
Una donna accende una candela commemorativa al campo di Auschwitz-Birkenau (Credits: Ansa/Epa/Grzegorz Momot)
Partiamo dalla legge, la numero 211 del 20 luglio 2000. Prescrive di allestire un calendario di “cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti (…) affinché simili eventi non possano mai più accadere”.
L’intento è ovviamente lodevole e meritorio. Eppure, già da tempo, diversi studiosi e saggisti si sono interrogati sulle strumentalizzazioni che un uso distorto del Giorno della memoria può comportare. In particolare, su “alcune possibili derive banalizzanti e sacralizzanti: spettacolarizzazioni della memoria, solidarietà intempestive e discorsi ufficiali proferiti dai più improbabili portavoce dell’antifascismo, letture provvidenzialistiche del genocidio”, eccetera, eccetera, eccetera.
Ma da dove deriva dunque il fastidio che si prova nei confronti del Giorno della memoria e, per converso, la carità retorica di chi la celebra? A domandarselo, in un interessante saggio da poco pubblicato da Bruno Mondadori (Abusi di memoria), è Valentina Pisanty, docente di semiotica nell’Università di Begamo e già autrice di diversi volumi sulla Shoah.
“Il difetto - scrive - sta nel manico, e cioè nella scelta di rubricare la rievocazione della Shoah sotto la categoria della Memoria anziché della Storia. E ciò - si badi bene - non a ridosso degli eventi, quando gli italiani avrebbero potuto attingere ai ricordi vivi di uno sterminio appena perpetrato per interrogarsi sulle proprie responsabilità dirette, ma a distanza di decenni, quando la comunità commemorante cominciava a sentirsi sufficientemente estranea agli eventi in questione da poterli chiudere in una teca da museo”.
Ne discende, inevitabilmente, una “bulimia commemorativa”, figlia tra l’altro del “bisogno compulsivo di coltivare il ricordo di traumi attorno ai quali costruire identità collettive”. Sono tre, in particolare, gli abusi della memoria ricorrenti (e più insidiosi): la negazione, la banalizzazione, la sacralizzazione.
Tutti e tre - sostiene Pisanty - si incastrano come i pezzi di un puzzle, in una sorta di cortocircuito mediatico rischiosissimo. Come? “I negazionisti traggono una legittimazione spuria dalla condanna delle letture sacralizzanti e banalizzanti di un evento che per loro non è mai avvenuto; i banalizzatori si avvantaggiano dell’attenzione ossessiva che i sacralizzatori e i negatori dirigono sulla Shoah per promuovere i propri interessi ideologici e/o commerciali; il tentativo sacralizzante di proteggere la memoria della Shoah dagli abusi dei negazionisti e dei banalizzatori finisce per alimentare entrambi i fenomeni”.
Definire allora il saggio di Pisanty terapeutico non è affatto azzardato: prima che una boccata d’ossigeno, le poco più di centocinquanta pagine del suo libro sono infatti un ottimo antidoto all’assedio retorico che rischia di annidarsi in ogni celebrazione.
- Giovedì 26 Gennaio 2012

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