Fabio Fazio (non è un nome d’arte, ma un caso di omonimia col conduttore tv) ha 22 anni e scrive da quando era bambino. Ma se non fosse stato per il concorso dedicato agli scrittori emergenti della casa editrice Il Filo, i suoi manoscritti sarebbero rimasti in un cassetto come quelli di molti altri. Invece i suoi due racconti sono pubblicati sotto il titolo di Phobia, che li descrive bene entrambi. Per l’atmosfera inquietante e cupa e per le paure e gli incubi peggiori che si materializzano nella vita dei protagonisti. Il libro di Fazio ha tra l’altro scatenato una polemica su Internet, dove alcuni forum accusano la casa editrice di aver sfruttato l’omonimia dell’autore col conduttore televisivo per farsi pubblicità.
Scritti a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, Il destino di Sarah e La morte di Emily McPherson hanno in comune gli avvenimenti horror (e a tratti pulp) che fanno precipitare la vita di due donne normali, borghesi, quasi felici. Dove le presenze oscure che le accompagnano e i fantasmi della loro mente diventano davvero credibili per il lettore. La caratteristica delle due trame, soprattutto del secondo racconto, il più maturo, è la continua alternanza e compenetrazione di piani di narrazione diversi: realtà, incubo, racconto nel racconto, ricordo, proiezione nel futuro. La morte di Emily McPherson è un romanzo breve pieno di sorprese, anche se non tutte intenzionali. Come quella di pagina 138. Che però non sveliamo per non rovinare al lettore il piacere della scoperta.
Parlare di “emergenza rom” e sicurezza partendo dal Vangelo di Matteo. Un modo per non fermarsi a quello che dice la pancia e allo stesso tempo di affrontare questioni in apparenza teoriche dal basso, dalla realtà di tutti i giorni. Si legge inevitabilmente in chiave attuale il libro di Don Virginio Colmegna, Ho avuto fame (Sperling & Kupfer).
Don Colmegna parte da un celebre passo biblico: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché ho avuto fame e mi avete dato da magiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…”. E mette insieme le storie passate tra le mura della sua Casa della carità, la casa d’accoglienza che ha aperto nella periferia di Milano e che è a metà tra il rifugio e il porto di mare.
“Il libro è scritto a più mani, mettendo in comune le esperienze mie e degli operatori e volontari che lavorano con me”, spiega don Virginio. L’emblema universale (”Ho avuto fame, ho avuto sete, ero straniero” e così via) si incarna nelle tante persone che sono passate per la Casa della carità. E ha i nomi degli “ultimi” che qui hanno bussato trovando una risposta: Sahid, il 17enne nordafricano arrivato in Italia nascosto sopra la ruota di un tir; Silvano, il “santo e originale bevitore”; Manuel, il cubano “straniero prima di tutto a se stesso”; Iole, la “donnina dai capelli arruffati” trovata a ballare nuda sotto la neve nel piazzale della stazione Centrale.
Da queste storie, ma soprattutto dall’incontro tra gli “ospiti” e chi si è trovato ad accudirli o a soccorrerli, scatta il dubbio su chi sia davvero lo straniero. I piani si confondono: “È bello e ovvio che a un certo punto”, scrive don Colmegna, “non si possa più distinguere chi dà e chi riceve. Ogni volta che si sperimenta l’ospitalità, si diventa tutti un po’ stranieri e migranti”. Chi può dire di non avere mai avuto fame, sete, freddo, paura…?

Ridiamo con loro, mai di loro. Potrebbe essere questa la guida per la lettura di 2008: Odissea nell’ospizio. Gli esilaranti strafalcioni dei nonni italiani. Fabio Bianchi, medico in una casa di riposo comasca, e Mario Bianco, esperto di risorse umane e autore di libri umoristici, hanno raccolto aneddoti, frasi strampalate (sotto il titolo “Gerontocomics”) e avventure dei vecchietti incontrati in 25 anni di lavoro.
Da questa epopea dell’ “umorismo involontario” viene fuori un mondo esilarante e tenero, fatto non solo di geniali invenzioni lessicali ma anche di uno spirito che lascia a bocca aperta e di una lucidità mentale che non ti aspetti. Dalle bocche delle nonne e dei nonni, spesso digiune di latino, di inglese e di tecnologia, nasce un modo di resistere ostinatamente (ma sempre a torto?) al mondo che cambia.
Così una meritata pausa diventa “un momento di stand-bike”. Per curare l’alluce valgo si ricorre a un paio di ciabatte “atomiche”. E poi il capitolo parenti e media: “mio figlio usa sempre il computer plantare”, “mio nipote ha un televisore al plasmon”, “mia nuora è esperta di marx media”. Gli strafalcioni continuano a tavola: “posso avere un piatto di baccalà mentecatto?”, “io mangio a squarciagola”, “faranno veramente bene i frammenti lattici?”. E da parte degli over 80 non poteva mancare uno sguardo attento sulle nuove generazioni: “adesso i giovani viaggiano sempre con voli lacoste”.
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