Archivio per autore: » claudia astarita

Il Rinascimento Italiano? E’ avvenuto grazie ai cinesi

Beato Angelico: Pannello raffigurante la “Predica di San Pietro”


Già nel 2002, col suo
‘1421: l’anno in cui la Cina scoprì l’America’, lo scrittore inglese Gavin Menzies (in realtà un ex ufficiale dell’esercito inglese che, in pensione, si diletta a reinterpretare la storia del quindicesimo secolo) aveva fatto parlare di se’ cercando di convincere i propri lettori che una flotta cinese guidata dal famoso ammiraglio Zheng He fosse approdata in America ben 70 anni prima di Cristoforo Colombo e, come se non bastasse, fosse riuscita nell’impresa di circumnavigare il globo con un secolo di anticipo rispetto a Ferdinando Magellano.

Nel 2008, l’ex-comandante della marina torna in libreria con una tesi ancora più azzardata. Nel suo nuovo romanzo, intitolato ‘1434: l’anno in cui una magnifica flotta cinese arrivò in Italia e innescò il Rinascimento’, afferma che la Cina sia il Paese in cui vanno rintracciate le radici del Rinascimento Italiano. Il romanzo, provocatorio e dallo stile convincente, racconta dell’arrivo di dignitari orientali a Firenze nel 1434 e dell’incontro tra l’Ambasciatore cinese che rappresentava l’imperatore del Regno di Mezzo dell’epoca e Papa Eugenio IV. In questa occasione, al Papa vennero consegnate una serie di mappe geografiche (le stesse che vennero poi affidate da Colombo permettendogli di ‘riscoprire’ l’America), studi di astronomia, di matematica, di genetica, di ingegneria civile e militare, per non parlare dei dipinti e di altre opere d’arte che i cinesi regalarono a Sua Eminenza.

Secondo Menzies, sarebbe stato proprio questo patrimonio artistico e scientifico a stimolare Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Nicolò Copernico, Paolo Toscanelli, Nicola Cusano e Leone Battista Alberti nelle rispettive ricerche. Certo, Menzies non nega che gli artisti italiani abbiano a loro volta perfezionato le tecniche cinesi, ma il nodo della discussione é un altro: possibile che la base del movimento artistico e culturale più importante nella storia dell’Europa non ci sarebbe mai stato se non fossero intervenuti i cinesi?

Difficile da credere, così come suona strano che una flotta cinese abbia raggiunto Firenze nel lontano 1434. Non per i lettori cinesi: tra loro, naturalmente, il nuovo romanzo di Menzies va a ruba.

Renata Pisu racconta i suoi Mille anni a Pechino

La Città Proibita

In Mille anni a Pechino (Sperling & Kupfer) Renata Pisu ripercorre la storia della Repubblica popolare cinese guanrdandola dalla grande capitale, e narrandola attraverso una serie di aneddoti di vita vissuta, personali o ricordati da uomini e donne incontrate nei diversi soggiorni nella Cina popolare.
L’autrice non si limita a spiegare la simbologia dei luoghi più famosi di Pechino, dai giardini imperiali al Tempio del Cielo, dalle Tombe Ming alla Grande Muraglia. Ma riesce anche a svelare i pensieri dei cinesi che hanno vissuto in questi luoghi nell’epoca imperiale, in quella maoista, in quella delle riforme economiche e nella modernità olimpica.
Renata Pisu non nasconde le atrocità commesse negli anni di Mao Zedong, anzi, fa persino luce su efferatezze ormai dimenticate, come l’esecuzione, nel lontano 1951, dell’italiano Antonio Riva, colpevole, a detta dei cinesi, di aver ordito un complotto contro il Grande Timoniere in combutta con un giapponese. Allo stesso tempo, racconta anche dell’abitudine dei sessantenni di oggi di ritrovarsi per cantare gli inni rivoluzionari di cui conoscono ancora le parole a memoria. Nessuno ha nostalgia del passato, è vero, ma il rimpianto della tranquillità e dell’uguaglianza di quegli anni è un sentimento comune tra le vecchie generazioni, che non capiscono l’ossessione per il guadagno dei propri nipoti.
Infine, l’autrice non manca di soffermarsi sulle vecchie e nuove abitudini che si stanno diffondendo nella capitale del Regno di mezzo. Descrive la mania della coppie moderne di posare per due album di nozze: il primo, ufficiale, per parenti e amici. Il secondo, privato, arricchito da scatti più intimi. O, infine, la magia dei parchi a primavera, quando si diffonde nell’aria una musica armoniosa emessa da zufoli a due canne fissati sotto la coda dei piccioni che, volando contro vento, creano una melodia molto speciale.
Mille anni a Pechino, insomma, è la lettura più adatta per coloro che, prima di recarsi in Cina, volessero trovare le chiavi di lettura di una capitale tanto complessa quanto affascinante.
Guarda le Gallery:
I fasti della Pechino imperiale
- Anche la Città proibita si prepara alle Olimpiadi

Un dizionario di inglese per combattere Mao Tse Tung

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/tinavalles/453763666/]t i n a | r a v a l[/url] by Flickr)[/i]<br />

Appassionante e commovente, il romanzo di Wang Gang, English, guida il lettore negli anni della Rivoluzione Culturale cinese. Pubblicato in Cina nel 2004, English è stato subito premiato come miglior romanzo dell’anno dalla prestigiosa rivista Dangdai. Nel 2006, è entrato nella lista dei “dieci libri dell’anno”, il maggior riconoscimento letterario di Taiwan indetto dal China Times. Da allora, è stato tradotto in tutto il mondo e presentato come una delle opere più significative della nuova narrativa cinese. E in Italia esce ora per i tipi di Neri Pozza.
Scritto in chiave autobiografica, English ripercorre l’infanzia di Liu Ai, ragazzo che vive nella provincia remota del Xinjiang, punta estrema dell’occidente cinese, ai confini con l’Asia centrale, negli anni della Rivoluzione Culturale. Il terrore di quel periodo, in cui il destino delle persone poteva essere deciso arbitrariamente dalle calunnie e dagli umori degli uomini di potere, e in cui anche razionalità e buonsenso persero valore e si ritrovarono a servire i capricci momentanei del Grande timoniere e di chi tentava di diffonderne il pensiero, per il giovane Liu Ai sembra essere spezzato dall’arrivo di un professore di inglese di Shanghai, Wang Yajun, e del suo dizionario.

In un contesto in cui i rapporti interpersonali vivono nell’ambiguità, grazie allo studio di una lingua che metaforicamente rappresenta un ponte verso un mondo altro, il professor Wang cerca, in maniera molto cauta e tra mille difficoltà, di trasmettere ai suoi studenti il valore della libertà di pensiero e di parola, oltre che l’autentico significato dei concetti di lealtà e amicizia. Quando anche l’amico Wang Yajun verrà preso nella morsa dei campi di rieducazione, a Liu Ai non resterà che il dizionario di inglese, con i suoi milioni di parole nuove da scoprire, come un’oasi in cui rifugiarsi dagli attacchi e dalle vicissitudini politiche dell’epoca.

Ottima anche la traduzione, che permette di cogliere tutte le sfumature del racconto, ricreando lo stile e le atmosfere mozzafiato dell’originale.

Cina, quando la barca affonda l’acqua

http://www.flickr.com/photos/billogs/383809559/
Più di mille anni fa, l’imperatore Taizong della dinastia Tang aveva affermato: “L’acqua sostiene la barca; ma l’acqua può anche affondare la barca”. Il viaggio dei giornalisti cinesi Chen Guidi e Wu Chuntao all’interno delle campagne dalla provincia dello Anhui, nell’est del Paese, li ha portati ad un’amara conclusione: in Cina, oggi, è la barca che rischia di affondare l’acqua. Barca ed acqua sono due metafore che simboleggiano, rispettivamente, governo e contadini.

Può la barca affondare l’acqua? (Marsilio) è, secondo il giornalista Federico Rampini che ne firma la prefazione, “un atto di accusa contro il potere politico” scritto da due autori che in tre lunghi anni hanno visitato e condotto interviste in più di 50 città dell’Anhui, scoprendo alcuni dei milioni di casi di umiliazioni, omicidi, torture e sfruttamento cui i contadini sono stati sottoposti, nei soli anni ‘90, dai funzionari pubblici dei rispettivi villaggi.

Pubblicato a fine 2003, il testo è stato tradotto in italiano solo nel 2007. Inizialmente il reportage di Chen Guidi e Wu Chintao godette di un inaspettato successo anche nella Repubblica Popolare Cinese, dove divenne oggetto di dibattiti e talk show sulla condizione contadina nel Paese. Ma solo pochi mesi dopo il libro venne censurato e ritirato dalla distribuzione. Tuttavia, si stima che nel Paese siano state vendute almeno otto milioni di copie-pirata. Gli autori non si sentono degli eroi. Ritengono di aver fatto il loro dovere di giornalisti “dando voce a chi non l’aveva”. E l’amarezza e la tragicità della situazione descritta lasciano anora spazio a una speranza: come “ogniqualvolta un villaggio oppresso è riuscito a ottenere visibilità sui mass media le sue chances di tutela sono migliorate”, ecco che la circolazione di Può la barca affondare l’acqua? potrebbe far sì che, alla fine, la risposta al particolare quesito resti negativa.

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