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Centosessanta caratteri per raccontare una vita

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Un romanzo in forma di sms. Un anno di vita di un ragazzo raccontato attraverso i messaggini del cellulare. La novità arriva dall’Ungheria: il primo romanzo a mezzo sms è appena uscito con il titolo 160, che rappresenta appunto il numero massimo di caratteri per un messaggio sul cellulare. L’autore si firma con uno pseudonimo, Danke.
Il libro di 300 pagine - si vede che di sms Danke ne scrive e riceve parecchi - racconta le vicende amorose di un giovane e dei suoi coetanei.
Si parla della ragazza, di un fratello drogato, di un amante maniaco sessuale, di amici e di nemici, come ha spiegato l’agente che sta lanciando il libro: “Il telefono cellulare e gli sms hanno creato un nuovo linguaggio, nuovi rapporti sociali, e rappresentano momenti caratteristici della vita dei giovani di oggi”. Sarà ma da qui a tirarne fuori un libro ce ne passa. In tutti i casi, il romanzo sul cellulare non è una invenzione magiara: in Giappone sono già uscite opere di questo nuovo genere letterario.

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Jamila Mujahed: Burka, quando il mondo si fa buio

Uno scomodo abito-prigione da passeggio. Ecco cos’è il burka, visto da dietro (o da sotto fate voi). Jamila Mujahed è la giornalista che il 13 novembre 2001 ha dato all’Afghanistan l’annuncio ufficiale della caduta del regime taliban. Una donna coraggiosa, che quando gli integralisti conquistarono Kabul perse i suoi incarichi pubblici e fu virtualmente bandita dalla società. Come tutte le altre donne, del resto. Lei, il burka, l’ha imparato a conoscere (e indossare) proprio in quei giorni. Lo racconta, appunto, in Burka! (Donzelli, con il patrocinio di Amnesty International): 24 tavole a fumetti in collaborazione con la disegnatrice italiana Simona Bassano di Tuffillo.
“Appena indossato”, scrive, “mi sembrò come se il mondo intero a un tratto si facesse buio, e io fossi rinchiusa in una prigione strettissima”. Un’oscurità che purtroppo ingabbia ancora oggi le donne in Afghanistan. Come racconta la stessa Jamila Mujahed e come testimoniano i dati dell’Irin (Integrated Regional Information Networks, un’organizzazione Onu): l’87 per cento delle donne afghane è analfabeta; solo il 30% delle ragazze ha accesso all’educazione scolastica; 1 donna su 3 ha subito violemze fisiche, psicologiche o sessuali; tra il 70 e l’80% delle donne sono costrette al matrimonio. 44 anni è l’aspettativa media di vita delle donne in Afghanistan.

LA GALLERY TRATTA DA BURKA!
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L’ultima copia del NYT: cambiare o morire, ecco il futuro dei giornali

“Se i giornali fossero dei ristoranti avrebbero sulla porta questo cartello: ‘Entrate, il cibo non è granché ma ne avrete un sacco’. Troppe notizie, focalizzate secondo uno schema vecchio e logoro sulle istituzioni e la politica. Bisogna re-inventarsi o morire”. Si potrebbe riassumere con queste parole di Tim Porter, apprezzato consulente di molti quotidiani americani e fondatore del blog FirstDraft, il senso del libro di Vittorio Sabadin L’ultima copia del New York Times (Donzelli editore). Un testo che si interroga sul “futuro dei giornali di carta” e che racconta come i quotidiani italiani, europei e americani hanno provato a reagire in questi ultimi anni a diversi fattori di crisi: Internet e la free press innazitutto.

Il libro di Sabadin – andato rapidamente esaurito nella sua prima edizione e tornato in libreria lo scorso marzo con dati aggiornati al 2006-2007 – è stato giudicato troppo pessimista da alcuni e salutato come tristemente lungimirante da altri. In ogni caso, si tratta di un testo imprescindibile per chiunque voglia farsi un’idea di come sta cambiando il panorama internazionale dell’informazione. E non si pensi a un libro per addetti ai lavori. Lo stretto rapporto tra informazione (nelle sue diverse forme, inclusa quella del cosidetto citizen journalism), opinione pubblica e democrazia è infatti cosa che riguarda tutti.
Nei giorni in cui il New York Times annuncia che il suo immenso archivio on line d’ora in poi sarà disponibile gratuitamente – il programma di abbonamento in rete fruttava 10 milioni di dollari l’anno, mica noccioline - vale allora la pena ricordare qui alcune informazioni e dati proposti dal libro di Sabadin rimandando altrove per una lettura più analitica del libro.

Da circa vent’anni i giornali perdono copie in quasi tutto il mondo.
Dei cento giornali che vendono attualmente più copie al mondo, settanta sono pubblicati in Asia.
I lettori dell’edizione cartacea del New York Times superano di poco il milione, quelli del sito web sono raddoppiati in pochi mesi e hanno già raggiunto il milione e mezzo.
Negli ultimi 15 anni il numero di persone occupate nei quotidiani americani è sceso del 20% e alcuni giornali europei hanno perso il 50% degli introiti pubblicitari.
Per fronteggiare il calo di vendite, molti editori americani hanno preso a conteggiare le copie in un altro modo. Comprendono tra il venduto anche le copie distribuite sottocosto “a blocco” a compagnie aeree e alberghi. Il principale giornale americano, Usa Today, “vende” in questo modo il 46% della propria tiratura, 960 mila copie su più di due milioni.
L’Asahi Shimbun è un quotidiano giapponese con 12 milioni di copie giornaliere ed è uno dei più venduti del mondo. Ha monitorato il tempo dedicato ogni giorno dai suoi acquirenti alla lettura del giornale: in soli cinque anni, le donne trentenni che sfogliavano l’Asahi per 17 minuti hanno ridotto questo tempo a 12; le ventenni da 9 a 6; i ventenni da 10 a 7. La più grande riduzione, da 20 a 11, ha riguardato i maschi trentenni, considerati la categoria più ricca e produttiva.
Tra il 2000 e il 2005 la distribuzione dei giornali francesi è scesa del 7% e la raccolta pubblicitaria del 13%.
L’obiettivo di tagliare le forme di giornalismo più costose ha portato gli editori americani a ridurre del 12% in circa 6 anni il numero di corrispondenti dall’estero.
Si parla di “paradosso del giornalismo”: cresce il numero di luoghi nei quali si fa e si riceve informazione ma diminuisce la quantità di eventi seguiti e il numero dei giornalisti che lavorano in ogni organizzazione si riduce.
Nel mondo vengono distribuiti ogni giorno quasi 28 milioni di copie di giornali gratuiti, letti da quasi 60 milioni di persone.
Secondo le rilevazioni Audipress del febbraio 2007, il quotidiano “free” Leggo si colloca ormai al terzo posto in Italia dopo la Repubblica e Il Corriere della Sera con oltre due milioni di lettori.

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Roma, linea A: tutti giù all’inferno

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Caldo. Folla. Claustrofobia. Metropolitana. Roma. Mettete insieme tutte queste cose e avrete Tutti giù all’Inferno (Giulio Perrone Editore), antologia di autori e autrici che un giorno preciso di luglio in un anno qualunque hanno deciso di mettersi in viaggio. E hanno preso la metropolitana. Linea A, da Battistini ad Anagnina: “Uomini e donne nel caldo infernale di una metropolitana. Ognuno ha un peccato da espiare, vero o presunto, ognuno il suo senso di colpa. Una fermata per ogni piccola trasgressione, o efferato delitto, alla ricerca di fuga o assoluzione. Un viaggio in 33 canti”, che in realtà diventano poi 34, perché alla fine del percorso c’è un fuori programma. Un “bonus track”, che porta il lettore qualche centinaio di chilometri più a Nord. A Milano.
Questo il percorso ufficiale ovvero quello stampato su carta (e disponibile però anche su internet) che si trova in libreria sottoforma di libro. Poi, c’è il percorso alternativo: e per capire di cosa si tratta, il sito internet di Tutti giù all’Inferno qui bisogna frequentarlo per forza. Il percorso alternativo ospiterà infatti sul web, come spiega la curatrice Monica Mazzitelli, che tra le altre cose coordina il gruppo di lettori volontari iQuindici, “costola lettrice del collettivo Wu Ming“, tutto il materiale ricevuto e che non ha trovato posto nel libro. E quello che ancora verrà, come per esempio i cortometraggi e le pièce teatrali.

Tutti giù all’inferno esce l’8 settembre 2007, in concomitanza con la riapertura del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale a Roma. Per l’occasione, e per la Notte Bianca, è previsto anche un “reading scenico“.

Genova noir in un vicolo. Quello delle cause perse

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Rapallo, un lunedi mattina qualunque. Una giovane segretaria viene uccisa. Non c’è nessun testimone e, almeno in apparenza, nemmeno un movente. Manca anche l’arma del delitto. Il caso si annuncia complicato. Il problema è che lo sarà davvero, molto più di quanto si possa immaginare. Anche perché la “vecchia conoscenza” Marco Luciani, commissario anoressico e old economy che ha un pessimo rapporto con l’universo-mondo (le donne, il cibo, i colleghi, il rumore e la tecnologia: è l’unico che ancora fa jogging ascoltando il lettore cd) è commissario per modo di dire, visto che si è dimesso dalla polizia. Come da precedente romanzo.

Inizia così Il Vicolo delle cause perse (Piemme), il nuovo romanzo di Claudio Paglieri, giornalista del Secolo XIX e scrittore che torna in libreria con un nuovo noir dopo il successo di Domenica nera (Bancarella Sport 2006). Il thriller, cinico e disicantato come deve essere e come promette (o minaccia) il titolo, coinvolge il lettore in una trama densa che regala colpi di scena a ripetizione.
http://www.flickr.com/photos/bakou67/
Sullo sfondo, la riviera di Levante e Genova: una città vecchia e noir lontana anni luce dall’immaginario di chi la visita nei classici week end mordi e fuggi fatti di mare, foccaccia, acquario e vicoli pittoreschi. È Genova, probabilmente, come la vive, ama-odia e racconta un genovese doc:

“Intorno alle dieci e mezza fece una pausa per mangiare una piccola patata bollita con un po’ di stracchino, quindi si spostò sul divano e accese lo stereo per contrastare i rumori della strada. Cominciava la movida, si realizzava il miracolo della società multietnica, i giovani della Genova bene scendevano nei vicoli per pisciare sui muri fianco a fianco ai sudamericani ubriachi e agli spacciatori maghrebini, i padri di famiglia proseguivano la loro battaglia per convincere le prostitute albanesi a uscire dal giro e dargliela gratis, le cinquantenni separate si assicuravano che i venditori senegalesi di elefantini trovassero anche lontano da casa una carezza affettuosa e un poco di calore domestico. Il centro storico di Genova, il Patrimonio Mondiale della Subumanità, pensò mandando mentalmente a farsi fottere l’Unesco”.

Shenzhen, la Cina non è affatto vicina

di Guy Delisle<br /> Editore: Fusi orari
Tre mesi in una megalopoli cinese, dalle parti di Hong Kong.
Sembrano pochi, ma non lo sono. Leggere, per credere, Shenzhen, la nuova graphic novel firmata da Guy Delisle, di cui Fusi orari (la casa editrice del settimanale Internazionale) aveva già tradotto Pyongyang.
Delisle è un animatore che si trova catapultato, per motivi di lavoro, a Shenzhen, Cina del Sud. L’autore è già stato in Cina, in passato, ma “il tempo cancella i brutti ricordi”. Bastano però le prime impressioni (gli odori, il rumore, la folla), e le prime tavole, per capire che “la memoria aveva conservato solo gli aspetti positivi…l’esotismo”. Errore. Perché quello di Delisle è, come ha scritto il New York Times, uno shock culturale lungo tre mesi. Le camere d’albergo, le persone, il lavoro e le consuetudini degli abitanti di Shenzhen (notevole il racconto del Natale passato a casa di un collega) sembrano tutte confermare il senso di irriducibile estraneità e solitudine dell’autore. Due mondi, il suo e tutto quello che lo circonda, quasi (quasi) inconciliabili. Raccontato con ironia e leggerezza, Shenzhen restituisce con un buon colpo d’occhio l’Oriente come lo vediamo noi. Da Occidente. Non è affatto detto che sia il modo giusto, e certamente non è l’unico, ma è un modo. Divertente e intelligente.
Fusi orari

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Design anonimo: la storia sono loro, gli oggetti senza nome


Il motorino, il tram, le scarpe da ginnastica, i doposci, la pentola a pressione, la Bic, la moka, il tratto pen e i cerini (nel senso di fiammiferi). Ma anche il fiasco di vino, la tanica da benzina, il lucchetto antifurto o la grattugia per il formaggio parmigiano. Oggetti, semplici oggetti che tutti usiamo (o usavamo) ogni giorno. Quasi sempre senza sapere, né domandarci, chi li ha progettati. Cose che spesso identifichiamo con il loro valore d’uso o con il nome dell’azienda che li produce. Merci no brand e no name senza le quali, come già scriveva Umberto Eco più di vent’anni fa, “non si capisce né cosa sia l’Italia, né cosa sia il design”.

Si deve ad Alberto Bassi, critico del disegno industriale e docente dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, il merito di aver messo in fila uno dopo l’altro i tanti oggetti d’uso che popolano la nostra vita e di averli raccontati nel saggio “Design anonimo in Italia - Oggetti comuni e progetto incognito” (Electa). Una storia delle cose e delle merci (guarda le immagini) che si fa racconto dei consumi, del design e dell’industria italiana, e che soddisfa anche la curiosità di chi è cresciuto con un paio di Superga ai piedi, guidando il Ciao o mettendo sul fuoco la caffettieria napoletana. O anche la pentola a pressione. Correva l’anno 1960 e Lagostina lanciava il suo nuovo prodotto che tanti italiani avrebbero imparato negli anni a riconoscere anche grazie alle pubblicità televisive de “la Linea“, il personaggio disegnato dal grafico Osvaldo Cavandoli scomparso di recente.


La pentola a pressione: un oggetto, scrive Bassi, capace di interpretare il nuovo (doppio) ruolo della donna, casalinga e lavoratrice che ha bisogno di “strumenti pratici e versatili, in modo da velocizzare la preparazione del cibo con minore fatica mantenendone i valori nutritivi”. Dalla cucina al bagno, e il passaggio non indigni, grande successo ha registrato nel tempo anche il “Portascopino Cucciolo”: progettato per la Gedy di Varese da un designer giapponese da tempo in Italia assolve dal 1974 alla sua umile funzione. E, alla faccia degli scettici, è pure inserito nelle collezioni di importanti musei nel mondo, come per esempio il Moma di New York.

Design anonimo non significa perciò sguardo nostalgico rivolto al passato, anzi: “ancora oggi, la maggior parte degli oggetti che usiamo sono anonimi” racconta a Panorama.it Alberto Bassi, “basti pensare agli apparecchi elettronici, merci a tecnologia complessa che in genere scegliamo per la tipologia e le funzioni di utilità. Il computer e il cellulare, tra l’altro, forse oggi sarebbero da riprogettare” per renderli più facilmente utilizzabili dalle persone. “Da questo punto di vista il design”, sostiene Bassi, “dovrebbe sempre stare dalla parte di chi usa le cose e non essere solo immagine, come invece spesso accade”. Il tema è sicuramente di grande attualità, visto il Salone del Mobile ormai alle porte: “Si può progettare un utensile da cucina, per esempio, e tenere conto anche delle esigenze economiche e ambientali di risparmio energetico. Il nuovo” conclude Bassi “ha senso e può stimolare il mercato a condizione però di avere dietro un’idea, come dimostrano i prodotti Apple, i walkman o anche i post-it”. Altrimenti, tanto vale tenersi stretta la vecchia e gloriosa caffettiera napoletana.

La galleria di immagini del design anonimo italiano

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