose umane e cose eterne, la massima approssimazione possibile alla verità. Di fronte alla maestà della vera letteratura, della grande arte, che cosa erano mai le dispute di casa nostra, per non parlare dei premi letterari? Ridicolaggini. Meglio, molto meglio, allora, gli onesti generi (la fantascienza, il giallo) che non pretendono l’assoluto, ma in cui, come in un esperimento di laboratorio, meglio si apprezzano la statica, la meccanica e la dinamica della costruzione letteraria.

Il laboratorio di Fruttero è stato Torino, non perché l’amasse particolarmente (l’amava, certo, per altre ragioni però) ma perché Torino era il bonsai del mondo: non solo c’era tutto, ma tutto era nettamente profilato, minuto e sicuro, ben distinto. Sono nati così i suoi romanzi, con la loro precisione e durezza fiamminghe, con il prodigioso orecchio per la musica dei tempi, con la speranza (nascosta, nascostissima) che qualche bagliore della grande letteratura ci si riflettesse dentro. Amati dagli onesti lettori cui onestamente si rivolgevano. Sprezzati dal mondo letterario, che sentiva di essere, implicitamente, sprezzato. Troppo eleganti, troppo belli. Del resto che cosa poteva pretendere di più, e probabilmente di meglio, il giovane e solitario romantico errante che Carlo Fruttero è, fino all’ultimo, stato?

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