

di Alberto Krali
Lo sguardo di oggi sulla Germania, beh, comincia in realtà a Londra e a Roma.
Prendiamo gli inglesi. Sono decaduti, con un deficit al 9,3% del pil e una disoccupazione all’8,3%. Hanno immesso 275 miliardi di sterline nel sistema finanziario per tappare le falle dei titoli tossici e smantellato l’industria. Difendono a denti stretti la City perché è tutto quello che possiedono. Per la verità, hanno anche grinta e non temono l’isolamento. «Allora staremo da soli» ha detto David Cameron quando a Bruxelles le cose si mettevano male. Morale: il primo ministro italiano Mario Monti nella sua prima visita di Stato nella capitale britannica si reca nel tempio dell’informazione finanziaria e rende omaggio. Non può fare altrimenti, deve mandare un messaggio urbi et orbi alla finanza mondiale e non può passare che da lì. Il tema è rassicurare i mercati sulla solidità dell’Italia ma al contempo rivolgere un messaggio ad Angela Merkel: in Europa c’è un problema di governance, prima ancora che di numeri.
Molto bene. Peccato che tutto questo ai tedeschi sembri un teatrino, anche se di alto livello.
In effetti, la Germania è un’altra storia. Mai veramente digerita da nessuno. Suscita anche rispetto e ammirazione, ma fin che resta a casa sua. Essere scrupolosi, rispettosi delle gerarchie ma non servili, affidabili, puntuali… Roba che presuppone la vita come serietà e che non fa sognare. L’organizzazione è la sfida del nuovo secolo e loro si adeguano, fino a farne una macchina da guerra. La politica va di conseguenza. Prendiamo Gerhard Schröder, l’ex cancelliere. Di suo era vanesio e amante del bel vivere. Però ha ridotto l’assegno di disoccupazione a 351 euro mensili più l’affitto e costretto i disoccupati ad accettare il primo lavoro offerto. Poi ha introdotto i contratti aziendali. Per un socialdemocratico col mito dello Stato sociale, un sacrificio enorme. Ma lo ha fatto. Al punto di perdere le elezioni e lasciare alla sua avversaria, ora al governo, i frutti del rigore. La Germania è avanti, ha ritmi di crescita inimmaginabili per gli altri europei, gli stipendi sono il doppio dei nostri. Primi della classe: è l’ambizione tedesca. Ha un bel dire, Monti. «Lavoro perché l’Italia somigli il più possibile alla Germania» ha dichiarato a Die Welt per la visita a Berlino dell’11 gennaio. Ma la Cancelleria è cauta con lui. Così la Federazione del commercio per bocca del suo presidente Anton F. Börner ammonisce: «Roma è sulla strada sbagliata se crede di aumentare la competitività senza dure riforme». Wolfgang Franz, il capo dei cinque saggi di politica economica, è più diplomatico ma il risultato non cambia: «L’Italia ha un’economia abbastanza solida per cavarsela da sé».
L’opinione pubblica tedesca e la classe dirigente del Paese mantengono un atteggiamento scettico verso l’Europa del debito pubblico. Ma la Germania non è solo Angela Merkel e il suo elettorato. Lì c’è anche gente che ha fatto l’Europa e l’euro, come Helmut Kohl. E l’ex cancelliere Helmut Schmidt al congresso Spd ha titolato la sua relazione: «In Europa, con l’Europa, per l’Europa». Tutti sanno che vuol dire una cosa sola: la Germania dovrà pagare. Rendere il guadagno degli anni dell’euro, quando la domanda dei vituperati Pigs teneva in piedi la produzione tedesca e le permetteva quella riconversione che, con il marco, mai avrebbe potuto sostenere. La domanda interna languiva e non dava sbocco ai prodotti dell’industria, allora non competitiva con le economie emergenti. Con i debiti degli spendaccioni l’economia tedesca si è fatta le ossa ed è diventata grande. Mai l’imprevidenza del Sud ha potuto coniugarsi così bene con il rigore del Nord. A Berlino l’hanno capito e già sentono l’eco delle parole del loro storico scrittore Carl Zuckmayer: «Conosco un detto prussiano, Suum cuique, che in tedesco significa: ognuno per sé, ma la parte più grossa a me».
Primi della klasse. La crisi europea e il ruolo della Germania di Alberto Krali, (Cairo editore), 13 euro
- Martedì 31 Gennaio 2012

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