Tiberio Timperi: ogni figlio ha diritto al papà

Tiberio Timperi: ogni figlio ha diritto al papà

di Tiberio Timperi

«Nel nome del figlio ma anche del padre»: finiva così la mia lettera pubblicata da Panorama, nel settembre del 2010. Separato, raccontavo dell’impossibilità di vedere liberamente mio figlio. Dell’esito delle denunce penali (archiviate perché insussistenti) ricevute dalla mia ex moglie e diffuse pochi giorni prima da un autorevole quotidiano. Come padre e personaggio pubblico sentivo il dovere di fugare ogni ombra di sospetto. E invece…

Matteo Sereni, calciatore, approfitta dei microfoni di Sky per salutare i figli che non vede. Un padre separato uccide la figlia e poi si suicida. Il cortocircuito mediatico s’impossessa della tematica del divorzio e della legge sull’affido condiviso. Per almeno un mese non si parla d’altro. Si moltiplicano le inchieste. Risultato? In Italia, la legge sul condiviso non viene rispettata. Il padre che vuole fare il padre viene ignorato. Con buona pace dell’articolo 3 della Costituzione che dovrebbe garantire pari dignità sociale.

Alberto Bucci, ex presidente del Tribunale di Roma, proprio dalle colonne di Panorama, parla nel settembre 2010 di orientamento culturale di una certa magistratura incline alla madre.

Non ci sto. Sento di dover fare qualcosa. Agisco. Uso la mia esperienza e popolarità per costruire, o almeno provarci, un destino diverso per gli altri 4 milioni di padri separati e per i nostri figli. Mi informo, raccolgo dati, incontro esponenti del mondo politico e istituzionale, rappresento loro la gravità sociale della mancata applicazione della legge sul condiviso. Partecipo a dibattiti e convegni di partito, relatore in commissione Giustizia al Senato. E ancora, una mozione parlamentare che il Fli sta perfezionando in questi giorni. Mio malgrado, divento un punto di riferimento per tanti genitori separati. Padri e madri. E del loro dolore, frutto della non applicazione del condiviso. O della non riuscita dell’istituto della condivisione.

La cosa ci riguarda, parliamone. La legge sul condiviso non parla di genitore prevalente. Eppure il minorenne è sempre «collocato» (invenzione linguistica) presso la madre. Diversi tribunali italiani sposano il neologismo. Un mese fa, a Roma, al Salone della giustizia, ho mostrato un modulo del Tribunale di Brescia con prestampata la dicitura «genitore collocatario». Ma non è tutto. Contrariamente a quanto previsto dalla legge, che parla di rapporto equilibrato e continuativo con il figlio, solitamente al padre spettano mercoledì e fine settimana alterni. Totale: otto giorni al padre e 23 alla madre.

Questa è pari dignità sociale? Perché la macchina della giustizia non funziona? Perché certi pregiudizi sono duri a morire? Fateci caso: la madre è buona a prescindere, il padre, al contrario, deve dimostrare di essere un buon genitore. Come il Leonardo del mio romanzo Nei tuoi occhi di bambino (Longanesi).

A complicare le cose, certi «addetti ai livori» che, invece di moderare i toni, alzano artificiosamente la conflittualità. Esistono certi assistenti sociali che danno la sensazione di essere tanto impreparati quanto ideologizzati. Completano il quadro certi psicologi, che a volte, amici e colleghi, lavorano dalla stessa parte, altre su fronti opposti.

Queste sono cose ormai note a tutti, ma ora è finito il tempo delle denunce, adesso bisogna cambiare, guardare all’Europa, introdurre i patti prematrimoniali, eliminare la separazione, istituire il divorzio breve, punire severamente chi non rispetta i provvedimenti del giudice.

Ma, leggi a parte, c’è un quesito etico: è giusto che uno dei genitori abbia più diritti dell’altro solo per avere tenuto nove mesi in grembo il figlio? Un figlio si fa in due. E si cresce in due, o almeno si dovrebbe.

Nei tuoi occhi di bambino si rivolge a tutti, in particolare a chi non è separato. A chi non si rende conto di quanto sia importante dare il bacio della buonanotte. A chi è inconsapevole protagonista di una felicità cui è abituato. Un’abitudine pericolosa.

Qualcuno mi ha chiesto se con il mio libro aspiri a un premio. L’unico premio che mi piacerebbe ricevere sarebbe quello di cambiare radicalmente il diritto di famiglia, diritto che fotografa un’Italia ferma agli anni 60. Ma c’è anche un altro messaggio che affido a questo libro. Ed è rappresentato da ciò che di positivo si può costruire facendo leva sugli imprevisti che la vita ci riserva. È questa la lezione di vita che lascio in eredità a mio figlio Daniele. Nel nome del padre e stavolta, finalmente, nel nome del figlio.

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