Archivio per autore: » antonietta.demurtas

Un locale raccontato in un libro, a partire dai suoi clienti: è Nordest caffè , il primo volume della collana editoriale Your space, un progetto tutto milanese che vuole raccontare i luoghi di aggregazione della città attraverso le testimonianze di chi quei luoghi li vive ogni giorno. Il primo a essere messo nero su bianco è appunto il Nordest, un bar nel cuore dello storico quartiere Isola che dalla colazione fino al brunch domenicale diventa la casa di affezionati e clienti di passaggio. Cento di loro hanno accettato di raccontare i propri gusti e le proprie abitudini: dal cocktail preferito al giornale più letto, sino ad arrivare alla vita privata, ai sogni e ai ricordi. Come quelli di Eugenio Viganotti, ladro di galline che frequentava il locale fin dagli anni Ottanta, quando “c’era gente della malavita … quando venivano grandi boss come Turatello”, fino a Marisa Nidasio, classe 1938, compagna di giochi di Silvio Berlusconi “lui abitava qui vicino”, racconta, “Ci incontravamo in strada, era molto galante con me. Ma a me non piaceva, era goffo”. Dalla fotografia ai dati personali, i clienti diventano protagonisti e si mettono in rete. Se infatti il libro è acquistabile nel locale da cui prende il nome, le sue storie si trovano anche in una pagina di MySpace, dove è possibile sfogliare le cento pagine di racconti accompagnati dalla musica di John Coltrane.

In un momento in cui tutti vogliono apparire e raccontarsi, il fotoreporter Marcello Mencarini e il giornalista Paolo Papi hanno raccolto le testimonianze di uomini e donne, che oltre ai loro vissuti hanno deciso di dare i propri dati personali, compreso l’indirizzo e-mail, per creare, a partire dai racconti di vita reale, una rete virtuale dove confrontarsi e incontrarsi.
Da Isola della mala a Isola della moda, il crocevia temporale e locale di un quartiere in continua trasformazione diventa così un locale e la sua gente. I prossimi volumi di Your space potrebbero raccontare le storie di vita dei clienti di una libreria come di un supermercato. Insomma un esperimento di giornalismo dal basso che attraverso un’indagine sugli spazi della contemporaneità ha voluto spezzare il luogo comune che vede oggi, nell’era del virtuale, la socialità solo attraverso un click e una webcam.
Un archivio emozionale di microracconti che descrive, dall’aiuto regista alla stilista, dall’edicolante single all’impiegato separato, passando per il famoso dj al designer di Tel Aviv, un mondo reale che sa anche diventare virtuale.
“Un bambino scomparso è una fotografia che non invecchierà mai”. Per Caterina Boschetti, giornalista e autrice de Il libro nero dei bambini scomparsi (Newton Compton editori, 430 pagine) in libreria dal 29 maggio, è venuto il momento di togliere quelle foto dal cassetto e ricordare a tutti un dramma troppo spesso sottovalutato. Dopo Il libro nero delle sette in Italia (sempre Newton Compton), Boschetti racconta il mondo dell’infanzia negata e dà un volto a tutti quei bambini spariti nel buio. Che non sono pochi: secondo il rapporto annuale del Viminale sono 23.545 le persone sparite nel 2007, tra esse 9.710 sono minori. Le cause vanno dalla fuga volontaria al sequestro da parte di uno dei genitori, dalla riduzione in schiavitù al traffico di organi, dalla pedocriminalità al rapimento per scopo di estorsione.
Come è nato questo libro inchiesta?
Ho iniziato con una ricerca storica del fenomeno: a partire da Paolo Ratti, il primo bambino scomparso nel 1963 , ai sequestri di Farouk Kassam e Augusto De Megni. Ho cercato di raccontare questa piaga attraverso le testimonianze dei familiari delle persone scomparse e mai più tornate a casa, da Paolo Onofri, il padre del piccolo Tommy, a Luciano Paolucci, genitore di Lorenzo, il bambino sequestrato e ucciso dal mostro di Foligno. Con l’aiuto dell’Interpol, della Polizia di Stato e Postale, ma anche grazie al Ministero dell’Interno e della Giustizia ho analizzato i dati e i singoli casi.
Cosa è emerso?
Che c’è poca informazione. Se non fosse per la trasmissione Chi l’ha visto, oggi in Italia quasi non si parlerebbe di persone scomparse. Non esiste un numero verde per i bambini scomparsi, nè una banca centrale degli obitori e dei dati nazionali del dna. Manca un fondo per le vittime e le loro famiglie: anche stampare volantini costa. Non basta indignarsi quando scompare un bambino, altri Paesi hanno avviato sistemi per aiutare queste persone e noi dovremmo prendere esempio da loro. E poi volevo sfatare i luoghi comuni.
Quali?
Raccontare che non esistono solo i casi terribili di Denise Pipitone e Angela Celentano, ma mille altri come lo scenario tremendo del mondo nomade: un bimbo rom rende dai 500 ai mille euro al giorno, e così vengono venduti e usati per accattonaggio e borseggio.
Cosa spera da questo libro?
Che la gente si sensibilizzi al problema. Il 25 maggio è la Giornata internazionale dell’infanzia negata. Chi scompare lascia un segno indelebile. Non cancelliamo il problema con l’indifferenza.

L’Italia frena, anzi frana, lentamente. A un mese esatto dalle elezioni, Ostaggi dello Stato (Guerini e Associati), il nuovo libro di Luca Ricolfi, scende come una spada di Damocle sulla testa dell’ultimo governo.
Il sociologo torinese analizza le origini politiche del declino e dell’insicurezza del Paese attraverso una raccolta di analisi effettuata da sette ricercatori, esperti in sociologia, psicologia, comunicazione ed economia. La diagnosi è impietosa. Per Ricolfi “i dati dicono che è toccato al governo dell’Unione contribuire a rendere più vero che mai lo slogan che le ha fatto vincere le elezioni: non riesco ad arrivare alla fine del mese”.
Secondo l’Osservatorio del Nord Ovest, fondato dal sociologo, tra gennaio 2007 e febbraio 2008 il numero di famiglie in difficoltà economiche è aumentato del 50 per cento. Ciò vuol dire che “due milioni di famiglie, ovvero cinque milioni di persone, nell’ultimo anno, sono entrate nella povertà”. Il motivo? “Se in due anni sottrai 95 miliardi di euro dalle tasche degli italiani, è evidente che ci sono questi problemi” spiega amareggiato.
Ecco allora perché il cittadino si sente ostaggio dello Stato che, se è troppo presente dove non dovrebbe: istituzioni e sanità, è assente dove invece dovrebbe esserci: criminalità organizzata, sistema giudiziario. I delitti fanno crescere l’insicurezza dei cittadini “Siamo al massimo storico dal dopoguerra, stiamo sfiorando i tre milioni di delitti”. Ma non solo. La somma delle spese e delle tasse è in aumento, dal 2003 cresce a un ritmo superiore rispetto a quello di crescita europeo. “La mia critica alla Finanziaria 2007 del governo Prodi è che ha ridotto il tasso di crescita intenzionalmente” spiega Ricolfi “Hanno scritto nel D.P.E.F che ci avrebbero massacrati di tasse, ecco quindi la limitazione della libertà: meno risorse, più adempimenti e tasso di crescita più lento”.
Ricolfi, uomo di sinistra, non difende nessuno, né “la casta”, né chi l’ha votata. “La classe politica avrebbe bisogno di meno coraggio se ne avessimo più noi”, commenta lapidario. Il sociologo si limita a leggere i dati degli ultimi due anni e questi sono i risultati. E le soluzioni? “Bisogna rendersi conto che ci sono dei problemi, come in matematica, che non hanno soluzione e per me il rebus italiano fa parte di questa famiglia di problemi. Ma ovviamente la speranza” coclude “è l’ultima a morire”.

La Barbagia ha riportato su di sé l’onta di quella Sardegna criminale che Giovanni Ricci racconta nell’omonimo libro (Newton & Compton, 14,90 euro, 492 pagine). Sei colpi di pistola, quattro alla schiena e due alla testa quando ormai era a terra, così è finito il 2007 in Sardegna. L’uccisione di Peppino Marotto, il poeta sindacalista di 82 anni ha risvegliato codici e sentimenti che sembravano sopiti. E anche il 2008 è iniziato con altre otto “esecuzioni”.
Per capire che cosa significhi la parola “criminalità” nell’isola, Ricci, che è capitano dei carabinieri della compagnia di Nuoro e assistente di Storia del diritto italiano all’Università di Sassari, si toglie la divisa e veste i panni dello studioso. Nel suo libro racconta un viaggio lungo trecento anni nella storia criminale della Sardegna. Dal banditismo del periodo spagnolo, passando per le disamistades di Orgosolo, sino ai rapimenti dell’ Anonima sequestri e alle stagioni di Barbagia Rossa.
Dopo gli ultimi fatti di cronaca l’opinione pubblica ha ricominciato a parlare di codice barbaricino. Un luogo comune?
Quasi sempre sì. Quando si verificano omicidi con tecniche esecutive tradizionali come l’utilizzo di fucili da caccia caricati a pallettoni, si parla di vendetta sociale, guerre private (disamistades), omertà, ma il fenomeno è complesso e non può essere liquidato con la riesumazione delle vecchie norme dell’ordinamento barbaricino.
La vendetta oggi salva ancora l’onore? E l’omertà?
Alcuni omicidi, nel nuorese, richiamano il vecchio codice: “L’offesa deve essere vendicata. Non è un uomo d’onore chi si sottrae al dovere della vendetta”. L’omertà, purtroppo, esiste ancora e ha origini antiche, che risalgono al periodo spagnolo, quando l’amministrazione della giustizia era affidata al miglior offerente. Chi era ricco evitava il carcere pagando una sanzione pecuniaria; i poveri, invece, erano costretti a darsi alla macchia e i feudatari punivano i pastori e i contadini che li aiutavano.
È l’impunità che favorisce il desiderio di farsi giustizia da soli?
Nelle zone più interne della Sardegna, l’impunità è molto frequente perchè i familiari delle vittime raramente si confidano con le forze dell’ordine, i testimoni non parlano, i sicari contano sull’atavica omertà di questa gente. Nessuno può negare il cattivo funzionamento di alcune istituzioni dello Stato, ma spesso ci si dimentica però che lo Stato siamo anche tutti noi.

Alla morte della madre, Lorenzo parte per la Romania, la terra in cui la donna, imprenditrice italiana, aveva scelto di delocalizzare la sua azienda. In viaggio nell’antica Dacia, il giovane protagonista dell’ultimo libro di Andrea Bajani, Se consideri le colpe (Einaudi, pp. 170, euro 14), scopre però che quella non è terra di fortuna, ma il nuovo Far East dei pionieri italiani. Un romanzo di ricordi che racconta, con spirito d’inchiesta, l’esodo di due popoli. Gli italiani che vanno a fare affari in Romania, e i romeni che scappano in Italia per fuggire alla miseria.
“Volevo raccontare la storia di un esodo incrociato” spiega a Panorama.it Andrea Bajani “questo incontrarsi alla frontiera. La Romania è stata per noi la terra di elezione: noi siamo stati i primi investitori, siamo andati lì per vicinanza culturale, ma soprattutto per avere manodopera a basso costo. Eravamo e siamo spinti da una logica di profitto”.
E i rumeni?
Loro da un lato vengono qui a cercare fortuna e da un lato sperano che sia l’Occidente a portarla nel loro paese.
E invece?
Quello che vedono è solo un apparato simbolico, propaganda. Noi lì abbiamo portato le vetrine, i centri commerciali, l’Ikea. Ma per i loro stipendi tutto questo è inaccessibile. Una vetrina e un negozio chiuso con su scritto torno subito.
Gli italiani hanno mentito?
Hanno sempre avuto un atteggiamento paternalistico. Vanno in Romania per cercare personale a basso costo. E diventano padroni due volte: della fabbrica e del luogo intero, perché lì sono gli unici ad avere i soldi. Per questo non esiste e non è mai esistita una vera integrazione, né qui né lì. Cos’, a rimetterci, in entrambi i casi, sono i rumeni, sfruttati anche a casa loro e impiegati in Italia per i lavori più umili. Vivono nella miseria, e la miseria, purtroppo, porta con sé brutte conseguenze.
Nel tuo libro scrivi “i rumeni lanciati come proiettili dall’altra parte del mondo”. Ma non c’è solo la fuga. L’opinione pubblica italiana è allarmata dalla delinquenza…
Certo, c’è anche quella. Terribile e deprecabile. Ma spieghiamola, non raccontiamola come il frutto di un’attitudine intrinseca di un popolo.
Di chi è la colpa di questa situazione?
Non dobbiamo individuare le colpe. È quello che sta succedendo ora, ed è un errore. Si cerca a tutti i costi un capro espiatorio. È raccapricciante. L’individuazione della colpa annulla il dialogo, invece noi dobbiamo discutere e poi agire di conseguenza. Non dobbiamo individuare i colpevoli per rassicurare gli italiani in maniera discutibile.
Come sono visti gli italiani in Romania?
Non benissimo: furbi e un po’ truffaldini. Ma tutto sommato risultano affascinanti. Per questo i rumeni sperano, venendo qui, di trovare un futuro migliore.
E l’Italia ha scommesso sulla Romania o la usa e basta?
Se oggi tutti gli operai rumeni si fermassero per cinque ore in Italia sarebbe un grosso problema economico. Se lo facessero in Romania sarebbe un problema globale.
Noi ci siamo andati con la certezza di trovare la fortuna. Loro in Italia vengono per la sopravvivenza.
Cosa pensi del decreto espulsioni?
Rischia di disintegrare. Aumenta la diffidenza. È stata una reazione istintiva e fascista. La sinistra dovrebbe essere quella che considera le cause, non le colpe.

Dentro una libreria nuorese, Peppe Podda e Raffaele Casula vendevano i romanzi di Grazia Deledda, Giuseppe Dessì, Salvatore Satta e non solo. Un giorno decisero che anzichè vendere, sarebbe stato più divertente pubblicare, magari partendo proprio dalla riedizione delle novelle deleddiane. I due librai si trasformano in editori, Giancarlo Porcu da autore diventa editor, e nasce così, nel 1992, la casa editrice Il Maestrale (oggi 67 autori, 20 titoli all’anno e 120 libri in catalogo).
Il vero successo arriva però con i romanzi di Marcello Fois, Giorgio Todde e Salvatore Niffoi, che tradotti in Spagna, Francia, Inghilterra e Giappone, fanno librare nell’aria una specie di “nouvelle vague sarda”, così definita per la prima volta da Goffredo Fofi proprio su Panorama.
Per Marcello Fois, oggi autore Einaudi, ma ancora legato all’editrice sarda, “le nouvelle vague sono sempre il frutto di qualcosa, e la scrittura è quel frutto che Il Maestrale ha saputo cogliere”. Fois, dopo aver vinto il premio Italo Calvino 1992 con Picta, arriva al Maestrale con Nulla. Era il 1997. Un anno dopo Sempre caro, in coedizione con Frassinelli, diventa un caso letterario tradotto in venti paesi e fa conoscere al mondo l’editrice nuorese, che inizia a cercare nuovi talenti. Nel 1998 Salvatore Niffoi (oggi campione di incassi con Adelphi) e nel 2001 Giorgio Todde diventano gli esordienti più promettenti. Come Alessandro De Roma, l’ultimo fortunato acquisto dell’editrice che oltre a scoprire nuove penne continua a seguire quelle già collaudate: a fine ottobre pubblicherà il nuovo libro di Francesco Abate, I ragazzi di città, e farà conoscere un’altra esordiente: Annalena Manca con L’accademia degli scrittori muti.
Per Il Maestrale, che è riuscita a varcare i confini isolani grazie alla presenza in 2500 punti vendita in tutta Italia (distribuzione Rcs), il segreto contro la bonaccia è proprio la ricerca di ciò che non è mai stato pubblicato. Niffoi (nel 1997 aveva fatto stampare a spese proprie Colorado da edizioni Solinas, ma è stato scoperto e pubblicato per la prima volta da Il Maestrale con Il viaggio degli inganni), De Roma e Alessandra Neri hanno mandato i loro manoscritti e la stampa ha iniziato a girare, grazie a “un grande lavoro di editing”, racconta Porcu, “con una redazione di cinque persone e una squadra di lettori esterni”. Dei circa 400 manoscritti che ogni anno arrivano, solo l’uno per cento vede la luce. “Lo scrittore deve saper usare la parola” spiega ancora Porcu “ma anche narrare e impressionare, come Niffoi, che nella lingua usa dal sublime all’infimo”.
A gennaio uscirà un saggio sulla letteratura che si è occupata degli anni di piombo, Una tragedia negata di Demetrio Paolini. Con Corpi estranei di Pierpaolo Giannubilo debutterà invece la narrazione ispirata alla cronaca. Oltre alla ricerca del nuovo si aggiunge ora la sperimentazione di nuovi generi letterari.
Gli ultimi commenti