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È appena uscito in Gran Bretagna il nuovo romanzo di Maureen Lindley: The Private Papers of Eastern Jewel, edito da Bloomsbury, e sarà tradotto in Italia, nel corso del 2008, da Neri Pozza.
È il 1914, Eastern Jewel ha otto anni ed è la figlia del principe Su e dell’ultima delle sue concubine, quando qualcosa impressiona a tal punto i suoi occhi di bambina dal mettere improvvisamente fine alla pace gioiosa dell’infanzia e dare inizio a una tumultuosa storia di coraggio e ribellione, la storia di una eroina complicata, che rifiuta di accettare il ruolo docile e servizievole che la società cinese del Ventesimo secolo le impone. Curiosità (anche sessuale) e voglia di avventura conducono la protagonista (ispirata al personaggio realmente esistito di Yoshiko Kawashima) in un lungo viaggio attraverso la Cina fino al Giappone, in un percorso che la porta a un profondo cambiamento interiore e anche fisico, che la rende un personaggio controverso, fatto di luci e ombre. La prima a rimanerne affascinata è stata l’autrice, che Panorama.it spiega com’è nato il romanzo. “Ho notato Eastern Jewel nel film di Bertolucci L’ultimo imperatore” dice Maureen Lindley “mi ha conquistata e ho iniziato a fare ricerche. Gli storici l’hanno dipinta come una donna contraddittoria e non esattamente positiva, ma io desideravo trovare il mondo per raccontare perché e come un personaggio del genere è arrivato a vivere una vita assolutamente inimmaginabile anche per noi, occidentali.
Come hai scovato il carteggio segreto di Yoshiko?
La mia avventura è cominciata dalla Biblioteca Britannica, dove ho trovato soltanto i riferimenti occasionali in libri come Penombra nella città proibita, l’autobiografia dell’insegnante privato della famiglia reale, Reginald Johnston. In queste brevi note si parla di lei senza concederle un briciolo umanità, questo non ha fatto altro che rendere la sfida dello scrivere questo romanzo più interessante: rendere un personaggio intrigante, non positivo, ma affascinante.
Che cosa l’ha conquistato di questo personaggio?
Il suo coraggio, la sua mancanza di autocommiserazione, la sua lealtà a quelli che ama. È emozionante, piena di lati oscuri, ma anche inebrianti per la loro straordinarietà e potenza.
Perché leggere questo libro?
Perché è una storia eccitante, il cui protagonista non è il solito eroe o eroina orientale che oramai conosciamo: non è né una concubina né una geisha ma un personaggio unico. La sua è una storia di manipolazione sessuale e presa di coscienza che si svolge in un tempo che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto, un tempo che tutti noi conosciamo almeno un po’. Eastern Jewel aveva 6 anni quando è affondato il Titanic, ha vissuto la prima e la seconda guerra mondiale ed è stata data in moglie ad un principe mongolo al tempo in cui Lawrence Oliver faceva il suo debutto al Birmingham Repertory. La narrazione è ovviamente impregnata di un’atmosfera orientale, ma credo che Eastern Jewel dovrebbe prendere posto tra quelle famose eroine, di cui adoriamo leggere. Un po’ come Mata Hari, anche lei merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto rispetto a quello che noterà le due o tre righe che i testi accademici le hanno riservato fin’ora.

Il principe azzurro sarà anche una figura fuori moda, in quest’epoca di emancipazione femminile, ma se continuiamo a sentirci principesse, per par condicio, dobbiamo accettare l’esistenza dei principi. Il problema è trovarli! Federica Bosco non ha reso pubblica un’agenda di indirizzi, ma un nuovo manuale per non prendere cantonate. La scrittrice, già autrice di Mi piaci da morire (che presto diventerà un film) e di un seguitissimo blog, pubblica ora 101 modi per riconoscere il tuo principe azzurro (senza dover baciare tutti rospi), sempre con Newton Compton Editori.
Copertina azzurro rosa, rospo con corona, pagine illustrate: il libro più che un manuale per stare al mondo è una guida per non sentirsi soli. I 101 consigli sono lapalissiani, non serve dirlo, perché sul rapporto uomo-donna, tecniche di seduzione e sopravvivenza, è stato detto tutto e anche di più. Ma nelle relazioni interpersonali l’importante sapere che altri hanno provato le stesse sensazioni e sono incappati negli stessi problemi. Insomma sentirsi ripetere le stesse cose non fa male, anzi. Fa bene ascoltare e anche ripetere, aiuta a convincersi, a farsi forza, e a fare forza all’amica, per la quale si acquista il libro, (ovviamente lo si acquista per lei, no?).

Qual è la città più grande del mondo? Dove si trova il posto più secco della terra? Come si chiama la montagna più lunga? Che cosa fanno i camaleonti? Dove vive la maggior parte delle tigri? Di che colore è l’universo? Perchè si è estinto il dodo? Dove dormono i gorilla? E quanto bisognerebbe dormire per notte? 224 domande di cultura generale sono state raccolte da due giornalisti inglesi, John Lloyd e John Mitchinson, autori di un divertente programma in onda sulla Bbc, QI - ossia Quite Interesting.
Domande e risposte, fortunamente! Il risultato è un ricco catalogo di tutti gli errori che farciscono la nostra cultura: un vero e proprio libro dell’ignoranza, o meglio Il libro dell’ignoranza. In Gran Bretagna, dove il rinomato humour aiuta a non sentirsi troppo pungere dall’accusa di essere boccaloni, l’idea ha fatto vendere oltre 400 mila copie del libro. Ora l’irriverente campionario di verità assurde viene proposto al pubblico italiano da Einaudi nella collana Stile Libero, con un inequivocabile sottotitolo: Che cosa è verità e che cosa è semplicemente una panzana? Il libro - gioco che svela le nostre false conoscenze.
Pagina dopo pagina si scopre che i sensi umani non sono solo cinque, che gli stati della materia sono ben quindici e che il posto più freddo dell’universo è in Finlandia. Banalità? In parte gli errori comuni sono dovuti a modi di dire o a leggende sulle quali non ci si è mai fermati a pensare, ma è venuto il momento di sapere che negli igloo, fatti di ghiaccio, non ci abita più nessuno e che l’uomo non discende dalle scimmie antropomorfe.

Le GALLERY: Gli ospiti - I film in concorso
Nel giorno del 64° anniversario della deportazione degli ebrei di Roma (in occasione del quale domenica, sempre a Roma, s’è tenuta una grande marcia silenziosa dalla Comunità di Sant’Egidio tra le strade di Trastevere e quelle dell’antico Ghetto al Collegio Militare) è stata presentata la pubblicazione da parte di Einaudi di Shoah. A distanza di ventidue anni dalla sua prima proiezione, questo colossale documentario realizzato da Claude Lanzmann (regista, documentarista, sceneggiatore e produttore francese) viene riproposto al grande pubblico.
Si tratta di 9 ore di insopportabile potenza: 570 minuti che raccontano luoghi e volti con una semplicità che mette i brividi. Indifferenza e silenzio sono state tra le caratteristiche principali della storia dell’Olocausto; sconvolgente indifferenza e profondo silenzio accompagnano ogni fotogramma di questo immane film-documentario. Frediano Sessi, nella prefazione del libro che accompagna i 3 DVD, scrive che Shoah fa parte della storia del cinema e della storiografia, rappresentando un passaggio indispensabile per capire, ed è vero.
Claude Lanzmann ha lavorato per 11 anni, attraversando 14 paesi, per raccogliere le parole di superstiti e testimoni e realizzare una memoria dell’orrore, come lo definisce Simone de Beauvoir. Sull’Olocausto si è parlato e scritto tanto, sono stati realizzati documentari e girati film, tutte importanti testimonianze. Shoah non parla “solo” di quello che è stato, ma lo resuscita in modo grandioso e potente, quasi insopportabile. Il libro, pubblicato da Einaudi, raccoglie anche tutti i testi, presentati dallo stesso autore in un’intervista.

Incontri e scontri occasionali come quello fra un ebreo americano e un giornalista fallito israeliano Sul luogo dove sorge il museo dedicato agli ebrei vittime delle persecuzioni naziste; la ricerca spasmodica del raggiungimento di un modello sociale, come la perfetta forma fisica nella paranoica società americana della Will Power; racconti in cui storie personali e grandi vicende si mescolano come La fine del portafogli di Larry. Dettagliate descrizioni di eventi apparentemente banali resi in modo originale attraverso una narrazione ricercata e ironica. Tematiche universali e piccoli drammi personali si mescolano nei sette lunghi racconti di Todd Hasak-Lowy, pubblicati in questi giorni da Minimum Fax con il titolo di Non parliamo la stessa lingua. Libro esordio di questo professore in un college della Florida. Americano e insegnante di letteratura ebraica: le due caratteristiche si vedono nello stile forte e ricercato, nell’intelligenza delle tematiche e nella sensibilità ironica di fronte alle piccole e grandi tragedie quotidiane.
Perchè scrivere Mr. Hasak-Lowy?
“Scrivere non è qualcosa che ho fatto sempre o che ho sempre voluto fare. Ci sono arrivato verso i trent’anni, mentre mi laureavo in letteratura comparata; ho iniziato con l’amare la letteratura e solo successivamente mi sono mi sono messo alla prova come scrittore”.
Qual è il suo romanzo preferito?
“Ho un gran numero di libri che adoro, ma l’ultimo libro che ha davvero fatto impressione su di me è stato Cecità di Josè Saramago. Penso che due attributi di questo libro mi parlino: primo, il linguaggio, con questa voce del narratore che mi ha semplicemente conquistato. Secondo, l’evoluzione della storia, che parte da un presupposto e prosegue diretto fino alla conclusione. In quel periodo, stavo scrivendo un racconto e avevo difficoltà con la storia, perchè io sono uno scrittore a cui piacciono moltissimo le digressioni, questo libro mi ha condotto fino alla fine”.
Nel 2008 uscirà il suo primo romanzo.
“S’intitola Prigionieri ed è la storia di uno sceneggiatore che inizia a scrivere una sceneggiatura che non pensa andrebbe scritta. Ma non può fermarsi. Così il racconto alterna sceneggiatura e crisi, incluso un viaggio in Israele…”.

Jonathan Coe, autore di grandi romanzi come la Famiglia Winshaw, La casa del sonno, L’amore non guasta e La banda dei brocchi, torna con una nuova saga familiare: La pioggia prima che cada, in uscita il 5 luglio per Feltrinelli.
Tutto comincia con la morte dell’anziana zia Rosamond. Tutto comincia con il ritrovamento delle registrazioni fatte dalla donna nei giorni prima della morte. Quattro cassette indirizzate a Imogen. Chi è Imogen? Gill deve sapere e capire. Gill è una delle protagoniste di questa storia di donne che si sviluppa in mezzo secolo, lei è lo sguardo sul presente che scopre un incredibile passato. Amori, passioni, amicizie, abbandoni e addii vengono scoperti ascoltando (o meglio leggendo) i ricordi di una zia anziana che sfoglia e descrive venti fotografie scelte per spiegare tutta una vita.
Jonathan Coe descrive sentimenti e fatti attraverso il filtro del tempo: ogni cosa viene ridimensionata, anche i folli gesti dalle conseguenze drammatiche. Una serenità in profondo contrasto con la narrazione al presente che scivola (più o meno volontariamente) nel patetico.
Da leggere, anche per capire la vera dimensione umana delle piccole tragedie riportate ogni giorno da stampa e televisione.

Nell’immagine, un particolare della copertina dell’antologia di Minimum Fax
Quanto è difficile essere pubblicati se si è giovani scrittori? Lo sanno le migliaia di speranzosi autori che inviano il proprio manoscritto a piccole e grandi case editrici in tutto il mondo, oppure a concorsi, riviste e agenzie letterarie. E la scelta è davvero ardua anche per chi questi manoscritti li deve giudicare. Lo sanno i redattori del magazine Granta, a Londra, che hanno scelto 21 racconti americani per una nuova antologia, dal titolo Granta 97: Best of Young American Novelists 2.
La prima edizione (del 1996) aveva sfornato autori poi baciati dal mercato e dalla critica, come Jonathan Franzen. Ora Granta prova a scommettere su ventuno nuovi nomi. Che con i loro racconti offrono una fotografia dell’America d’oggi, in una sorta di quadro cubista con tematiche variegate e punti di vista molto diversi.
La raccolta esce oggi anche in Italia edita da Minimum Fax, con il titolo United Stories of America – 21 scrittori per il 21° secolo. E verrà promossa con un tour italiano degli autori, in arrivo da diverse città degli States. Alcuni di loro diventeranno casi letterari come David Foster Wallace o Raymond Carver, altri spariranno nel nulla. Ma questa raccolta resterà ai posteri come l’esempio letterario di una generazione.

“Se ne sentono talmente tante sulla guerra, che sembrava fosse scoppiata in una nazione lontana e sconosciuta”. Inizia così Memorie di un soldato bambino, il romanzo edito da Neri Pozza, scritto da Ishmael Beah ricordando la sua lunga esperienza di guerra in Sierra Leone. Ishmael Beah aveva tredici anni quando ha perso tutto e si è ritrovato un fucile in mano, reclutato dalle truppe regolari per combattere contro i ribelli, in una guerra tra fratelli iniziata nel 1991 e terminata dieci anni dopo. Ma dov’è la Sierra Leone? In Africa. Giusto, ma l’Africa è grande, e a molti di noi ricchi occidentali sono serviti 100 mila morti e 2 milioni di profughi per scoprire dov’è esattamente questo paese. Il bilancio è stato tragico, come in tutte le guerre, e i racconti dei superstiti sono agghiaccianti, soprattutto se si considera che si tratta di bambini. Bambini che sono allo stesso tempo sopravvissuti ed ex guerriglieri, vittime e carnefici.
Memorie di un soldato bambino parla della fame, dei lunghi cammini da un villaggio all’altro, della dipendenza da droghe, della guerriglia notturna con la stessa semplicità con cui descrive una partita a calcio o la totale assenza di speranza. Gela il sangue di chi legge. “Una delle maggiori fonti di disagio mentale, fisico ed emotivo del mio viaggio era l’impossibilità di capire quando e dove sarebbe finito” racconta l’autore, che dedica questo libro a tutti i figli della Sierra Leone derubati della loro infanzia.
Pensando a questo ragazzo si prova un misto di compassione e ammirazione. Ma Ishmael Beah è vivo, migliaia di altri ragazzi non ce l’hanno fatta, e non solo in Sierra Leone. Nel mondo ci sono ben 29 guerre in corso.
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