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Un disturbo del linguaggio. Il genio visionario di Campbell e Moore

moorecampbell
Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.

Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amniotico e Serpenti e scale e una lunga intervista - chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for Vendetta e From Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.

Settanta, il decennio nero secondo Simone Sarasso

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Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Panorama.it ha incontrato Simone Sarasso.

L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come si è documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Ha scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

San Diablo, una commedia tropicale tra realismo magico e verismo

sandiablo
San Diablo (edizioni Idea, 288 p.p., euro 8,50) è un libro di confine, quello che separa verismo da realismo magico. Manfredo Kempff Suarez, tradotto da Antonio Vigilante, intesse un intreccio a mosaico, un patchwork di situazioni, personaggi, ricordi, analessi e sottotrame per mettere in scena la sua terra. Il punto di partenza è Santa Cruz, oggi capitale economica della Bolivia, ma ai tempi della narrazione - tra gli anni ‘30 e ‘40 - soltanto un villaggio. Luciano Salvatierra è un perditempo, cinico, erotomane, rissoso, alcolizzato e inguaribile fedifrago. Un uomo mosso unicamente dalla passione, che si crogiola nella sua spavalderia e nelle notti brave di Santa Cruz. Da giovane si arruola, in cerca di avventura, e parte per la Guerra del Chaco, si offre immediatamente volontario per guidare un manipolo di uomini in un’incursione e viene colpito dalle truppe paraguaiane al petto senza poter sparare nemmeno un colpo. Tornato a casa “da eroe” si invaghisce per capriccio di Juana, la sua futura moglie, che conquisterà tra risse, violenze e uccisioni con la famiglia di lei. Ben presto si stanca e salta da un letto all’altro, di bordello in bordello, di bettola in bettola, facendo furore tra le signore con il suo carisma e l’incredibile voce con cui canta fino a strappare le lacrime. In parallelo assistiamo alla storia di Osvaldo Bazan, il migliore amico di Luciano, la sua controparte. Timido, dall’aspetto orribile, con le orecchie enormi e pelose e un cranio afflitto da una tremenda calvizie, tanto che in giro si dice sia figlio di un vampiro. Osvaldo detto Orejon, mantiene sempre un profilo basso, evita con tutti i mezzi di partire per il Chaco, cambia partito politico come cambia papillon e vive con la vecchia madre, donna Zoraida. Una terribile tragedia si è abbattuta sulla famiglia Bazan, tutte le sorelle di Osvaldo sono morte adolescenti in circostanze misteriose. La disperazione porta donna Zoraida e il marito, che passerà a miglior vita poco dopo, a una scelta macabra e delirante, mentre Orejon cerca di rifarsi una vita con la bellissima e sfortunata Lucrecia che lo sposerà controvoglia dopo una serie di amori falliti e che si innamorerà perdutamente di lui durante la luna di miele per una caratteristica, che come cantava De André è la meno apparente, fra tutte le virtù la più indecente.
La vita a Santa Cruz prosegue, ma donna Zoraida e Luciano dovranno fare i conti con le loro colpe, la prima perderà il senno combattendo con la Parca, che le fa visita incessantemente fino a portarsela via, il secondo con il diavolo in persona. Kempff riesce alla perfezione a intersecare realtà e allegoria restano sempre in bilico tra realtà e sogno. Se quella di Zoraida e di Luciano siano rispettivamente demenza senile e delirium tremens o se davvero lottino contro la morte e il maligno non ha importanza. L’affresco è perfetto e il confine affascinante. San Diablo è un libro di atmosfera e di personaggi, con un fascino esotico d’altri tempi, una scrittura serrata, un caldo erotismo tropicale e una vena ironica. Le edizioni Idea lo avevano già proposto al pubblico italiano con l’ottimo “Margarita Hesse”, l’anno scorso, mentre in Sudamerica Kempff pubblica per il colosso Alfaguara. Un autore da tenere sott’occhio e da posare sullo scaffale accanto a Marquez, Soriano, Quiroga, Cortazar, Allende e Vargas Llosa.

La filosofia di Lost, la frontiera della philosophy fiction

Lost

Il 18° Vampiro: con Gargoyle il gotico è padano

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L’horror e il gotico italiano sembrano “emergere dalle tenebre” dopo anni passati come cugini minori, come parenti poveri, di altri generi. Snobbati dalla critica, ma non dai lettori, ora vengono legittimati anche dalle case editrici più prestigiose o da quelle più grandi. E poi c’è Gargoyle. l’editore romano indipendente che fin dall’inizio, con tenacia e coraggio, ha puntato tutto su questi generi. Ora che i vampiri impazzano, tutti fanno la corsa ad accaparrarsi questo o quel libro in arrivo da oltreoceano o da oltremanica, eppure, pensandoci bene, il gotico nasce sì dal romanticismo decadente del nord Europa, ma con un’ambientazione tutta italiana con Walpole e Il castello di Otranto. L’autore scrisse nella prefazione che il libro “fu un tentativo di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno. In principio era tutto immaginazione e improbabilità: in seguito, la natura è sempre stata copiata con successo… “.
Allo stesso modo Claudio Vergnani tenta di miscelare l’antico e il contemporaneo, incrociando quotidiano e soprannaturale. Il suo romanzo dal titolo Il 18° Vampiro (Gargoyle, p.p. 544,  14 euro) mette in scena il gotico, con tutti i crismi della narrazione odierna legata alla “probabilità” delle miserie umane, e lo ambienta nella pianura padana: luogo perturbante per eccellenza, con le sue nebbie, i casolari abbandonati, le cisterne arrugginite, i fossati putridi …
Il protagonista, schiacciato dalla vita, sbarca il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile - recita la quarta di copertina - ed è sempre meglio che lavorare [...] Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorre coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione.
Panorama.it ha incontrato l’autore.
Vampiri… a Modena?
Ho descritto ciò che ho sotto gli occhi e conosco. Non avrei potuto fare diversamente. Per come la vedevo io, la sfida non era azzeccare una location, ma scrivere un bel romanzo, semplicemente. In quest’ottica, come ci insegna Stephen King, meglio allora descrivere ciò che si conosce bene (di Salgari ce n’è uno solo), per cui sono andato avanti con Modena, che è la mia città, e in alcuni luoghi dell’Appennino, a Bologna, e a Venezia che conosco bene e che amo. Certamente c’era anche il piacere di vedere un po’ di anarchia vampiresca dove di solito trovano spazio solo i soliti triti simboli cittadini: zampone, Ferrari, tortellini, ecc… Perciò, come dicevo, il problema era tutto nel raccontare una storia nuova e interessante, per gli appassionati del genere e non. Il dubbio non era quindi dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Ne Il 18° vampiro uccidere non morti non è una professione eroica e i signori della notte non sono nobiluomini emaciati e galanti….
No, verrebbe anzi da dire che per certi versi ci troviamo di fronte alla classica lotta tra poveri. Una lotta tanto più atroce e impietosa perché sotterranea, priva di regole, dai risultati comunque tragici, chiunque sia a prevalere. Ammesso che qualcuno prevalga e ci sia qualcosa da vincere. I vampiri non vestono marsine o mantelli e i loro uccisori non brandiscono crocifissi. La loro è una professione oscura dove c’è spazio solo per l’amarezza, il disgusto, la frustrazione e la paura. È la lotta di uomini e donne disperati che fanno ciò che fanno non per convinzione, ma unicamente per necessità e per caso, che spesso si intrecciano. È una lotta senza onore che non risparmia né vincitori né vinti, e che entrambi mette di fronte allo specchio impietoso dell’inutilità dei loro atti. Non c’è gloria, non c’è speranza, non c’è scampo. Che poi alcuni dei personaggi siano anche depressi, demotivati e anche francamente limitati rende il tutto più difficile. Ma anche più divertente. I protagonisti scopriranno qualcosa di loro nell’evolversi degli eventi. Alcune rivelazioni saranno scoraggianti, altre saranno invece inaspettatamente consolatorie. Come in ogni vita, del resto.
Come è approdato all’horror?
Bè, per una considerazione un po’ meschina, devo ammettere. O forse solo infantile. Non facevo che leggere ovunque che il genere horror non era “roba” per scrittori italiani, e che non esistevano romanzi italiani puramente horror degni di essere pubblicati, e così ho pensato che forse si poteva provare a sfatare questo mito molto simile ad una condanna senza appello. Per come la vedo io, il genere è solo un fondale, una struttura portante, indispensabile ma limitata. È quello che riuscirai a inserirvi all’interno che farà la differenza. Sono partito dal presupposto di provare a scrivere un racconto originale e al contempo interessante (che nell’ambito letterario è di per sé l’obiettivo più ambizioso di tutti). Ho usato i “binari” horror per orientarmi da un lato e per sperimentare dall’altro. Lasciando libero spazio ad un’avventura nella quale un lettore non potesse che trovare continuamente (e spero con piacevole stupore) qualcosa di nuovo e non scontato in un contesto, quello della caccia ai vampiri, che nell’ambito della letteratura horror è un vero e proprio “classico”.
C’è spazio per questo genere in Italia?
Non lo so. Dico sul serio. Ma credo che l’esito di questo particolare romanzo ci darà una risposta. Magari parziale e non definitiva ma comunque attendibile.
Come si è trovato con Gargoyle?
Posso rispondere in due parole. Alla casa editrice Gargoyle sono a un tempo gentiluomini (e gentildonne) e solidi professionisti. Due caratteristiche che raramente, a mia esperienza, vanno d’accordo. Non mi chieda come perché non saprei rispondere, ma è un fatto che loro ci riescano. È più soprannaturale questo che trovare dei vampiri a Modena.

Jonathan Carroll: “I miei romanzi sono insalate miste”

Black Cocktail
Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. Panorama.it lo ha incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potrebbe fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i suoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vive a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienterebbe un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa ha letto ultimamente che l’ha colpita particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Ha mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Ha mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.

Il canto dell’erba: un classico romanzo americano

Il canto dell'erba
Una scrittura rodata da anni di mestiere ma ancora affilata, un romanzo che trova nei particolari, nelle descrizioni e soprattutto nei personaggi una forza inaudita, una tridimensionalità più unica che rara. Thomas McGuane, classe ‘39, è un narratore di razza . Il canto dell’erba (Alet, pp. 224 - € 16) - tradotto armonicamente da Simona Sollai - con poche, rapide pennellate mette in scena le vicende della famiglia Whitelaw, una piccola dinastia di imprenditori del Montana su cui grava lo spirito del fu patriarca Sunny Jim che anche dall’oltretomba detta legge grazie a un testamento blindato, che lega indissolubilmente il suo patrimonio alla figura losca e meschina dell’ex genero Paul Crusoe, costringendo così l’intera famiglia a venire a patti con lui. Sullo sfondo, a fare da controcanto, il West con tanto di cowboy e natura incontaminata: un mito polveroso, divorato proprio da personaggi come Paul, ma che in qualche modo entra sempre in scena per sparigliare le carte dei protagonisti, come quando Evelyn si perde nella neve in seguito a una “notte brava” con indosso un vestito da sera degno di un cocktail party a Manhattan o cerca consiglio e rifugio nel ranch dove è cresciuta sotto l’ala prorettrice, e un po’ burbera, del vecchio Bill, che da sempre veglia sui Whitelaw: unica vera figura paterna che McGuane lega proprio al “concetto” di West. Un concetto che l’autore conosce in prima persona vivendo in un ranch a sua volta. In un’intervista rilasciata a Robert Birnbaum di Identitytheory, parlando del titolo del suo libro, lo scrittore del Michigan sottolinea con forza come le vicende umane, anche quelle più abiette, debbano fare i conti con qualcosa di più grande e impassibile come il canto dell’erba: “[...] Sei certo che alla terra non importa un bel nulla se tu resti o te ne vai… E poi, ti prende questa impressione di essere in balia della natura. E la cosa inizia a piacerti. Ti piace la sensazione di vivere all’interno di un ciclo che è più importante di te; e che ha una specie di qualità ritmica, eterna che è rassicurante. È un po’ a questo che si riferisce il titolo.”
La stessa sensazione che provano i protagonsti del libro alle prese con la trama e che prova il lettore che si immerge in questo libro. All’inizio ci si trova in balia della narrazione di McGuane, per poi entrare nel meccanismo delle sue parole, il cui ritmo, tra ironia e dramma, inizia a piacere, a diventare familiare. “Il canto dell’erba” entra in circolo lento ma inesorabile. Un classico romanzo americano d’altri tempi, come non se ne vedevano dai tempi di Updike e Faulkner; senza effetti speciali, senza epica o manifesto spessore politico-sociale, eppure dotato di una potenza evocativa straordinaria, quasi metafisica, nascosta nei dettagli e per questo subliminalmente efficace.

Luchadoras, il graphic novel mette in scena la violenza sulle donne

Luchadoras, il graphic novel mette in scena la violenza sulle donne

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Una storia violenta, cruda, senza spazio per facile retorica o sociologia da strapazzo. Una storia violenta, al femminile, che non lascia scampo né redenzione. “Luchadoras” (001 edizioni, pp. 96, € 15), il graphic novel della francese Peggy Adam; mette in scena la drammatica realtà di Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico; attraverso la vicenda di Alma, una ragazza giovane che deve lottare quotidianamente con la ferocia machista. Lo scenario è quello portato alla ribalta nel dalla denuncia di Amnesty International, dalla associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e dal libro del giornalista Sergio González Rodríguez, “Ossa nel deserto” pubblicato in Italia da Adelphi. Negli ultimi tre lustri, oltre seicento donne sono scomparse, di queste, quattrocento sono state ritrovate cadavere: tutte vittime di violenze sessuali e decedute in seguito a strangolamento. Il colpevole o, più ragionevolmente, i colpevoli sono avvolti nel mistero e le autorità non sembrano portare avanti le indagini con la dovuta solerzia, tanto da destare non pochi sospetti di un coinvolgimento diretto. Gli omicidi si ripetono e si somigliano, e riguardano donne adulte, adolescenti e persino bambine. Un’ecatombe senza precedenti che ha reso Ciudad Juárez il luogo più pericoloso del mondo per il sesso femminile.

 

Alma rientra nella descrizione tipo della vittima: origini umili, minuta, capelli scuri e lunghi. La sua è una storia di abusi domestici perpetrati da Romel, il marito violento e meschino, e di abusi sociali che la costringono, ogni giorno, a subire le “attenzioni” maschili, al bar dove lavora, per la strada, da un ufficiale di polizia che si propone di scortarla a casa dopo il ritrovamento dell’ennesimo cadavere e dagli amici teppisti del marito. Ma Alma cammina a testa alta, è una combattente, una luchadora appunto. Al contrario della sorella, che rimane incinta proprio del cognato, non si dà per vinta e reagisce. Spera in una vita migliore per la sua bimba e soprattutto vuole rispetto per sé, con grinta. Un dialogo su tutti: Romel: Non alzare la voce con me Alma - Alma: Se no? La tua banda di rammolliti viene qui a menarmi? In dieci contro una donna. Veri campioni di coraggio!

 

L’unico uomo gentile che incontra sulla sua strada è Jean, un turista americano, che si infatua di lei e che verrà coinvolto nella spirale di violenza che risucchia l’esistenza della protagonista; alla fine anche lui le volterà le spalle, tornando alla sicurezza e alla “rispettabilità” del suo mondo. A lei non resta che una scelta brutale, una soluzione cruenta per un’esistenza cruenta.
Il tratto semplice, “sgrammaticato”, naïf di Peggy Adam calza a pennello al tono realistico della vicenda, focalizzando l’attenzione sugli eventi, sui dialoghi, sulla cronaca del femminicidio e sui luoghi. I disegni non distraggono, ma raggiungono lo scopo e si attaccano dolorosi al polpaccio del lettore come un mastino, sgraziato e devastante.

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Espianti, l’osceno mercimonio di organi umani

Espianti

Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. Espianti fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di “brava gente”.
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…
Ispirato a una vicenda reale - un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese - il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»
Panorama.it ha incontrato l’autore, che ha lavorato per due anni a contatto col magistrato incaricato della prima e più completa indagine sul traffico di organi umani verso cliniche italiane.
Come si è documentato per scrivere Espianti?
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema “fantasma” che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.
Cosa ha scoperto? A che punto sono le indagini?
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto - finché non sarà provato con una sentenza - di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.
Perché ha deciso di affrontare questo tema?
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese “addormentato” è necessario tenere vigile l’attenzione.
Cosa succede tra Italia e India?
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto - riguardo al tema del traffico di organi - che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un “buco” nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.
Perché ha scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.
Lei è laureato in filosofia teoretica, come ha influito la sua formazione sulla stesura di Espianti?
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di “reinterpretare” la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi - alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica - hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto - considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.
Perché ha preferito il registro narrativo a quello saggistico?
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.
Come si trova con un editore come Transeuropa?
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più “umani”, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.
Quali sono le sue ispirazioni letterarie?
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.
Cosa pensa del dibattito in corso sul new italian epic? “Espianti” potrebbe essere un cosiddetto “oggetto narrativo non identificato”?
Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato - anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire “filosofico”, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.

Coltrane, il graphic novel diventa jazz

Coltrane, la graphic novel

LA GALLERY

Coltrane (Black Velvet, 128 pp. 13 €) è un graphic novel jazz. Non solo perché narra a fumetti la vita di John Coltrane, ma perché del jazz ha la struttura, il ritmo, il fraseggio. Dopo tante biografie sul sassofonista per antonomasia, ecco finalmente il formato perfetto che si adatta in pieno all’ascolto e al ritmo della sua musica: il fumetto.
Paolo Parisi esegue con gli strumenti della scrittura e del disegno una lunga suite, plasmata su A love supreme. Dal capolavoro di Trane prende le mosse la suddivisione in capitoli della storia, Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm, una suddivisione che non segue un ordine cronologico lineare ma che evoca l’itinerario mistico del disco e lo interseca con la vita del musicista e per traslato dell’America. Dall’infanzia difficile nella Carolina del Nord agli incontri con Thelonious Monk, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, McCoy Turner, Bill Evans e naturalmente Miles Davis ed Eric Dolphy; il rapporto con questi ultimi due è forse il tema più toccante, un vero “assolo” che percorre tutta la storia. E poi Malcolm X, le Black Panther, il Ku Klux Klan, l’eroina, le donne - Naima e Alice - e la spiritualità, la politica, le sperimentazioni e le aperture al free jazz, le sessioni in studio e il mitico concerto al centro di cultura africana Olatunji a New York nel 1967.
Il tratto è essenziale, scarno:  bianco, nero e grigio sono per Parisi quello che Fa, La bemolle e Si bemolle sono per A love supreme, note base di partenza, un fulcro semplice su cui costruire un’opera vibrante, clamorosamente evocativa, dall’intreccio complesso e dalle sfumature ricche e profonde. I testi del giovane autore si muovono dal grave all’acuto, come un improvvisatore che segua o contrasti l’accompagnamento grafico.
È una narrazione ostica, difficile, che va avanti e torna indietro di continuo, che subisce impennate improvvise e stacchi laceranti eppure scorre fluida ed energica perché ha un segreto: è puro suono, proprio come “fu in principio”. E per questo il modo migliore di leggere e guardare Coltrane è quello di mettere sul piatto A love supreme, abbassare la puntina e voltare le pagine.

LA GALLERY

Due interviste per spiegare il boom del fantasy in Italia

Un disegno di un artista russo

Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre - agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come Armenia, Delos Books, Gargoyle, Runde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione di Alan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Panorma.it li ha incontrati.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Balser, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore - Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e - è banale persino sottolinearlo - talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.

A nord del futuro: l’oscura chiarezza di Paul Celan

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“La funzione del traduttore, di ogni traduttore, è [...] impresa e capitolazione a un tempo. Nel compito, il mandato è già esaurito; ci si ritira dalla competizione, se ve n’è una. Resa o abbandono, la traduzione praticabile è nella rinuncia a trasmettere, comunicare un significato presente nell’originale - perché se c’è messaggio, questo concerne e procede soltanto nella relazione tra le lingue in gioco, e non mediante un contenuto da recuperare nell’altro e riprodurre in proprio”. Così lo psicanalista Mario Ajazzi Mancini nel suo A nord del futuro - scritture intorno a Paul Celan (Editrice Clinamen, pp. 124, € 14,80) che raccoglie articoli, saggi e interventi sulla poesia di Celan scritti negli ultimi dieci anni e impreziositi di una serie di traduzioni di altissimo livello.
Ed è proprio nella relazione tra lingue e parole che risiede in qualche modo l’intera poetica celaniana fatta di disappartenenza e alterità: “sono te, quando io sono io.” È il lutto che viene messo in scena, scrive Ajazzi Mancini, il lutto che interiorizza l’altro; si tratta della rappresentazione dell’altro morto in me, delle milioni di vittime della lucidità nazista morte in noi. Questa è la vera forza d’urto della poesia di Celan: l’incredibile impatto del messaggio, impossibile da decifrare, da caricare su un vettore, ma in grado lo stesso di arrivare al destinatario in tutta la sua chiarezza. Perché il destinatario è l’altro e cioè me stesso quando sono me stesso. I versi del poeta rumeno sono già dentro me.
Come è possibile allora assolvere al compito di traghettare parole tanto prorompenti, eppure delicate, fatte d’ombra, in un’altra lingua? Come tradurre il linguaggio? Eppure il linguaggio è al centro dell’opera del più enigmatico dei poeti, che a sua volta fu traduttore (di Cioran, Ungaretti, Valéry tra gli altri). Ha ragione da vendere Ajazzi Mancini. Bisogna rinunciare al contenuto del messaggio.
Forse proprio dall’inquietudine identitaria delle sue origini - rumeno ebreo, di madrelingua tedesca, nato in una città della Bucovina austroungarica, oggi sotto l’Ucraina - e dalla sua vita, sempre in movimento, radicata e sradicata, passata attraverso l’orrore dei campi di concentramento e poi del regime comunista in Romania, dalla vita bohémienne parigina a quella dei salotti filosofici tedeschi, scaturisce la potenza del linguaggio di Celan - tanto che Maurice Blanchot lo definì l’ultimo a parlare - e scaturisce altresì la potenza del poeta e dell’uomo, che durante una lettura pubblica a Friburgo rimproverò aspramente, per la disattenzione con cui lo ascoltava, il filosofo che fece proprio del linguaggio un sistema mondo: Heidegger. Un pensatore che Celan amava nonostante tutto, nonostante il rifiuto alla sua richiesta di ripensare la sua silenziosa complicità col regime hitleriano.
Non è semplice avere a che fare con un personaggio tanto misterioso quanto cristallino, e tanto meno con le sue parole. A nord del futuro ci prova, e ci riesce arrendendosi. La resa, l’abbandono, il tuffo (linguistico) in acque torbide, come quello che fece Celan per chiudere il discorso con la vita, sono le uniche chiavi per affrontare il mistero delle sue poesie, oscure per la mente eppure perfettamente limpide per lo spirito.

La prima presentazione al pubblico del volume sarà Venerdì 20 febbraio alle 18.30 alla Libreria Il Parterre (Firenze, Viale Don Minzoni 25/E), con l’autore, Giovanni Rotiroti e letture di testi poetici con Laura Darsié. Ulteriori informazioni su www.ilvenerdidelparterre.it

Lunedì 11 maggio, ore 17.30, libreria Feltrinelli International, Via Cavuor, 12 R, Firenze, seconda Presentazione di “A Nord del futuro” con la partecipazione di: Paolo Orvieto, docente di Storia della critica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, Laura Darsié, psicanalista: “Un libro è un’ascia fiorita“, e letture celaniane con l’attrice SIlvia Guidi. Sarà presente l’autore.

Una lucida moneta d’argento, primo apocalittico capitolo della trilogia del Wunderkind

Una lucida moneta d'argento

È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind,  sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. Panorama.it lo ha incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Ha già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più. Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso.
Come ha lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi  se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando  leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella  determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio  impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come ha creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa.
A quale immaginario, mitologia, epica fa riferimento?
Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse la farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati - esplorati con la pancia e non come astrazione - solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo lei potrebbe parlare anche d’altro - penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuole un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definirebbe allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definirebbe questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo lei il panorama fantasy - fantastico- horrror  italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui  i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una  libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido.
Quali sono gli scrittori italiani che apprezza particolarmente?
Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen  perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri,  feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in  genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano,  non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui  se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso - e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera - riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
È un appassionato di musica, quello che ascolta influenza la sua scrittura, e cosa ascolta?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere  tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se  immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni  di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensa del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere  preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che - dopo tutto - si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi  ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la  passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai  disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la  pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in  ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una  caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come  aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che le piace particolarmente?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo  immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo  prima: l’accontentarsi.
Un titolo che la ha particolarmente colpita ultimamente?
Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa  in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.

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