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Il Festival della letteratura di Mantova in dieci star

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Il Festival della letteratura di Mantova comincia il 9 settembre. Il programma è già disponibile on line (qui in pdf). Gli incontri sono più di duecento, distribuiti in cinque giornate. Ecco un percorso possibile. Dieci appuntamenti con dieci star. Continua

Al Festival della Letteratura di Mantova senza saper né leggere né scrivere

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Appuntamenti insoliti al Festival della letteratura di Mantova. Si comincia ad alta voce con un incontro che s’intitola proprio così: “Ad alta voce”. Un laboratorio per educare bocca, corde vocali e polmoni alla lettura. Ormai nessuno usa più la voce per leggere. Si fa tutto a mente, magari andando di corsa e saltando qualche frase. Continua

Processo all’editor

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(Particolare della copertina di “Principianti”, Raymond Carver - Einaudi)

Diavolo di un editor. Povero editor. Addio all’editor ucciso dal mercato. Sono i titoli di alcuni articoli usciti in questi giorni. Torna così all’attenzione dei lettori una figura che in genere rimane nell’ombra.

A inaugurare la discussione è stato un articolo del Riformista. L’8 luglio, Domenico Peste, in coerenza con il nome (o lo pseudonimo), passava ai raggi x i libri finalisti del Premio Strega. Un lungo elenco di assurdità, cadute di stile, errori da matita blu. Un esempio per tutti è l’ormai nota frase del libro di Scurati (Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani). Pagina 131: “A Garlasco, in provincia di Pavia, il cadavere di Chiara Poggi, una giovane di 26 anni, viene ritrovato privo di vita”.

Non abbiamo sotto mano il libro di Scurati. Ci fidiamo di Domenico Peste. E anche se è scoretto giudicare una singola frase fuori dal contesto, leggendo gli strafalcioni che Peste cita da altri autori sorge una domanda: dove’era l’editor? Dov’era cioè quella figura che dovrebbe “evidenziare carenze o aggiustamenti, che saranno richiesti all’autore affinché il libro assuma la forma finale per la pubblicazione”?

Per Carla Benedetti gli editor sono tutt’altro che assenti. Nel suo articolo, Diavolo di un editor (L’Espresso, 9 luglio), scrive: “C’è ormai tutta una filiera professionalizzata di curatori editoriali, agenti letterari, agenzie di editing, che lavorano sul testo prima di proporlo a un editore. Negli ultimi anni è cresciuta come un rampicante, con propaggini nelle case editrici e radicine sparse fin dentro alle scuole di scrittura”. Risultato: i libri finiscono tutti per “somigliarsi”, in funzione del mercato. (Di standardizzazione si parla anche su Anobii).

Per dare un’idea di editing invasivo, Benedetti cita la madre di tutte le polemiche: il rapporto Carver/Lish, un caso che qualche anno fa ha fatto sentire raggirati i fan di Raymond Carver. Gordon Lish, l’editor di Carver, non si limitava a dargli consigli o a sorvegliarne il lavoro: aveva tagliato racconti a metà, stravolto i finali, cambiato la punteggiatura per rendere il testo più rapido e sincopato. Per faresene un’idea basta confrontare Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (la versione editata da Lish) con la versione originale, Principianti, appena arrivata in liberia per Einaudi. Sul tema c’è un vecchio articolo di Baricco e una lunga riflessione su questo blog. E Lish è ormai passato alla storia come l’emblema dell’editing invasivo.

Mario Baudino su La Stampa gira il tema ai diretti interessati. Ferruccio Palazzoli, storico editor Mondadori, contrario a un “editing uniformante” puntualizza: “C’è un editing principale, che si rivolge alla struttura del testo, e un altro che potremmo definire lavoro di redazione. Quest’ultimo riguarda le piccole imperfezioni, le scelte lessicali, le sviste (…) L’editing principale, che è invece importantissimo, si fa quando ne vale la pena”.

Ma quand’è che ne vale la pena? Cosa succederebbe se gli editori provassero a pubblicare i manoscritti così come arrivano in redazione? La domanda se la sono posta un paio d’anni fa Alessandro Baricco e Dario Voltolini. Che all’interno della casa editrice Fandango hanno realizzato la collana “Quindicilibri” con l’intenzione di pubblicare quindici libri senza editing (qui gli ultimi due).

“Per ora ne abbiamo pubblicati cinque e siamo molto soddisfatti” ci spiega al telefono Dario Voltolini. “Il nostro intervento sui testi è soltanto a caccia di refusi. Non cambiamo nulla né per quanto riguarda lo stile né per quanto riguarda l’architettura del romanzo. Sarebbe un peccato appiattire le particolarità di un autore in favore di un gusto dominante” dice “Sarebbe come stravolgerne la personalità”. “Tutto ciò” conclude “è possibile soltanto se un’opera è buona in partenza“.

Qui però si aprirebbe un altro discorso: quello sui criteri di scelta da parte degli editori. Lo chiudiamo subito, ricordando Elio Vittorini che riteneva “mediocre” e “impubblicabile” un certo Georges Simenon.

Internet è senza senso! La salvezza è solo nei libri. Parola di Bradbury. E (forse) di Saul Bellow

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“Internet è senza senso”, parola di Ray Bradbury. Che fa sapere: “Alcune settimane fa mi hanno chiamato da Yahoo. Volevano mettere online un mio libro. Sapete che gli ho risposto? Andate all’inferno. Andate all’inferno voi e Internet!”.

L’autore di Fahrenheit 451 non ha un nuovo libro in uscita. Se torna a parlare con i media è per la sua nuova campagna: salvare le Biblioteche Pubbliche della Contea Ventura, un’area a circa 80 chilometri da Los Angeles. Rischierebbero di chiudere a causa di un forte deficit.

Credo nelle biblioteche perché molti studenti non hanno soldi. Quando mi sono diplomato alla scuola superiore, era l’epoca della Grande Depressione e non avevamo soldi. Non potevo andare al college, così sono andato in biblioteca tre volte la settimana per dieci anni” spiega.

Ma il web non potrebbe assolvere alla stessa funzione delle biblioteche? Diffondere cioè conoscenza gratis? Per Bradbury la risposta è no. Perché “Internet è una grossa distrazione. Non ha significato. Non è una cosa reale, come un libro”.

Bradbury, insomma, ha del web la stessa considerazione che ha della televisione. Parlando del suo romanzo Fahrenheit 451 (che immagina un mondo in cui i libri sono dati alle fiamme per il “bene della società”), ha spesso dichiarato che si tratta di un libro contro la televisione. Contro i rischi di omologazione della cultura televisiva.

“Distrazione”. “Omologazione”. Ne parlava anche Saul Bellow (Nobel per la letteratura nel 1976). In un articolo dal titolo “Un insopportabile stato di frustrazione” (riproposto sul blog dello scittore Giuseppe Genna), l’autore (morto nel 2005)  si domandava: in quale modo un narratore può imporsi all’attenzione dell’uomo contemporaneo, visto che ormai “abbiamo imparato ad ascoltare e non ascoltare, a essere presenti e assenti allo stesso tempo”? La condizione riguarda chiunque navighi in rete (quanti di voi stanno leggendo questo articolo tra una mail, una riunione e due righe buttate lì in chat?).

Bellow cita giornali e tv. Parla di quantità. “In un qualsiasi giorno della settimana il New York Times contiene più informazioni di quante un contemporaneo di Shakespeare avrebbe potuto raccogliere nell’arco di una vita intera (…)”. E di qualità. “Ci sono persone convinte che la pletora di informazioni contenute nel Times o in qualsiasi altro quotidiano o rivista abbia in realtà poco valore. Ci sono anche osservatori autorevoli che sostengono la tesi secondo cui i giornali non danno affatto agli americani una rappresentazione reale del mondo”.
(…)
“Forse ciò che noi cerchiamo attualmente nella televisione è distrazione sotto forma di realtà“.
(…)
“Alla fine la distrazione ci cattura tutti e annienta la nostra capacità di attenzione”.
(…)
“I media, con la loro misteriosa tecnologia, possono fare ben poco per insegnarci a leggere nei fatti. Fanno parte anch’essi dell’eccitazione che generano. Non sono in grado di fare luce sulle enormità che riferiscono”.

Bellow nel suo articolo non parla di web. Ma come non paragonare tutto ciò all’informazione che viaggia in rete?

Infine l’autore tira le somme. E torna al libro.  “Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua. Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo”. Eccola, secondo Bellow, la differenza tra tv, giornali e la voce di un narratore espressa in un libro.

C’è da scommetere che Bradbury sottoscriverebbe parola per parola.

L’articolo integrale di Saul Bellow è qui: “Un insopportabile stato di frustrazione”

LEGGI ANCHE: I teenager vanno in rete solo per divertirsi. E non usano Twitter. Un quindicenne smonta i luoghi comuni

Federico Aldrovandi, picchiato a morte. Una storia di violenza. E un romanzo a fumetti

Zona del silenzio

- LA GALLERY

Colpito su tutto il corpo con pugni, calci, colpi di manganelli. Ammanettato in una posizione che lo ha fatto soffocare. Federico Aldrovandi è morto così. Durante un intervento di polizia, il 25 settembre 2005. Ora si è fatta giustizia. Federico non è morto perché “drogato” come si erano ostinati a ripetere i colpevoli. Omicidio: il tribunale di Ferrara ha riconosciuto un “eccesso colposo nell’omicidio colposo”. E ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati.

“Per il momento abbiamo avuto giustizia, io però avrei dato l’ergastolo, soprattutto spero che i quattro vengano licenziati dalla polizia. La vera giustizia sarebbe poter rivedere nostro figlio, ma questo purtroppo non si può avere” ha commentato Lino, il padre di Federico.
“La condanna è più che chiara, assoluta, è quanto chiedevamo”: ha aggiunto la madre, Patrizia Moretti.

Per entrambi i genitori, ora è il momento anche del rispetto e della dignità: tutte le persone che hanno parlato male di Federico, comprese le forze dell’ordine, dovrebbero ricredersi, scusarsi. Ma tutta la vicenda, avvolta com’era tra reticenze e omertà, non sarebbe mai venuta allo scoperto se lei, la madre di Federico, non si fosse battuta col suo blog.

“18 anni, Federico Aldovrandi aveva 18 anni” scriveva una lettrice di Panorama.it sul nostro forum nel 2007 “Una sera Federico viene fermato da quattro poliziotti, non si sa perché ma lo picchiano. Molto. Forse un po’ troppo, perché lui muore, senza motivo. Due manganelli rotti per spezzargli le ossa, calci in faccia. Dopo non si sa nulla, i poliziotti si rendono conto di aver combinato un casino e dicono che il ragazzo si è ucciso, da solo. Si sarebbe pestato a morte da solo. Il questore, il procuratore della Repubblica lasciano correre, si disinteressano del caso. I documenti vengono falsicati, i testimoni stanno zitti, Ora gli agenti accusati dell’omicidio saranno processati. Speriamo si riesca capire come è possibile che un ragazzo di diciott’anni muoia in questo modo”.

“Vedo che l’argomento riscuote poco interesse” rispondeva un altro lettore “qui come su tutti gli altri media. Peccato, perchè è una storia importante. Siamo troppo presi a ciarlare della politica/gossip dei nostri parlamentari, e non ci accorgiamo più delle notizie serie”.

“La stampa ne parla poco” faceva eco un altro lettore “ma la rete ne parla eccome”.

Le notizie si diffondono. Il blog della madre di Federico continua a scavare. Ci vorranno quattro anni per arrivare a una sentenza.
Da quel blog e da un lungo lavoro d’inchiesta ora è nato anche un libro, un romanzo a fumetti: Zona del silenzio, Una storia di ordinaria violenza italiana, di Checchino Antonini, Alessio Spataro (Minimum Fax).

ASCOLTA l’intervista ad Alessio Spataro e Patrizia Aldrovandi. Parlano del libro su Radio Onda Rossa a qualche giorno dalla sentenza ASCOLTA .

LA GALLERY

Zona del silenzio

Un autore senza fissa dimora, una bicicletta, un blog, un libro

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Un ragazzo perde la casa. Finisce per strada e poi in un dormitorio. Per vincere la disperazione si attacca a un diario. Un diario di carta che poi diventa un blog, grazie alla connessione del dormitorio di Alessandria. Un giorno prende una bicicletta e parte. Viaggia per quattro anni “percorrendo circa venticinquemila chilometri, pedalando a tratti felicemente ed altre da idiota”. Durante il viaggio continua a raccontare (prima su alkoliker.splinder.com e poi su analkoliker.splinder.com). Racconta sé stesso e quello che vede intorno.

Otto mesi fa ha smesso di pedalare. Ha organizzato quelle pagine e quei post in un volume. Ha trovato un editrore (Fuori Binario Libri). E ora il libro c’è. S’intitola Via della casa comunale n 1.
L’autore si chiama Stefano Bruccoleri. Eccolo mentre parla della sua esperienza e del libro in questo video postato ieri su youtube.

altre info su
www.senzafissadimoradisuccesso.com

Goethe e Schiller? Due blogger

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Goethe e Schiller sono diventati blogger. Ne dà notizia oggi La stampa. “Giesbert Damaschke, un germanista e giornalista tedesco esperto di informatica ha aperto un blog sullo scambio epistolare che unì i due poeti e drammaturghi a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento (www.briefwechsel-schiller-goethe.de). Un blog «in tempo reale», come lo definisce Damaschke: ogni lettera viene messa online esattamente con 215 anni di ritardo. Per intenderci: la prima missiva, inviata da Schiller il 13 giugno 1794, è comparsa il 13 giugno. Ieri è arrivata la risposta di Goethe, datata 24 giugno 1794. La prossima lettera sarà online il 25 luglio. Un mese di distanza tra un post e l’altro: inevitabilmente i tempi non sono quelli ultrarapidi di Internet, ma poco importa (…)“.

Sviolinate (in Rete) per Stabat Mater

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Una ola per Tiziano Scarpa. Navigando è difficile imbattersi in una stroncatura di Stabat Mater. Anche in pagine scritte molto prima che il romanzo, uscito alla fine del 2008, diventasse il più votato nella cinquina del premio Strega.

Mentre in Italia si sprecano i dibattiti e le “menate” sul romanzo storico, commenta Teo Lurini su Pulp Libri, Tiziano Scarpa spiazza tutti, abbandona le posizioni precostituite e fa quello che deve fare uno scrittore vero: inventa (…)”.

Inventa, in particolare, il personaggio di Cecilia. Che di giorno suona il violino nell’orchestra dell’orfanotrofio, invisibile dietro le grate metalliche della chiesa. E di notte scrive lettere alla madre che non ha mai conosciuto. Poi arriva un nuovo insegnante di violino e maestro compositore. Il suo nome è Antonio Vivaldi. E il romanzo prende il volo.

Entra nel merito Giulia Mozzato su Wuz: “Non voglio paragonare Scarpa ad altri, non mi sembra utile. Voglio sottolineare come la sua scrittura abbia perso per strada quel tanto di ridondante, quel piacere fine a se stesso della parola per diventare lucida, pulita, essenziale, perfetta. Ha proseguito la strada promessa in Groppi d’amore nella scuraglia e, a mio parere, è arrivato alla meta del lungo tragitto verso la concreta identità d’autore“.

Di parere esattamente contrario è Il Giornale. “Tiziano, Tiziano… Chi te l’ha fatto fare? Chi ti ha spinto a passare dall’euforia alla depressione? (…) non avevamo ancora smesso di ridere per l’umanità macaronica dei Groppi d’amore nella scuraglia quand’ecco, all’improvviso, giungere l’imprevedibile sbarellamento (…) Ora tutto è perduto. Addio, pagine sorridenti e divertenti, addio leggerezza settecentesca”.

Qualche stoccata c’è, d’accordo (cauti, inoltre, i commenti dei lettori su Ibs). Ma le stroncature bisogna andarle a cercare col lanternino. Il coro di approvazione è quasi unanime. Già alla sua uscita, alla fine del 2008, il romanzo era salutato da Ermanno Paccagnini, sul Corriere della Sera, come una “felice sorpresa” (qui la lunga recensione). Gli altri pareri su blog e pagine culturali sembrano oggi convergere (anche se non sempre culminare) nella parola capolavoro. “Unica nota stonata” scrive Liberazionela copertina troppo laccata e ‘didascalica’ che pare condensare in una sola immagine le note ossessive del libro: l’acqua, la musica, il corpo”.

Copertina a parte, vedremo che cosa decideranno per Stabat Mater i giurati del premio Strega alla votazione finale il 2 luglio. Nel frattempo, i lettori di Panorama.it gli hanno già dato la vittoria (qui il sondaggio). Il romanzo si è anche aggiudicato Lo Strega degli studenti, risultando il libro più votato dai ragazzi delle scuole superiori romane (qui le videointerviste a cura di Silvia Luperini). È stato premiato dai lettori della Società Dante Alighieri. E ha vinto il premio Mondello 2009.

Da qui al 2 luglio, per farsi un’idea più precisa di Tiziano Scarpa e del suo Stabat Mater, segnaliamo l’approfondimento sul sito di Einaudi; la pagina di Wikipedia; e questo video in cui l’autore legge una parte del suo lavoro:

Ops, il giornalismo è morto. Connelly cambia la trama

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La crisi dei giornali corre più in fretta dell’immaginazione. In questo caso, l’immaginazione è quella di Michael Connelly che ha ambientato il suo ultimo romanzo, The Scarecrow (Lo spaventapasseri), proprio nel mondo dell’editoria. E che, mentre scriveva il libro, si è ritrovato a fare i conti con i fallimenti di alcuni giornali. Tanto da vedrsi costretto a più di un ripensamento nella trama.

The Scarecrow racconta la storia di un reporter del Los Angeles Times, Jack McEvoy, che si vede recapitare la notizia più brutta della sua carriera: presto sarà licenziato. Dovrà cedere il suo posto ad Angela Cook, molto più giovane e molto meno costosa di lui. L’attempato cronista avrà soltanto due settimane per passare le consegne alla nuova redattrice del quotidiano californiano.

Peccato che nel frattempo, nella retaltà, quel quotidiano californiano rischiasse di chiudere i battentti da un giorno all’altro, visto che la Tribune Co., l’impresa proprietaria, aveva dichiarato bancarotta. Facile immaginare lo stato d’animo di Connelly e del suo editore, i quali non potevano prevedere se all’uscita del romanzo nelle librerie il Los Angeles Times sarebbe esistito ancora.

Non solo. Nella versione originale di The Scarecrow, McEvoy aveva ricevuto un’offerta di lavoro dal Rocky Mountain News. Ma lo scorso febbraio il quotidiano del Colorado chiudeva definitivamente, stritolato dalla crisi economica (qui lo straziante video d’addio dei giornalisti). All’autore dunque non restò che tagliare dalla trama un bel po’ di pagine e togliere ogni riferimento al giornale fantasma.

Dopo lo slalom della trama tra i cadaveri dei giornali, il thriller di Michael Connelly, lo scorso maggio, è finalmente arrivato nelle librerie americane. Presto arriverà sicuramente in Italia, magari edito da Piemme, visto che la casa editrice fino ad ora non si è lasciata sfuggire un titolo dell’autore. Ai lettori italiani anticipiamo che la storia ruota tutta attorno al tentativo di McEvoy di chiudere la carriera con un ultimo grande scoop. Speriamo ci riesca. In questi tempi incerti, sarebbe una piccola vittoria del giornalismo. Almeno nella fiction.

Ma che diavolo è questo New Italian Epic?

l'importante è saper scegliere
New Italian Epic è un nome di comodo, e come tutti i nomi di comodo si riferisce a un fenomeno dai confini poco netti. Indica una serie di libri pubblicati in Italia negli ultimi quindici anni.
Nel calderone finiscono opere molto diverse fra loro. Ci sono romanzi storici. Ci sono romanzi che possono far pensare al giallo o al noir. Altre opere si collocano invece in una via mediana tra la narrativa e il saggio. Ma tutte queste opere hanno alcuni tratti in comune, descritti in un saggio apparso in Rete nei primi mesi del 2008 a firma di Wu Ming 1 proprio con il titolo di New Italian Epic.

Da allora, i download del saggio sono stati decine di migliaia. All’inizio dello scorso anno, il testo è arrivato anche in libreria in una versione ampliata: New Italian Epic, Letteratura, sguardi obliqui, ritorno al futuro (pagg. 208, 14,50 euro, Einaudi Stile Libero). Nel frattempo, è fiorito un vivace dibattito su molti lit-Blog, come Nazione Indiana, Il Primo Amore, Lipperatura, solo per citarne alcuni.

Ora sembra arrivato il momento di tirare le somme di tutte quelle riflessioni. Il tentativo è in un articolo apparso su Carmilla on line il 16 giugno scorso e incluso nel primo numero – appena arrivato in libreria - della rivista Letteraria, di Editori Riuniti.

L’articolo fa il punto in modo molto sintetico su che cosa si inteneda per NEI.  Affronta la questione della ricerca dei capostipiti (Inschiallah di Oriana Fallaci? Petrolio di Pier Paolo Pasolini?). Dà conto degli UNO, i cosiddetti oggetti narrativi non-identificati. E guarda alla letteratura prodotta dal 93 al 2008 anche in rapporto al cinema, riflettendo ad esempio su film come Gomorra di Matteo Garrone,  Il Divo di Paolo Sorrentino, Valzer con Bashir di Air Folman.

L’articolo interesserà sicuramente chi negli ultimi due anni ha seguito passo passo il dibattito. Ma sarà utile anche a chi di New Italian Epic non ha mai sentito parlare: sarà un’occasione per capire in che direzione va una parte significativa della letteratura italiana.

Per i neofiti, segnaliamo anche i materiali in download in fondo al testo di Carmilla on line e la ricca voce di Wikipedia. Riproponiamo inoltre un’intervista realizzata da Panorama.it nel gennaio 2009 a Wu Ming 1 e Wu Ming 2 proprio sul New Italian Epic. E le interviste a Valerio Evangelisti (autore di Tortuga, Mondadori), Giuseppe Catozzella (autore di Espianti, ed.. Transeuropa) e D’Andrea G.L (autore di Wunderkind - Una lucida moneta d’argento, Mondadori) nelle quali si è parlato anche di NIE.

Ecco la cinquina dello Strega. A chi dareste la vittoria?

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Dei 12 candidati al Premio Strega sono rimasti cinque nomi. Nella cinquina primeggia Tiziano Scarpa (59 voti), in gara con Stabat Mater (Einaudi) già premiato dai lettori della Società Dante Alighieri e vincitore del Premio Mondello 2009. Segue Massimo Lugli, con L’istinto del lupo (Newton compton, 45 voti). Terza l’esordiente 73 enne Cesarina Vighy con L’ultima estate (Fazi, 42 voti). Quarto Antonio Scurati, con Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani, 40 voti). E soltanto ultimo il pur apprezzatissimo Andrea Vitali, con Almeno il cappello (Garzanti, 35 voti).

Il 2 luglio sarà votato il vincitore, al Ninfeo di Villa Giulia. Nel frattempo, il dibattito letterario attorno al premio e ai suoi concorrenti sembra davvero poco vivace. Unica eccezione è l’ondata polemica che negli ultimi due mesi ha fatto eco all’autocandidatura di Antonio Scurati. Qualche esempio? L’acceso botta e risposta che era sortito su Nazione Indiana. E l’articolo pungente che Massimiliano Parente aveva scritto su Libero.
Voi a chi dareste il premio? (Ditelo nel sondaggio). E secondo voi vincere lo Strega aiuta a vendere di più? (Ditelo nei commenti).

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Il marchese de Sade in drogheria

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È francese, viaggia in incognito, si ferma una notte sola. È Donatien Alphonse François de Sade, il Divin marchese. Che Roberto Barbolni, nel volumetto Sade in drogheria (Manni editore), tallona durante un dissoluto soggiorno in Italia.
“Domani partirà per Firenze. Neanche il tempo di lasciare i bagagli all’albergo e già s’è messo in caccia”. Il servo La Jeunesse sa che “anche stasera dovrà procurare al suo padrone un po’ di divertimento”. E il suo divertimento, come è noto, ha un vocabolario più che vario, fatto di fruste, lacrime, suppliche, tremiti e gemiti - almeno per citare gli svaghi più innocenti. I meno innocenti, invece, sono quelli che l’hanno indotto a fuggire dalla Francia, per scampare a chi - come la suocera - lo vorrebbe volentieri sulla forca.
Così seguiamo il re dei libertini mentre vaga per gli antichi domini estensi in cerca di sollazzi, tra la Drogheria Giusti di Modena e vari bordelli della zona.
La narrazione instilla un dubbio: può il passaggio, pur brevissimo, di Sade in quelle zone aver gettato anche un seme nel tempo? La risposta è in un grido che parte da uno schiocco di frusta del marchese e arriva ai giorni nostri, sulla scia di un fatto di sangue accaduto proprio davanti alla Drogheria Giusti di Modena. Giocando col tempo c’è spazio anche per una capatina negli anni Settanta: fra indiani metropolitani, radio Alice, i poeti d’avanguardia e un ragazzo di Correggio che si chiamava Pier Vittorio Tondelli. Mentre ai giorni nostri, tra un corteo del gay pride e un plotone di naziskin che procede al grido di “A morte i culattoni!”, fa la sua comparsa nientemeno che il professor Theodor Wiesengrund Adorno. Proverà lui a spiegare il nesso tra il Divin marchese, gli scambisti d’un club privé e “gli scimuniti da stadio”.
Su e giù nei secoli e lungo le rive del fiume Enza, il viaggio procede rapido come l’inquieta frenesia del libertino. E in meno di trenta pagine Barbolini trova un modo divertente - con attori d’eccezione - per mettere in scena l’eterno equivoco del piacere, sempre in bilico tra immaginazione e realtà.
Sade in drogheria è uno dei sedici titoli che fin’ora Manni ha pubblicato nella nuova collana “Chicchi”, dedicata a quelle opere - come spiega l’editore - “che i grandi autori non consegnavano ai loro abituali editori perché troppo brevi o speciali”. Copertina rossa o nera, formato da taschino (11 cm per 16,5) e una trentina di pagine per volumetto (prezzo fisso di 5 euro) per confezionare piccoli cammei come quello di Raffaele La Capria, con il suo Amori: rapida inchiesta sulle tante facce con cui l’amore si presenta nelle diverse età della vita. E di Dario Voltolini con Fabio, kafkiano vagabondaggio del protagonista alle prese con una strana e repellente creatura che si rivelerà infine assai familiare. Pronti per le stampe sono invece La passeggiata, di Beppe Sebaste, surreale ricognizione di volti e stati d’animo all’ombra della Tour Eiffel. E Per più amore, di Paolo Di Stefano, tragicommedia in cui si mischiano dolore, amore e morte. Entrambi i titoli sono in uscita il prossimo giugno.
TuttiChicchi

Philip Roth: due nuovi romanzi e un David Kapesh d’annata

Philip Roth

Philip Roth, instancabile macchina narrativa, sta per dare alla luce due nuovi romanzi (a rivelarlo è stato il suo editore sul New York Times). Il settantaseienne scrittore ebreo-americano (conosciuto soprattutto per il Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Ho sposato un comunista e La macchia umana) sta vivendo una nuova felicissima giovinezza creativa. E la sua vena inventiva, iniziata esattamente cinquant’anni fa con Goodbye, Columbus, non accenna a placarsi. Presto arriveranno il 30esimo e il 31esimo romanzo della sua produzione. Per primo uscirà negli Usa il prossimo autunno The Humbling, storia di un anziano attore la cui vita viene cambiata da un incontenibile desiderio erotico. Il successivo uscirà, sempre negli Usa, nel 2010 col titolo Nemesis, vicenda ambientata 1944 nel corso di in un’epidemia di poliomelite mentre i suoi effetti destabilizzano la vita di una comunità di Newark.
In attesa dei due nuovi lavori, Einaudi ha appena pubblicato un suo romanzo del 1977: Il professore di Desiderio, con la traduzione Norman Gobetti. Protagonista è un personaggio che i lettori di Roth hanno già conosciuto ne Il Seno e nell’Animale morente. Si tratta di David Kapesh. Il personaggio è professore di letteratura con tutte le carte in regola per condurre una carriera accademica tranquilla e ricca di soddisfazioni. La sua vita viene però movimentata dall’incontro con una serie di donne, che lo spingono alla disinibita scoperta della propria identità.
Ne Il professore di Desiderio, Roth racconta la vita del professor Kepesh dall’infanzia fino alla maturità.
Lo vediamo al college mentre studia letteratura, recita Sofocle, legge Kierkegaard, e lo vediamo anche alle prese con la ricerca del piacere carnale, cercando di applicare il motto di Byron “studioso di giorno, dissoluto di notte”. Tre donne scandiscono i tempi del romanzo, la bella Helen, la comune Claire e la disinibita Birgitta che Kapesh incontra nella libertina Londra, dove si reca per una borsa di studio. È svedese, ed è la più sfrenata di un triangolo sessuale che prevede anche la sua amica Elisabeth. Sesso, ironia e flusso di coscienza sono i tre elementi attorno a cui ruota tutta la narrazione. Perché (anche) questo di Roth è un romanzo che ha al centro il tema più caro all’autore, ovvero il dilemma del piacere: perché lo cerchiamo e a volte lo fuggiamo? Si può arrivare a un equilibrio tra desiderio e dignità? Domande in grado di scuotere ogni lettore. E a cui può rispondere solo “un grande storico dell’erotismo moderno”, secondo la definizione che Milan Kundera ha dato dello stesso Roth.

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