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Aung San Suu Kyi, leader del movimento democratico in Birmania, è un paradosso vivente. È stata eletta democraticamente, nel 1991, eppure le è stato impedito di governare. Non ha commesso alcun reato, eppure ha trascorso la maggior parte degli ultimi vent’anni reclusa nella sua casa, agli arresti domiciliari, per disposizione della giunta militare che governa il suo Paese. Le è impossibile uscire dalla Birmania, eppure tutto il mondo ormai ha imparato a riconoscere, sui giornali e in tv, il suo profilo minuto e il suo messaggio di pace. Potrebbe maledire chi l’ha condannata alla reclusione, invece dice “Non ho mai imparato a odiare i miei carcerieri” e predica, coerentemente alla filosofia buddista, la non violenza e la compassione.
Domani esce nelle librerie italiane il suo libro La mia Birmania, risultato di una serie di conversazioni con Alan Clements, giornalista e scrittore americano vissuto per anni in Birmania. L’incontro tra Clements e Aung San Suu Kyi avviene nel 1996: cinque anni prima la donna aveva ricevuto il premio Nobel per la pace. Il libro viene poi pubblicato in inglese e tradotto in dodici lingue, ma non arriva in Italia.
Oggi “La mia Birmania” torna nelle librerie di tutto il mondo in una nuova edizione, e per la prima volta viene tradotto in italiano: lo pubblica la casa editrice Corbaccio nella collana Dalla parte delle donne.
Nella nuova prefazione Clements parla dei tumulti avvenuti l’anno scorso contro il regime nella capitale Rangoon e in altre regioni. Una protesta nonviolenta, guidata dai monaci: restano nella memoria le immagini delle persone con la testa rasata, le tuniche arancioni e le mani giunte, attaccati dai soldati in assetto da guerra.
Il libro racchiude al suo interno una sezione di fotografie dell’autrice e delle manifestazioni per la democrazia organizzate dagli studenti birmani tra la fine degli anni Ottanta e oggi. Alla fine del volume c’è una “Cronologia essenziale della Birmania” aggiornata fino al giugno 2008.

Per la prima volta il bullismo raccontato in prima persona: arriva domani in libreria il romanzo scritto da una vittima, Filippo B., oggi sedicenne. Il protagonista di Bulli (Mursia) è Diego, una sorta di alter-ego dell’autore, grassottello e secchione. Preso di mira da un gruppo di compagni, viene deriso, picchiato e minacciato per un anno senza che nessuno si accorga di niente.
Diego scrive tutto in un diario segreto, ma a casa non racconta nulla: il padre è assente e se la cava con qualche costoso regalo di Natale, la madre non sa - o finge di non sapere. I nonni sono figure ostili, rigide e incapaci di offrire al nipote protezione e amore. Ogni giorno Diego deve trovare il coraggio di andare a scuola e affrontare i suoi aguzzini: “La paura oramai è diventata quasi mia sorella”. Più di tutto non teme le botte, ma il giudizio degli altri: “La cosa più spaventosa” scrive “è la vergogna che proverò davanti ai ragazzi che saranno presenti mentre verrò menato”. E, per i suoi meccanismi di ferocia e omertà, ribattezza il bullismo “la mafia giovanile”.
Al centro delle violenze subite da Diego c’è un’accusa: quella di essere omosessuale. Il protagonista scava dentro di sé per capire se questa offesa che i bulli gli rivolgono per deriderlo abbia un fondo di verità, si tormenta, arriva a chiedere a una sua amica di fingersi la sua ragazza per mettere a tacere le voci. Emerge il quadro di una nuova generazione molto omofobica, in cui più di ogni altra cosa conta dimostrare la propria sessualità in maniera forte, inequivocabile e incredibilmente precoce: fare esperienze (etero)sessuali il prima possibile, per non essere diversi dagli altri, per essere inclusi nel gruppo.
A sorpresa, bulli non sono solo gli adolescenti: nel libro c’è anche un episodio di violenza compiuto da un professore ai danni di un alunno. E gli altri insegnanti, indifferenti e passivi, non fanno una figura molto migliore. Regna, nella scuola descritta dal giovane autore, una sorta di silenzio-assenso sui comportamenti violenti: per quieto vivere gli insegnanti e i bidelli fanno finta di non vedere, e così i bulli possono agire indisturbati e impuniti.
Grande assente, in questo libro, è anche un sostegno psicologico. E così Filippo B., nella vita reale, ha dovuto inventarsi una terapia fai-da-te: per uscire dall’incubo si è messo a scrivere, e ce l’ha fatta. Forse il suo libro servirà a qualche genitore, o a qualche figlio, per capire meglio questo fenomeno.
Yukio Mishima è forse lo scrittore giapponese più controverso del secolo scorso. Autore di Confessioni di una maschera (pubblicato in Italia da Feltrinelli), romanzo autobiografico che gli valse all’inizio degli anni Cinquanta la notorietà mondiale, fu poi etichettato come fanatico di destra, anche per la bizzarria di essersi costruito un esercito personale. Morì nel 1970, con un suicidio spettacolare, dopo aver preso in ostaggio un generale dell’esercito giapponese.
Ora arriva nelle librerie italiane la biografia che di questo grande autore scrisse nel 1974 Henry Scott Stokes, giornalista inglese oggi settantenne, inviato del Times a Tokyo negli anni ‘60 e ‘70.
Già dal titolo, Vita e morte di Yukio Mishima (Lindau) si propone come “la” biografia. Anche in ragione del fatto che Stokes fu amico di Mishima, conobbe la sua famiglia, trascorse periodi di vacanza insieme a lui, e fu anche l’unico occidentale ad avere il permesso di seguire le esercitazioni del suo esercito privato.
Da questa conoscenza personale emerge un racconto smaliziato (a tratti addirittura critico) della vita di Mishima, che passa in rassegna tutti gli aspetti della poliedrica - e contraddittoria - personalità dello scrittore.
Mishima e l’arte, l’amore appassionato per i libri, Mishima che fu il primo scrittore giapponese in odor di Nobel per la letteratura e che però si vide soffiare il prestigioso premio, nel 1968, dal più anziano Yasunari Kawabata. Mishima e la sessualità faticosa, l’attrazione latente per gli uomini, la difficoltà nell’intrattenere rapporti fisici, l’attaccamento morboso alla madre. Mishima e il matrimonio, una scelta fatta a 32 anni (molto tardi, per gli standard dell’epoca) e sostanzialmente solo per far stare tranquilla la famiglia. Mishima e la moglie trovata attraverso gli omiai, gli incontri fatti apposta per combinare matrimoni - e fa quasi sorridere leggere le caratteristiche che lo scrittore aveva indicato come indispensabili per la sua sposa: doveva essere carina e più bassa di lui (anche con i tacchi!), accettare di buon grado il ruolo di angelo del focolare, e non disturbarlo quando lavorava. Mishima e l’esibizionismo, tratto marcato del suo carattere, che unito all’egocentrismo lo spingeva sempre a desiderare di essere al centro dell’attenzione.
Mishima e i viaggi in giro per il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, da quella New York che gli faceva un po’ paura (e che definì, suggestivamente, “Tokyo tra cinquecento anni”) al salotto dei baroni Rotschild a Parigi, dalle conferenze alla Michigan University alla Grecia, dove s’innamorò “del limpido cielo della culla del classicismo”. E infine, Mishima e la morte: forza oscura che sullo scrittore esercitò, fin dall’infanzia, un fascino invincibile, specialmente nella forma più tradizionale e truculenta - quella del suicidio rituale tramite seppuku (l’autosventramento, che in Italia spesso viene indicato impropriamente con il termine “harakiri”). Tanto è vero che Mishima mise in scena molte volte il seppuku nei suoi lavori letterari: e un’ultima volta nella vita reale, su se stesso, quando si suicidò.
Il libro condensa, in oltre quattrocento pagine, la vita e l’arte di Mishima, in un continuo intersecarsi di aneddoti biografici e citazioni dai romanzi. Per trovare quel che lo scrittore ha nascosto di sè nelle pagine dei suoi libri: “Dietro la maschera del samurai“, riflette Stokes, “Mishima sarà sempre un uomo emotivo e vulnerabile. Sensibilissimo a ogni minima offesa e nel contempo all’influenza altrui, invocava amore pur essendo apparentemente incapace di amare”.
LA GALLERY
Kay Scarpetta ha fatto scuola. Creata ormai diciott’anni fa dalla fantasia di Patricia Cornwell, la tosta dottoressa (specialista in anatomopatologia) alterna il lavoro in obitorio alle indagini sui casi di omicidio e i suoi libri vendono milioni di copie in tutto il mondo. Ma ora se la deve vedere con parecchie colleghe intenzionate a soffiarle il titolo di regina del medical thriller. Come Maura Isles, medico legale nato dalla penna di Tess Gerritsen: prossimamente uscirà per la Longanesi la sua quinta avventura, Sparizione. Oppure Temperance Brennan, antropologa forense, già protagonista di ben 10 libri dell’autrice canadese Kathy Reichs.
L’ultima medico-detective in gonnella (ma solo in ordine di tempo) è l’inglese Sharon Bolton, o meglio la protagonista del suo romanzo d’esordio, Tora Hamilton, sposata, di professione ginecologa. Mentre scava nel suo giardino, Tora si imbatte in un cadavere orrendamente mutilato: una donna alla quale è stato strappato il cuore mentre era ancora viva. Così comincia Sacrificio (Mondadori), che arriva in libreria il 24 giugno.
Per scoprire l’identità della vittima e le misteriose circostanze della morte la dottoressa dovrà fare luce sui segreti custoditi dagli abitanti delle Shetlands, le fredde isole che costituiscono la punta settentrionale della Gran Bretagna. E dovrà anche decodificare il significato dei simboli che l’assassino ha inciso sulla schiena della donna prima di ucciderla: tre rune, antichi segni che nessuno sembra in grado di interpretare.
“Proprio perché per mestiere Tora fa nascere la vita, quando viene in contatto con una morte innaturale prova immediatamente l’istinto di combatterla. E usa le sue competenze scientifiche per arrivare là dove gli investigatori non avrebbero potuto spingersi” spiega Bolton, che tuttavia preferisce frenare i paralleli tra il suo personaggio e la celebre Kay Scarpetta: “Sono due medici che hanno l’innata capacità di scoprire la verità, ma proprio qui le similitudini si fermano”. Poi puntualizza: “La mia Tora è ben più giovane, molto meno ambiziosa, e poi… È già tanto se riesce a ficcare un piatto nel forno a microonde: non è certo una cuoca raffinata come Scarpetta”.
Più che di Patricia Cornwell, Bolton si professa grande ammiratrice di Dan Brown. In effetti, come il Codice da Vinci, Sacrificio si ispira a una leggenda tramandata nei secoli: quella dei trolls, creature sovrannaturali che popolerebbero le Shetlands.
L’autrice crede nel paranormale? “Il mio libro si basa su una leggenda riportata in alcuni documenti che ho scovato nella biblioteca di Aylesbury” spiega “ma non so se narri eventi realmente avvenuti. Personalmente, non ho mai assistito a fatti sovrannaturali: però non si sa mai”.
Per la prima volta, un’ex bambina soldato racconta in un libro la sua storia: lancinante, quasi incredibile nella sua durezza. Da quando a nove anni venne strappata alla famiglia e internata in uno dei campi di reclutamento dell’”esercito di resistenza” del suo Paese, l’Uganda, a quando nel 1999, grazie all’intervento delle Nazioni Unite, riuscì a scappare riparando in Sudafrica. Durante gli anni nell’esercito le fu dato un nuovo nome, “China”. Le venne messo in braccio un fucile, ordinandole di sparare e uccidere. Nessun sopruso le fu risparmiato, tanto che lei oggi dice “Non so nemmeno più contare quanti uomini abbiano abusato del mio corpo quando avevo quindici anni. Questo è il ricordo più difficile con cui convivere”.
L’incubo durò dieci anni: dopo l’addestramento fu impiegata come guardia del corpo di un alto funzionario del regime di Yoweri Museveni (tuttora presidente dell’Uganda), poi fu trasferita alla polizia militare.
Il libro di memorie di China Keitetsi, Una bambina soldato, che porta l’eloquente sottotitolo “Vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda”, è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane, per la casa editrice Marsilio. L’autrice racconta nella prefazione che per lei scriverlo è stato come una liberazione: “Iniziai a scrivere, tra le lacrime, e più andavo avanti più mi sembrava impossibile riuscire a smettere di piangere. Allo stesso tempo, però, vedevo accadere anche qualcosa di diverso: man mano che le parole passavano sul foglio, mi sentivo più leggera, più libera, e avevo bisogno di continuare”. Mettere nero su bianco la sua esperienza non è stato facile: “Mi riusciva difficile immaginare che io, China, io che mi consideravo come un esserino senza alcuna importanza, niente di più che una cartaccia da buttar via senza degnarla di uno sguardo, all’improvviso fossi capace di scrivere un libro”. Ma ci è riuscita: “Scrivevo con l’unico obiettivo di liberarmi dai pesi che continuavano a gravarmi sul cuore”.
China adesso vive tra la Danimarca e il Ruanda, dove ancora abitano i suoi parenti scampati alla guerra civile. Ha scelto di non seppellire il suo passato, di non dimenticare: è voluta anzi diventare l’”avvocato” di quelle centinaia di migliaia di bambini che ancora combattono negli eserciti del Terzo mondo. La sua missione è proprio parlare delle infanzie violate, delle aberrazioni che i bambini soldato sono costretti dai loro aguzzini a commettere e a subire.
China Keitetsi è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, all’Unesco, al Parlamento tedesco. Ha creato un’associazione per aiutare gli ex bambini soldato come lei e oggi è anche ambasciatrice dell’Unicef. Sul suo sito ufficiale l’home page è un inno alla speranza: accanto alla foto del suo viso sorridente c’è la scritta “Il passato è passato… E il futuro è cominciato!”.
China Keitetsi
Autrice del libro “Una bambina soldato” (ed. Marsilio)

Riemerge da un carteggio inedito, trovato in un antico baule impolverato, la storia d’amore appassionata e brevissima tra Umberto Boccioni, esponente di spicco della pittura futurista italiana, e Vittoria Colonna, principessa romana. A raccontarla è Marella Caracciolo Chia (da non confondere con l’omonima Marella, sua zia, che fu moglie di Gianni Agnelli), nel libro Una parentesi luminosa, in uscita mercoledì 7 maggio con la casa editrice Adelphi.
La Caracciolo racconta di essersi imbattuta nel carteggio segreto quasi per caso: un pacchetto “orfano e come separato dal resto, tenuto assieme da un pezzo di corda legato stretto”. Erano le lettere che, nell’estate del 1916, si erano scambiati Boccioni e Vittoria Colonna dopo essersi conosciuti quasi per caso, nella suggestiva cornice del Lago Maggiore, e innamorati a dispetto delle convenzioni: lei ricca, aristocratica e infelicemente sposata con Leone Caetani principe di Teano e duca di Sermoneta, lui squattrinato artista d’avanguardia.
È intorno al personaggio di Vittoria che si sviluppa tutta la narrazione. Una principessa anticonformista, frivola, poliglotta, elegante, appassionata di arte e di giardinaggio. E soprattutto grafomane: sono migliaia le lettere trovate nel baule - scriveva pressoché ogni giorno al marito, e poi agli amici sparsi per il mondo. Prima di morire firmò perfino un’autobiografia: ma senza mai rivelare il suo segreto. Quella “parentesi luminosa”, le due brevi settimane d’amore con Boccioni, interrotte dalla guerra e tranciate dalla morte. Perché al feulleiton non manca nulla, nemmeno il finale tragico: proprio nel momento in cui la principessa e il pittore si abbandonano alla passione, lui deve ripartire per il fronte - è il 1916, gli uomini sono chiamati alle armi. Per di più, da futurista, Boccioni naturalmente appoggia la guerra e subisce il fascino della belligeranza. Eppure non sarà un colpo d’arma da fuoco o un attacco nemico ad ucciderlo, bensì una banale caduta da cavallo. Nel portafoglio, l’ultima lettera ricevuta da Vittoria: che un amico comune farà tornare alla mittente, per mantenere il riserbo.
Ora, dopo novantadue anni, il riserbo è stato sciolto. Il libro verrà presentato al pubblico mercoledì 7 maggio alle 19:00, a Roma, all’Accademia di Francia a Villa Medici: a fianco dell’autrice ci sarà il critico d’arte Philippe Daverio.

Bridget Jones? Un grande bluff. La trentenne imbranata tratteggiata dalla penna di Helen Fielding aveva a dir tanto una decina di chili di troppo, un lavoro molto glamour e ben due affascinanti gentiluomini (nel film Hugh Grant e Colin Firth) pronti a tutto per conquistarla. “E questo sarebbe il prototipo della sfigata?” si domanda con un sorriso Caterina Cavina, giornalista bolognese che, dall’alto del suo metro e 80 e dei suoi 150 chili, da quattro anni si racconta nel blog www.grassaebella.splinder.com.
A inizio aprile arriva in libreria il suo primo romanzo, Le ciccione lo fanno meglio, pubblicato dalla Baldini Castoldi Dalai. La storia di un’anti Bridget brutta e obesa alle prese con una serie di uomini (uno peggiore dell’altro) che, però, saprà tirare fuori le unghie e prendersi le sue rivincite. Una sorta di romanzo di formazione per ragazze grasse nel quale la trentacinquenne Cavina ha condensato con ironia le sue esperienze e quelle delle lettrici del suo blog. Lanciando un messaggio di fondo: “Se per farti perdonare qualche diversità fisica accetti che gli altri ti trattino male, sarai sempre una vittima. Un’obesa può vivere una vita piena di ottime storie d’amore e di sesso. Come tutte le altre donne”.
Ma per una signora extralarge non è difficile trovare ammiratori? “Per nulla. Tutto ruota intorno alla sensualità, non al peso” afferma Cavina. E spiega il segreto della seduzione: “Gli uomini sono attratti da come una donna si muove. Appendono al muro i calendari con le bellone, però nella vita, nel letto, vengono sedotti da qualsiasi donna sappia essere sexy”.
Niente elogio dell’obesità, sia chiaro: “L’obesità è una malattia e va curata” sottolinea Cavina. “Ma l’errore che fanno le persone grasse è credere che la felicità stia nella magrezza. Io stessa ho perso più di 70 chili e per qualche anno ho mantenuto il peso forma, ma la mia vita era sempre la stessa. Escluse la salute e la maggior possibilità di scelta di vestiti nei negozi, non era cambiato niente. Allora come oggi avevo le mie avventure di una notte, le mie storie serie, i miei periodi da single: nessuna differenza”.
Ma allora crede davvero o no che le ciccione lo fanno meglio? “Il titolo del libro è una frase ricorrente che gli uomini usano come scusa per giustificare il fatto di essere andati con donne non particolarmente attraenti” ride Cavina. “Ma nasconde anche una verità: le brutte, bruttine, grassottelle, obese, tra le lenzuola possono essere più in gamba delle bellissime”.
Perché? “È la regola della compensazione: si impegnano di più. Quindi, sì: se ci credono, le ciccione lo fanno meglio”.
FORUM: Agli uomini piacciono solo le donne magre?
[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10055/normal_brad_pitt_8.jpg)
Il mito di Jesse James sta per essere rilanciato a livello planetario da un film dal titolo L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, in uscita in questi giorni nelle sale italiane. Il bandito più famoso d’America - vissuto in Missouri tra il 1847 e il 1882 - in questo film, tratto dall’omonimo romanzo di Ron Hansen, verrà interpretato da Brad Pitt.
Ecco il trailer del film in lingua originale:
Forse a qualcuno, dopo aver visto o sentito parlare del film, verrà la curiosità di approfondire la storia di questo personaggio, leggendario per gli americani ma non così conosciuto in Europa. E allora vale la pena di citare un libro che racconta il “Jesse James privato”, scritto nel 1899 dal figlio Jesse James Jr detto “Tim”: La vera storia di Jesse James (Newton Compton).
Una biografia in cui vengono celebrati il coraggio, la buonafede e addirittura il ravvedimento finale di Jesse James (che, poco prima della morte, pare volesse costituirsi: “Mio padre moriva dalla voglia di farla finita con la sua vita da fuggitivo. La sua volontà, ormai, era quella di consegnarsi alle autorità competenti”, racconta il figlio nelle ultime pagine del libro).
Tra gli aneddoti, c’è roba da far venire la pelle d’oca ad animalisti e pacifisti. Si racconta della volta in cui, per dare prova alla madre della sua mira fuori dal comune, sparò a un uccellino. Il figlio la racconta così: “Un tenero picchio dalla testa rossa si posò su un ramo a una cinquantina di metri di distanza. Mio padre prese la mira e tirò il grilletto. L’uccellino cadde a terra come fulminato. Era un tiratore fantastico, mio padre”. Oppure quando, per far giocare i figli, metteva loro in mano le sue armi. Per fortuna il figlio scrittore, in un impeto di politically correctness degno dei giorni nostri, specifica sempre che le armi erano state preventivamente scaricate dal previdente genitore.
Ma chi era davvero Jesse James? Forse la descrizione più calzante è quella del maggiore John N. Edwards, autore di Noted Guerrillas, un’opera che Jesse James Jr. cita molto spesso nel suo libro: “Inseguito, braccato, circondato, colpito, ferito, reso vittima di agguati, sorpreso, controllato, tradito, proscritto, bandito, portato da stato a stato, messo nel mirino di infallibili investigatori: e tuttavia ha sempre trionfato. Da alcune persone intelligenti è considerato un mito; da altre una specie di adepto del demonio. Non è nessuna delle due cose, ma certamente è un uomo fuori dal comune”.
Edwards regala anche al lettore una descrizione fisica del bandito, che sembra tratteggiare alla perfezione le fattezze dell’attore che, oltre un secolo dopo, sarà chiamato a interpretarlo sul grande schermo: “Gli occhi blu, chiarissimi e penetranti, il corpo alto e raffinato, le dita lunghe e affusolate”. Il bandito Jesse James o la superstar Brad Pitt? Giudicate voi.

12 dicembre 1969, quattro e mezza del pomeriggio: scoppia una bomba nella sede della banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Brescia. Sedici morti e oltre ottanta feriti. È l’inizio di un decennio buio, fitto di attentati terroristici.
La bomba di Piazza Fontana nell’immaginario collettivo è l’avvio degli anni segnati dalla “strategia della tensione”. Oggi, dopo 38 anni, per quella strage la giustizia italiana non ha individuato colpevoli.
Da più parti viene chiesto di non dimenticare. Lo chiedono prima di tutto i parenti delle vittime, frustrati da decenni di fallimenti nella ricerca della verità. Lo chiedono gli intellettuali e gli storici.
Per ricordare e per cercare di sciogliere i tanti nodi di quella vicenda si può attingere ai tanti documenti, immagini dell’epoca, ricostruzioni delle indagini, dichiarazioni ufficiali e non ufficiali.
Tra i tentativo di mettere ordine e ricostruire una memoria, c’è il recente lavoro di Carlo Lucarelli, che con Einaudi ha pubblicato Piazza Fontana: un libro e un dvd (tratto dalla sua trasmissione Blu Notte) . Il suo obiettivo è ripercorrere minuziosamente quella storia ancora “piena di segreti, in cui resta intatto il mistero e ancor più l’orrore”, per dimostrare i punti oscuri delle indagini, i tentativi di insabbiare la verità, e per capire meglio “questo strano e assurdo Paese di misteri e di segreti”.
Foto di gruppo da Piazza Fontana (Melampo), invece, è stato scritto un paio d’anni fa dal giornalista del Giorno Mario Consani per mettere ordine nella selva di protagonisti, comprimari e comparse di quella tragedia. Scattando una “fotografia virtuale” di Piazza Fontana, Consani si propone di tracciare passato presente e futuro di quel 1969. La prefazione è di Dario Fo, che a partire dal 1970 insieme alla moglie Franca Rame portò a teatro Morte accidentale di un Anarchico: uno spettacolo di denuncia ispirato alla morte di Giuseppe Pinelli, primo indiziato della strage, poi precipitato da una finestra del commissariato dove lo stavano interrogando. Nell’home page del sito di Fo viene ricordato oggi l’anniversario di Piazza Fontana.
Un altro giornalista, Luciano Lanza, fu “testimone diretto degli eventi” e li ha voluti raccontare nel volume Bombe e segreti - Piazza Fontana, una strage senza colpevoli (Eleuthera). Lanza riparte proprio dalla sentenza del maggio 2005, che mandò assolti gli ultimi tre imputati e chiuse definitivamente il sipario sulla ricerca di una verità giudiziaria. Il libro è un atto d’accusa contro lo Stato italiano, arricchito da un’intervista a Guido Salvini, l’ultimo giudice incaricato, dal 1989, di seguire il caso.
Forse un po’ datato (è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2002) ma sempre pregevole, è anche La strage - Piazza Fontana. Verità e memoria, scritto da Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese per descrivere una “sequenza di verità offese che devono venire alla luce”. Prima fra tutte, quella dei mandanti e degli esecutori della strage: troppo frettolosamente vennero accusati, all’inizio, gli anarchici, e troppo superficialmente si indagò sul fronte del terrorismo nero. Ma c’è anche chi non crede a questa versione “da sinistra” dei fatti. Piazza Fontana: una vendetta ideologica è un pamphlet anonimo “Per fare il verso al celebre volumetto La strage di stato, anch’esso anonimo, (poi ripubblicato da Odradek, ndr) che inaugurò la lettura da sinistra del delitto del ‘69″, spiega l’autore a Panorama.it. Il pamphlet si scaglia contro “l’insolenza delle ultime sentenze che si permettono di insinuare dubbi sul giudicato che assolve Freda e Ventura”. L’editore è Ar, di proprietà dello stesso Freda.
Qui sotto, una parte dello speciale che il giornalista Giovanni Minoli curò per Rai Educational sulla strage di Piazza Fontana
IL FORUM
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Illustrazione di Sophie Benini Pietromarchi per il libro di Franc Mc Court “Angela e Gesù bambino”, Adelphi, collana “i cavoli a merenda” (per gentile concessione dell’editore)
Leopoldo ha otto anni ed è disperato. Sua madre gli ha giocato un brutto scherzo: gli ha regalato un libro, al posto delle scarpe che tanto desiderava. Lui i libri non li sopporta proprio. È affetto da “papirofobia”, decreta il medico, indicando una cura drastica: niente più computer nè videogame, per non distrarsi. Leopoldo scappa di casa: sulla sua strada incontra un vecchio cieco, che senza bisogno della vista scopre subito cos’è che tiene davvero lontano il bambino dai libri: la miopia! Con un bel paio di occhiali, Leopoldo diventa così un appassionato e vorace lettore: dal vecchio ha imparato che il modo migliore per viaggiare è fare il giro del mondo volando sulle ali dei libri. È la trama dell’ultimo racconto di Susanna Tamaro, Papirofobia (Salani, 45 pagine, 8 euro). Un piccolo libro per un grande concetto: insegnare ai bambini ad amare la lettura. E ora che si avvicina il Natale a molti genitori e zii si presenta il dubbio amletico: regalare al ragazzino le scarpette da calcio o l’ultimo gioco della PlayStation, guadagnandosi un sorriso grato istantaeo e assicurato, o rischiare mettendo nel pacchetto un libro?
L’importante è sceglier bene, perchè il lettore giovane è anche il più esigente: non lo si può annoiare. Quindi, se avete intenzione di giocare d’azzardo e mettere sotto l’albero un libro per il vostro piccolo figlio/amico/nipote, ecco una piccola selezione di suggerimenti.
Una scorciatoia è usare il cinema come apripista: ottimo quindi La bussola d’oro di Philip Pullman (Salani, 354 pagine, 16 euro), perchè venerdì 14 dicembre ne uscirà la versione cinematografica, con un cast d’eccezione che comprende Nicole Kidman, Daniel Craig ed Eva Green. Dopo che se ne saranno innamorati al cinema, i ragazzi apprezzeranno certamente di più la versione cartacea.
Un’altra scorciatoia è catturare l’attenzione dei più piccoli unendo alle parole anche la musica. È quel che succede con La farfalla del mare di Moony Witcher (Giunti, 47 pagine, libro+cd, 16,50 euro), una favola illustrata da Eleonora Villani e accompagnata da un’operina musicale di Gabriele Mirabassi. Nove brani inediti, pensati per i bambini ma ricchi di influenze musicali diverse: dal jazz alla musica sudamericana. Una co-produzione tra l’editore Giunti e l’etichetta discografica Egea, proprio per dare vita a una collana di libri per bambini da leggere, guardare e ascoltare.
Anche le immagini possono ravvivare l’attenzione dei ragazzi, ancor meglio se abbinate a un grande classico: la casa editrice Pagliai ha appena pubblicato un’edizione delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (384 pagine, 28 euro), con la riproduzione anastatica (cioè assolutamente fedele all’originale) delle illustrazioni dell’artista Sigfrido Bartolini. Oppure Angela e Gesù Bambino di Frank McCourt (Adelphi, 32 pagine, 16 euro) con le belle illustrazioni di Sophie Benini Pietromarchi.
McCourt ci aveva già fatto conoscere la testarda e indomita protagonista de Le Ceneri di Angela (Adelphi). Nel nuovo libro la ritroviamo a sei anni, in un Natale gelido e poverissimo, prendersi cura di Gesù Bambino, cioè rubarlo dalla chiesa per metterlo al caldo, cacciandosi però in una serie di guai.
Infine, si può provare a solleticare l’istinto da Gianburraschini dei ragazzi del terzo Millennio regalando un libro politicamente scorretto, in cui si divertano a leggere birbonate e monellerie d’altri tempi. In questo caso il regalo giusto è Il grande libro per i bambini cattivi di Elisa Brina e Giulio Tofano (Newton Compton, 247 pagine, 8,90 euro): per imparare a divertirsi come facevano i nonni. Però poi non vi lamentate se appiccheranno un incendio in salotto, nel tentativo di accendere un falò, o se avvieranno un allevamento di girini nella vasca da bagno.
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Una volta li chiamavano “cantastorie”. Oggi va di moda usare il termine inglese, “storytellers”, ma la sostanza resta quella: sono gli artisti che raccontano al pubblico un’avventura, una favola, un’emozione. Alcuni lo fanno in musica: salgono sul palco, spesso con la chitarra al collo, e riempiono l’aria di note e parole.
Ma finita la canzone, finisce anche il contatto con l’artista: lui scompare dietro le quinte, al massimo si affaccia per inchinarsi agli applausi o per fare qualche bis. Come scoprire qualcosa di più della sua anima? Facendolo parlare. Ma non in un’intervista staccata dal contesto musicale, magari registrata nel salottino di un albergo di lusso. No, in un’intervista che rimanga costantemente intersecata alla musica. Una nuova formula: un concerto piccolo, acustico, e il pubblico o un giornalista a chiacchierare col cantante, tra un pezzo e l’altro.
Il format Storytellers, partito in sordina sul canale tv americano Vh1 a metà degli anni Novanta, fu un successo. Tra i protagonisti ci furono ad esempio Bruce Springsteen, Elton John, Alanis Morisette. Gli ascolti furono altissimi, la trasmissione divenne un cult. Nel 2005 a qualcuno venne in mente di portare il programma anche in Italia. Quel qualcuno era Luca De Gennaro, responsabile del dipartimento Talent&Music di Mtv. E per realizzare il progetto decise di coinvolgere la più istrionica delle giornaliste musicali italiane: Paola Maugeri, già vj di Mtv e conduttrice di 105 Night Express su RaiUno.
Per chi si fosse perso la trasmissione, oggi De Gennaro trasferisce in libreria quell’esperienza televisiva, in un libro (scritto naturalmente a quattro mani con la Maugeri, e pubblicato da Tea) che raccoglie quegli incontri con Jovanotti, Giorgia, i Subsonica, Ligabue, i Marlene Kunts, Vinicio Capossela, Cesare Cremonini, Carmen Consoli e Ivano Fossati (nella gallery alcuni scatti degli eventi). Il libro, facile intuirlo, si intitola Storytellers, sottotitolo: “La musica si racconta - le storie, il mondo, le idee dietro le canzoni che amiamo”.
Qualche assaggio? Giorgia che ricorda la sua sonora bocciatura all’esame di compositore alla Siae, da cui poi scaturì il pezzo M’hanno bocciato (contenuto nell’album Giorgia del 1994). La cantante romana racconta che se la legò al dito: uno dei commissari le disse “Guardi che lei non ha tanta musicalità”, salvo poi cambiare repentinamente idea, dopo averla sentita cantare in un club. Ligabue invece teorizza l’importanza dell’incipit in una canzone per arrivare “a bomba nell’atmosfera”. E affinché non rimangano ulteriori dubbi, specifica: “Le canzoni non hanno tempo per le pippe”! Vinicio Capossela che confida la ragione che lo ha spinto a iniziare a creare canzoni: l’invidia. Un’invidia nei confronti “di chi ha scritto qualcosa di grande”, un sentimento simile all’emulazione che gli ha fatto nascere il desiderio di “riuscire a scrivere un pezzo che abbia qualcosa di quel grande soffio di vita e di mito che sento negli artisti che amo”. Lorenzo “Jovanotti” Cherubini che cita i suoi più famosi strafalcioni, da quel “non c’è niente che ho bisogno” dentro Ragazzo Fortunato alla consecutio temporum tutta sbagliata della canzone La valigia.
LA GALLERY

Cominciamo, come il libro, con un’avvertenza ai navigatori che si apprestano a leggere questo articolo: “attenzione, materiale sessualmente molto esplicito”. Perché la pubblicazione di cui stiamo per parlare contiene pagine extra-hard. Descrizioni che nulla lasciano all’immaginazione, con una terminologia cruda e talvolta quasi mutuata dai film porno. Amplessi, sadomasochismo, orge… Tutto mai avvenuto nella realtà, beninteso. Ogni scena descritta è esclusivamente accaduta nella fantasia di qualcuno.
Non si tratta di un romanzo, ma di un saggio. L’autore, lo psicologo inglese Brett Kahr, ha raccolto nella sua ultradecennale esperienza di terapeuta quasi 20mila testimonianze sull’argomento, proponendosi di “esplorare il terreno delle fantasie sessuali un po’ come farebbe un antropologo che si sia imbattuto in una tribù remota e incontaminata”. Nel libro Indovina chi viene a letto? (in uscita per la casa editrice Ponte alle Grazie con il più che esplicito sottotitolo: Il mondo segreto delle fantasie sessuali) Kahr presenta ai lettori le più significative fantasie che gli sono state confidate. Con una teoria: quando un paziente si stende sul lettino, il suo problema avrà sempre in qualche modo a che fare con il sesso.
Kahr cambia tutti i nomi, per rispetto della privacy, ma le storie - assicura - sono rigorosamente vere. E così nel libro si incontrano il signor Jones, che si autodefinisce “l’unico cinquantenne vergine di Londra” e che non ha mai fatto sesso, neanche una volta nella sua vita; Delia che immagina di essere una “schiava sessuale” in un bordello di alto livello; Clark che parla di se stesso in terza persona e sogna una donna che gli impartisca ordini perentori; Petrina che descrive coiti sfrenati con il defunto marito; Prakash che vorrebbe indossare i vestiti della sua fidanzata e sfoggiarli davanti a lei e alle sue amiche… Tra le celebrità, le più gettonate per le fantasie sessuali sono Robbie Williams (che ha un consenso del 13% anche tra gli uomini) e Kylie Minogue.
Alle testimonianze l’autore alterna tabelle che raccolgono i risultati della sua ricerca. Presentando dati che smentiscono una volta per tutte l’antico detto “Niente sesso, siamo inglesi”: oltre il 40% del popolo di Sua Maestà si masturba almeno una volta alla settimana, il 73% ha visionato materiale pornografico almeno una volta nella vita, il 24% ammette di aver tradito il proprio partner avendo un rapporto completo con qualcun altro (a cui va aggiunto un altro 18% che si è limitato al sesso orale).
Da questa settimana il saggio arriva nelle librerie. In attesa che qualcuno voglia emulare Kahr e pubblicare un nuovo libro (anche da noi non mancano titoli analoghi) sulle fantasie sessuali degli italiani… Siete avvertiti: d’ora in poi, occhio a quel che raccontate al vostro psicoterapeuta.

Milano, zona Fiera - esterno giorno. Rossella Canevari e Virginia Fiume mi hanno dato appuntamento ai giardinetti di Pagano per parlarmi del loro libro Voglio un mondo rosa shokking (edizioni Newton Compton), che proprio in questi giorni sta per tagliare il traguardo delle 30mila copie. Risultato ragguardevole per due esordienti: merito del passaparola, di una trama scanzonata e aderente alla realtà di oggi, del sito che ha funzionato da megafono.
Il libro ha anche un booktrailer:
Rossella arriva all’appuntamento indossando una t-shirt promozionale (”Donne con le tette - le palle lasciamole agli uomini”) che è già tutto un programma.
Il romanzo è ambientato a Milano: le protagoniste Camilla e Sofia, vere e proprie alter-ego delle autrici, sono due sorelle che abitano in zona Fiera. Camilla ha 23 anni e sta per laurearsi; Sofia ne ha 30 e cerca, tra mille peripezie, di farsi strada nel difficile mondo della televisione. Il libro fotografa un momento di passaggio, in cui entrambe si trovano a dover decidere del loro futuro. Le due sorelle sono diverse, ma molto unite: “Malgrado gli stili di vita completamente differenti, anche a causa della grande differenza di età, Camilla e Sofia si vogliono un gran bene: il loro legame è forte”, spiega Rossella.
Il lettore le segue nelle loro vite parallele, raccontate in prima persona, un capitolo per una: Virginia Fiume nei panni di Camilla, Rossella Canevari in quelli di Sofia.
Camilla ha la freschezza spensierata delle “pischelle”: sa però che è iniziato il conto alla rovescia, e che la laurea imminente implicherà anche la necessità di fare scelte importanti. Uno dei luoghi più significativi per lei è via Festa del Perdono, sede dell’università Statale: qui va a colloquio con i professori, incontra gli amici, si fuma qualche canna, qui discute la sua tesi e viene proclamata “dottoressa in Lettere” di fronte, come da tradizione, a tutto il parentado.
Sofia invece deve fare i conti con una vita diurna molto meno divertente: lavora in una piccola tv satellitare, con ben poche possibilità di realizzare il suo sogno di diventare un’autrice tv. Rossella Canevari ha trasferito nel libro la sua esperienza diretta, e racconta: “Le pari opportunità sono ancora un miraggio nel mondo televisivo italiano. E poi è sempre necessaria la spinta, la conoscenza: altrimenti ci si deve rassegnare a venire sfruttati con contratti da fame. La tv è lo specchio della società italiana: una casta, proprio come la politica”.
Come se non bastasse, nel libro Sofia scopre di essere incinta, e questo la mette in crisi: “Il mio personaggio ha l’età anagrafica e biologica per la maternità. Ma ha anche la consapevolezza che, nel mondo in cui sogna di poter lavorare, una donna che fa un figlio esce automaticamente dal giro. E non viene richiamata più: quando e se vorrà ricominciare, dovrà ricominciare dalla gavetta” spiega amara Rossella. Così il percorso di Sofia, nel libro, è una lunga riflessione su cosa vuol dire fare figli oggi in Italia: il personaggio si ritrova a fare la fila nel reparto di Ginecologia dell’ospedale Mangiagalli, per richiedere la procedura di interruzione volontaria di gravidanza.
Le pagine di Camilla, invece, sono meno drammatiche: il lettore la segue nelle sue scorribande notturne, nei suoi approcci più o meno fortunati con l’altro sesso, nelle sue considerazioni sulla realtà che la circonda. Ma Camilla è anche un’idealista, pronta a impegnarsi anche concretamente per le cose in cui crede: ecco perchè a un certo punto si ritrova in corso di Porta Ticinese, in uno “stanzone” che fa da quartier generale alla Lista Civica in vista delle elezioni imminenti.
Oltre a Milano, c’ un’altra città che appare nelle pagine del libro: Vancouver. Da lì arriva la cugina Nunzia, per presenziare alla laurea di Camilla, portandosi dietro coraggiosamente la sua bella fidanzata e scatenando con il suo coming out un prevedibile putiferio familiare. Ed è lì che Camilla decide di trasferirsi: “Abbiamo scelto il Canada perchè è un Paese che entrambe avevamo visitato e amato”, spiega Rossella. “E poi ha una legislazione avanzata in merito ai diritti civili e alle libertà personali” specifica Virginia “che per esempio permette il matrimonio tra omosessuali e il consumo di droghe leggere. Per questo ci è sembrato appropriato che Camilla andasse a viverci”.
Quindi il libro finisce in Canada? Non proprio. Il libro in realtà non finisce: continua nel blog, dove le autrici continuano a scrivere una sorta di diario raccontando le loro vite e costruendo ogni giorno un dibattito con il pubblico. (Ascolta Rossella e Virginia che raccontano quanto è importante la multimedialità del libro e quali progetti hanno in cantiere). Sempre con l’obiettivo di mettere le donne al centro della scena: “donne con le tette, che le palle le lasciano agli uomini”.
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