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Locke Lamora non è bello, non è forte, non sa tirare di scherma e non è dotato di poteri magici. Locke Lamora è una canaglia, un truffatore e un ladro dalla moralità incerta e dalla lingua tagliente, eppure è uno dei personaggi della letteratura fantasy - ma non solo - più azzeccati degli ultimi anni. Gli inganni di Locke Lamora (Nord, pp. 605, € 19,60) e il recente I pirati dell’Oceano Rosso (Nord, pp. 710, € 19,60) di Scott Lynch rimescolano del tutto, barando se possibile, le carte sul tavolo del fantasy. Se George R.R. Martin ha traghettato per sempre il genere verso la maturità, Lynch ne ha sfidato i tabù: sesso, volgarità, crimine, politica, droga, meschinità; e i suoi cliché: manicheismo, eroismo, missioni da compiere per salvare il mondo e soprattutto ironia. La sfida è vinta. Un altro punto fondamentale a favore della saga dei Bastardi Galantuomini è l’ambientazione insolita. Mentre molti autori nostrani ripercorrono di continuo la mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Lynch pesca a piene mani da un territorio e da una storia ricca di spunti e fascino che la narrativa fantastica ha inspiegabilmente, salvo rare eccezioni, lasciato da parte. Le città, i costumi e i personaggi sono ispirati all’Italia. E se, ancora, questo non bastasse, dal punto di vista stilistico lo scrittore del Minnesota non scherza affatto: frammentazione temporale, analessi, punti di vista multipli e obliqui, scatole cinesi, indizi ed esperimenti linguistici. Il tutto senza sacrificare un’oncia di leggibilità all’insegna dell’avventura e del divertimento, nonostante molti momenti drammatici. Le storie del più grande ladro di tutti i tempi cominciano dalla sua infanzia e lo conducono, attraverso le situazioni più incredibili e intricate, molte volte con le spalle al muro. A salvarlo un’intelligenza sopraffina, un abilità estrema nell’arte dell’inganno e soprattutto Jean, un amico fraterno e fedele che lo segue come un’ombra nelle più spericolate peripezie. Tanto spericolate e avventate che alle volte portano a tragiche e dolorosissime conseguenze, da cui riprendersi (e imparare) non è affatto facile. Se nel primo libro della saga abbiamo lasciato Locke e socio mentre abbandonavano la città natia di Camorr in seguito a un intrigo machiavellico/rocambolesco, nel secondo li ritroviamo, dopo una parentesi in cui il nostro eroe si dà all’autocommiserazione alcolica mentre si colpevolizza per la perdita degli amici più cari, a barare nel casinò più sfarzoso e pericoloso di Tal Verrar, con all’orizzonte un futuro da pirati per costrizione. Mentre è imminente l’uscita del prossimo romanzo del ciclo, The Republic of Thieves, La Warner Bros ha già allungato le mani sui diritti cinematografici delle avventure di mastro Lamora. Panorama.it ha incontrato Scott Lynch.
Come e quando è nato Locke Lamora?
Ho cominciato a delineare il mondo di Locke e la cultura di quel mondo alla fine del 2000 come parte di un processo infinito di pre-produzione e di “fantasticheria”. Immagino che molti scrittori lo facciano prima di costringersi a sedersi e cominciare a trasformare la fantasia in prosa. Locke, in realtà, non era ancora presente nel suo mondo, ci ho messo due anni per realizzare che un protagonista simile sarebbe potuto essere una buona idea. Locke è l’evoluzione di un personaggio che avevo creato per un gioco di ruolo, dalla vita breve, in cui era un artista della truffa con poteri di persuasione soprannaturali. Ho deciso di eliminare i superpoteri ma di tenere il resto, e quando il suo carattere si è fatto concreto è stato meraviglioso.
L’ambientazione delle avventure di Locke è molto particolare rispetto al fantasy classico e sembra rifarsi all’Italia, al Mediterraneo, alle Repubbliche marinare e al tardo Rinascimento. Le città di Camorr e di Tal Verrar sembrano Venezia e Genova e i nomi di molti personaggi suonano italiani…
È assolutamente vero. La cultura “Therin” in cui è cresciuto Locke è una, divertita, mescolanza di quasi tutte le culture del Mediterraneo, del loro romanticismo e dei loro linguaggi. Camorr e la sua popolazione sono stati pensati proprio per avere un’attitudine e un’atmosfera dai connotati italiani. Mi sono chiesto spesso cosa possano pensare i lettori italiani della mia versione fantasiosa e sconclusionata della lingua… sembra che le mie colpevoli appropriazioni dell’italiano siano arrivate infine sul banco degli imputati (ride).
Cosa legge, quali scrittori hanno avuto più influenza sulla sua scrittura?
È un odioso cliché autocompiacente, ma cerco di leggere di tutto, di tutto. Sono un grande lettore di fantasy e fantascienza, ovviamente, lo sono fin dall’infanzia. Leggo anche molti gialli e noir. Non quelli tradizionali, in cui un omicidio “tranquillo” viene risolto sorseggiando tè e sgranocchiando pasticcini, ma quelli alla Dashiell Hammett, Raymond Chandler, ecc. e specialmente quelli di James Ellroy e Elmore Leonard. Anche una spruzzata di avventura e melodramma del XIX secolo… Dumas, Conan Doyle, Haggard, Stoker, ecc. Poi mi piacciono le cose storiche, le biografie e così via… Se non leggi, e molto, la tua scrittura ne risentirà ed è garantito che non sarà mai pronta per la pubblicazione.
Il Fantasy, di solito, è un genere conservatore eppure i libri di Locke Lamora sembrano aver rotto gli argini della “tradizione”. Non ci sono elfi, draghi, nani ecc. anche se magia e alchimia sono presenti.
In parte è vero, ma sarei negligente se non puntualizzassi che là fuori ci sono un sacco di fantasy interessantissimi ancor meno invischiati nei canoni del genere dei miei lavori, e altrettanti che usano come punto di partenza tutti gli elementi classici per creare qualcosa di inaudito. La regola di base che ho utilizzato nella stesura dei libri di Locke Lamora non è stata quella di abbandonare completamente gli elementi tradizionali del fantasy, ma piuttosto quella di non dare mai e poi mai superpoteri ai protagonisti. Locke e soci possono essere eccezionalmente bravi in quello che fanno, la maggior parte delle volte, ma sono sempre e comunque legati ai limiti umani, fragili e mortali. Penso che questo tipo di limitazione renda i personaggi e la loro storia molto ma molto più divertenti.
Il sito dedicato alle avventure dei suoi personaggi è molto più che un semplice spazio promozionale…
Ultimamente sono stato molto occupato per curarlo come merita, e me ne dispiace molto. Dovrebbe essere, in effetti, molto più che un semplice spazio pubblicitario - è pensato come una porta sui libri per chi ancora non li ha letti. Ho intenzione di aggiungere un bel po’ di informazioni e di contenuti extra per chi avesse voglia di approfondire la materia. Incrocio le dita e spero di poterci lavorare il più presto possibile.
Vista questa sua propensione a far esplodere i contenuti e allo scambio che ha con i lettori, ha mai pensato a utilizzare una licenza creative commons per i suoi lavori?
Ho pensato molto a quelli che potremmo chiamare “metodi non tradizionali” per portare il mio lavoro a una fascia di pubblico più ampia, e anche se devo fare i conti con i miei editori, sono certo che prima o poi comincerò a lavorare con qualcosa del genere.
Il New Italian Epic è morto. È morto perché recava in sé il suo epitaffio con tanto di date: 1993-2008; ed è giusto che sia così, in un paese in cui non sembra morire (né nascere) mai nulla, in cui il ciclo della vita è arrugginito, inceppato. Il memorandum sullo stato di una parte della narrativa italiana degli ultimi tre lustri, scritto inizialmente da Wu Ming 1 in occasione di una conferenza in Canada, ha portato dopo molti anni il dibattito letterario e la critica fuori dai salotti, dalle accademie e dalle redazioni asfittiche dei giornali. Le diramazioni, gli interventi, le critiche e le polemiche non sono mancate nel corso dell’anno passato, segno che, al di là delle opinioni, su quanto scritto da Roberto Bui, il saggio ha portato aria fresca in un panorama stagnante. Il più grande pregio dello scritto è stato quello di rimanere liquido, di individuare una nebulosa di opere; che si intrecciano, si sfiorano, si muovono su direttrici simili anche se lontane; senza congelarle irrimediabilmente in un genere o in una definizione. Il New Italian Epic è un punto di partenza non un punto di arrivo, la sua decomposizione rende il terreno fertile, le sue caratteristiche non sono regole ma ancoraggi provvisori per un banco di meduse in movimento nei flutti della letteratura italiana. E questo la critica ufficiale non sembra averlo colto.
A mesi di distanza dalla prima apparizione in rete del saggio, Einaudi Stile Libero darà alle stampe a fine mese la versione 3.0, ancora inedita, di New Italian Epic, Letteratura, sguardi obliqui, ritorno al futuro (pagg. 208, € 14,50) ampliata e affiancata da il testo di un intervento londinese di Wu Ming 1 Noi dobbiamo essere i genitori e da un lungo lavoro inedito di Wu Ming 2 intitolato La salvezza di Euridice. Negli stessi giorni arriva in libreria, per le edizioni Il Melangolo, anche il saggio di Gaia De Pascale Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori (pagg. 120, € 11).
Abbiamo incontrato Wu Ming 1 e Wu Ming 2.
Come nasce l’idea del saggio sul NIE, da quale esigenza e cosa sarebbe, per chi non lo sa, il NIE in breve?
WM1: Se vado a pescare i ricordi con l’intento di trovare il momento, l’episodio che ha messo in moto tutto questo ambaradàn, in realtà ne trovo diversi, e alcuni sono raccontati dentro il libro, però ce n’è uno che… Insomma, mi è tornato in mente un “Click!” che ho sentito, forte e chiaro nella testa a fine 2006. Avevo appena visto un film, The Prestige di Christopher Nolan, storia della rivalità tra due illusionisti nella Londra di fine Ottocento - inizio Novecento. Mi aveva molto colpito, era un film “storico” e fantascientifico (affine al cosiddetto “steampunk”, il cyberpunk-a-vapore). Era anche un mystery rivoltato su se stesso come un calzino, e una riflessione sulla scienza e la morale, su quanto di noi stessi siamo disposti a perdere per la dedizione a un compito. Aveva una sceneggiatura complessa, a scatole cinesi, ma scatole cinesi assurde, da quadro di Escher: la più piccola sembrava contenere la più grande. Si svolgeva in un passato esplorato in modo sghembo, e parlava del presente con… sottile aggressività, proponendo un’allegoria dei nostri tempi assolutamente non ovvia, sfuggente, che più ci pensavi più si arricchiva e ti stupiva.
WM2: Il primo spunto nasce con la lettura delle recensioni americane di 54. Quasi tutti i commenti collocavano quel nostro romanzo nell’ambito della letteratura postmoderna. Ora, se questo è giusto per alcune sue caratteristiche narrative, l’etichetta è invece molto fuorviante sul piano della sensibilità profonda. Allora abbiamo cominciato a chiederci: in che cosa non siamo più “postmoderni”, pur essendolo, inevitabilmente, per tante altre scelte? Rispondendo, ci siamo poi accorti che certe “differenze” ci accomunavano ad altri autori italiani. E così abbiamo cominciato a indagarle meglio.
E qual è stato il “click” a cui accennavi?
WM1: L’operazione di Nolan mi suonava familiare, e infatti era uno specchio sbattuto in faccia a un’intera generazione di scrittori italiani: “Ecco, guarda!” Mi suonava familiare perché da anni, insieme ai miei compagni di collettivo e a molti altri autori, lavoravo a una poetica molto affine: uso deviante del passato o di non-tempi, sguardi “strani”, noncuranza per le barriere tra i generi, allegoria “mossa”, tentativi di scrivere storie che fossero al tempo stesso sperimentali e popolari, il tutto con una forte tensione etica (la stessa che c’era in quel film). Spesso devi uscire da te stesso, vederti da fuori per capire meglio quel che stai facendo. La visione di un film anglo-americano diverso dal solito ha fatto partire un ruminìo sulla letteratura italiana più recente, o almeno su parte di essa.
Un anno dopo, un viaggio in Canada per un seminario sulla narrativa italiana mi ha dato l’occasione di mettere un po’ di ordine nei pensieri e buttare giù quello che sarebbe diventato il memorandum. Se ho coniato l’espressione inglese New Italian Epic anziché nuova epica italiana, è per mantenere questo sguardo da fuori. Se si sta troppo immersi nella caciara italiota, si fatica a ragionare.
Il memorandum è uno scatto fotografico su un periodo ben preciso, e come tale ormai è già passato…
WM1: La posta in gioco in realtà è il futuro, la nostra voglia e capacità di visualizzarlo e progettarlo. Un’opzione a cui, negli anni del postmoderno, gran parte della letteratura aveva rinunciato in nome dell’eterno presente e del disincanto. Il memorandum descrive gli ultimi quindici anni di produzione letteraria italiana (ripeto: parte di essa) ma al tempo stesso, mentre camminiamo rivolti all’indietro, gettiamo occhiate alle nostre spalle, e cerchiamo di vedere come sarà l’avvenire.
WM2: L’elemento temporale è importante, perché impedisce di trasformare il NIE in una corrente, o peggio, in una scuola. Il NIE, come nebulosa di opere pubblicate tra il 1993 e il 2008, è già finito. D’altra parte, le caratteristiche comuni individuate in quelle opere, torneranno senz’altro in nuovi romanzi, ma la sfida è ad andare oltre il “già visto” e il “già catalogato”.
La versione Einaudi in cosa è diversa da quello pubblicato in rete e scaricato da decine di migliaia di persone (quante)?
Penso che ormai i download siano circa 44.000, ma posso contare solo quelli da wumingfoundation.com, e il testo è presente anche in altri siti. Il libro è il risultato di un lavoro diffuso, comunitario: già la versione “2.0″ del memorandum era arricchita con precisazioni, integrazioni, risposte a critiche e suggerimenti. La “3.0″ è ulteriormente ampliata, ri-montata e divisa in due parti (”New Italian Epic” e “Sentimiento nuevo”). Anche il saggio di Wu Ming 2 su Euridice è l’esito di un lavorìo molto lungo, pure quello nasce da un intervento fuori dall’Italia, per la precisione a Siviglia, ed è stato “provato” in pubblico, come fosse musica, in diversi momenti pubblici, tra cui due incontri con gli studenti dell’Onda, a Bologna e Milano.
Vi aspettavate un dibattito così vivace su una tematica che di solito è solo o quasi per addetti ai lavori?
WM1: Certo che sì. L’alzata di polverone era scontata. Negli ultimi anni certa critica non ha fatto che ripetere: non si muove niente, non c’è niente, fa schifo tutto, la letteratura italiana è morta con Pasolini… All’insaputa di questi pugnettari, si muoveva tutto un mondo, di cui i lettori si erano accorti, e di cui si parlava diffusamente negli altri paesi, mentre qui le pagine culturali dei giornali parlavano del pancreas di Croce conservato in formaldeide.
WM2: Mi aspettavo la reazione “interna” (il coinvolgimento di scrittori, critici, editori, lit-blog), ma molto meno quella dei lettori “comuni”, che invece hanno colto subito l’intreccio tra gli aspetti letterari, epici e politici di tutto il discorso.
Come si completano i discorsi sul NIE, sull’essere genitori e su Euridice? Insomma che c’entrano l’uno con l’altro e perché nello stesso testo?
WM1: I tre testi si sfidano tra loro e al tempo stesso si completano. La continuità tematica e poetica di tutte le pagine sarà evidente a chiunque legga.
WM2: La versione iniziale de La salvezza di Euridice nasce in contemporanea con il memorandum sul NIE. WM1 ed io abbiamo preparato i due testi negli stessi giorni, senza sapere l’uno cosa bollisse nella pentola dell’altro. Inoltre, i contesti dove avremmo presentato le due lecture erano molto differenti e gli spunti di partenza anche. A un certo punto abbiamo condiviso gli appunti e ci siamo resi conto che, per strade parallele e con approcci molto differenti, eravamo arrivati a dire cose molto simili (in particolare rispetto alle caratteristiche peculiari di certa narrativa).
“Il New Italian Epic è una baggianata. È solo autopropaganda.” ha detto Carla Benedetti al quotidiano “Libero”: è indubbiamente un ottimo disclaimer per il lancio del libro… ma le critiche negative si sono limitate a questo o qualcosa di interessante lo avete trovato?
WM1: Sì, si sono limitate a questo e no, non lo abbiamo trovato.
WM2: Ho trovato interessanti alcune critiche “interne”, fatte da chi non nega l’evidenza del NIE, ma prende le distanze da alcuni elementi della nostra analisi. Ad es., Tommaso Pincio quando sostiene che gli “oggetti narrativi non-identificati” sono efficaci e perturbanti solo se non rinunciano a dirsi “romanzi”. Oppure chi ha sottolineato la possibilità di intendere la I di NIE come “International” piuttosto che “Italian”. O ancora, chi ha discusso nel merito il catalogo di opere stilato da WM1.
Abbazia nel Dorset
È Natale, tempo di rispolverare le sacre scritture, tempo di leggere il vangelo, il Vangelo secondo Biff (Elliot pp. 580, € 18,50). Sì perché da oggi i Vangeli ufficiali non sono più quattro ma cinque grazie a una direttiva che arriva dalle alte sfere (celesti) che hanno spedito l’angelo Raziel, ottuso quanto bello, sulla terra per risvegliare Levi detto Biff, il migliore amico di Gesù, e costringerlo a scrivere le sue memorie. Se vi siete sempre chiesti cosa “diavolo” avesse fatto il Messia tra l’infanzia e l’età adulta, ebbene questo vangelo dischiude le porte sul mistero in questione.
Gesù è tormentato fin dal piccolo da due questioni, il suo destino e il sesso. Il primo, ineluttabile, deve compiersi e il secondo gli è proibito, o almeno così il figlio di Dio e Biff intendono dalle parole poco chiare dell’angelo. Per comprendere a fondo la sua natura divina, che lo terrorizza e lo attrae, Gesù decide di mettersi in viaggio alla ricerca dei magi e della loro saggezza; anche perché dall’alto non arriva nessuna indicazione in merito, anzi non arriva nessuna indicazione in assoluto. Per capire il peccato invece si affida all’amico e al racconto delle sue prime esperienze in fatto di donne. Biff non solo si farà carico del “pesante fardello” di esplorare le gioie dell’amore per riferire della questione peccaminosa ma, conoscendo l’ingenua bontà di Gesù, deciderà di accompagnarlo nel suo viaggio verso Oriente.
I due ragazzi affronteranno il deserto e i monti per arrivare da Baldassarre in Afganistan e apprendere gli insegnamenti di Confucio e la via del Tao. Dopo anni di apprendistato si dirigeranno verso il Monastero della Giovane Foresta in Cina, per incartare Gaspare - che scopriamo essere Bodhidharma, il monaco indiano a cui si deve l’invenzione del Kung Fu - che insegnerà loro la meditazione, il respiro, l’arte del combattimento e la parola del Buddha. Ultima tappa, l’India misteriosa e cruenta, alla volta di Melchiorre.
Tra demoni, monaci Shaolin, seguaci di Kali, sacrifici umani, concubine cinesi, alchimia, arti marziali e persino l’abominevole uomo delle nevi, Christopher Moore porta in scena con dissacrante ironia ma estrema delicatezza, una storia meravigliosa di amicizia. Chi salverà il salvatore da sé stesso e dalla sua inumana solitudine? Solo un cialtrone, a cui si deve il copyright sull’invenzione del sarcasmo, che da sempre si prende cura, si confida, litiga, si azzuffa e manda a quel paese, insomma si comporta da amico con Lui.
La prosa sopra le righe, frizzante, sarcastica - resa alla perfezione dalla traduzione di Chiara Brovelli- dona alle pagine “il dono della colla”, quello per cui non ci si può staccare nemmeno un secondo dalla lettura nonostante la mole del romanzo. Non è facile far ridere fino alle lacrime e allo stesso tempo offrire gatte filosofiche da pelare, coinvolgere con il ritmo dell’avventura e suscitare tenerezza, e allora Il Vangelo secondo Biff è forse uno dei migliori libri degli ultimi tempi. Un libro la cui morale è: “Si può davvero insegnare yoga a un elefante? No. Ma stiamo parlando di Gesù, e nessuno sa che cosa avrebbe potuto fare.”
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Il noir sociale, quello alla Ellroy per intenderci, declinato in salsa mediterranea à la Jean Claude Izzo sempre per intenderci. Ma in “Perdas De Fogu” (E/O pp 159, € 15) del collettivo sardo Mama Sabot in compagnia di Massimo Carlotto, c’è di più. C’è una pianificazione a tavolino degli intenti narrativi, un meticoloso lavoro di inchiesta che parte dai “magheggi” romani, passa per gli interessi della Nato e arriva sino al cuore della Sardegna. Un cuore, sporco, velenoso, radioattivo. Letale per le bestie che pascolano quanto per gli uomini, soldati e pastori, che ci vivono trattati alla stregua di cavie da laboratorio.
Perdas de Fogu, le pietre di fuoco, è il poligono Salto di Quirra, il più grande d’Europa, un luogo in cui le industrie del settore racconta Mariella Cao del Coordinamento Sardo “Gettiamo le Basi” al settimanale on line “Palamito News“, testano armi e mostrano agli acquirenti, come in una fiera, il loro potenziale. Un luogo militare, pubblico quindi, “affittato” a privati, due o tre multinazionali a rotazione, per miliardi di euro, tra cui l’Alenia, la Fiat - Iveco, l’Oto-Melara, l’Aerospatiale, la Oerlikon Contraves S.p.A - oggi Rheinmetall - che già quarant’anni fa iniziò a sperimentare le munizioni all’uranio usate poi in Kossovo.
Quello che accade entro il perimetro della struttura è praticamente un mistero coperto da segreto militare e da segreto industriale, quello che accade nei dintorni dal 1988 no: su 150 abitanti della frazione di Quirra sono stati registrati una ventina di casi di leucemia o tumori del sistema emolinfatico, le stesse patologie riscontrate in certi soldati reduci della guerra del Golfo e dei Balcani dopo l’esposizione all’uranio. L’Italia ufficialmente non utilizza armi radioattive, ma altri Paesi, che testano il proprio arsenale a Pedras de Fogu, come gli Stati Uniti, hanno in dotazione questo tipo di armamento. Eppure l’uranio impoverito ha effetti devastanti solo se esposto ad altissime temperature, come quelle prodotte dalla detonazione. Cosa c’è quindi nell’aria, nella terra, nell’acqua della zona?
Il romanzo si apre con una scena da film postatomico di sereie b, una veterinaria esamina degli agnellini, hanno le orecchie al posto degli occhi. Mama Sabot, non inventa nulla, e infatti oltre agli animali deformi nell’Ogliastrino sono nati bambini senza il cervello, e sono stati rilevate tracce di plutonio e di nanoparticelle, come a Chernobyl.
Per il collettivo di nove scrittori e per Carlotto si tratta di portare in scena una realtà ai limiti della fantascienza e della fantapolitica attraverso i canoni del noir, traslando sul palcoscenico della narrazione personaggi tipici del genere come il barista dal passato torbido Sebastiano, il disertore Pierre, Nina la veterinaria travolta dagli eventi e costretta a fare i conti con il suo lato oscuro, Tore il miserabile cattivo da operetta, alcuni mercenari ed ex contractor, militari e politici corrotti, criminali di mezza tacca, agenti dei servizi deviati a cavallo tra la macchietta e il Pete Bondurant di American Tabloid. Personaggi disperati, senza via d’uscita, stretti nell’angolo dal destino, il cui futuro per forza di cose è segnato. Il nume tutelare in questo caso è, come già detto. Izzo.
Forse il libro poteva essere più corposo e trovare un equilibrio migliore tra fiction e non-fiction, l’inchiesta e la faccenda del poligono rimangono un po’ troppo sullo sfondo ed è la parte noir a prevalere, quella dell’intreccio. Non era un compito facile e forse il registro narrativo aveva bisogno di un afflato più “epico” e “complesso” ma è comunque un buon romanzo di genere da leggere tutto d’un fiato in grado di far scorgere la punta dell’iceberg, un iceberg radioattivo.
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Dopo aver ingaggiato una battaglia con i samurai al servizio dello Shogun per liberare il mostro di Frankenstein, gli eroi del Wild West Show fuggono a bordo di un dirigibile, ma i cieli del Giappone sono infestati da biplani kamikaze che abbattono lo Zeppelin su cui viaggiano Buffalo Bill e soci. Il veivolo precipita in fiamme nell’oceano Pacifico. Dopo alcuni giorni alla deriva, i superstiti vengono salvati dal Nautilus che fa rotta verso un’isola misteriosa, abitata da animali antropomorfi asserviti al volere del folle dottor Momo…
“Credo abbia un debole per noi. Soprattutto per Cody. Legge romanzi economici, e dentro ci siamo tutti noi. Siamo i suoi idoli” così dice Annie Oakley, la miglior tiratrice del mondo, cowgirl star del circo itinerante di Buffalo Bill. Così dice la Oakley nelle pagine di Fuoco nella polvere (Fanucci, pp. 2008, 9,90 €), primo libro di una strampalata trilogia di Joe Lansdale, e le sue parole non potrebbero esprimere meglio il pensiero dell’autore stesso.
Fuoco nella polvere è puro divertissement, un omaggio dello scrittore texano alla letteratura di genere, ai romanzi pulp e a tutti quei libri che deve aver divorato da ragazzino.
Lansdale mette assieme un’accozzaglia di situazioni e personaggi, cadendo nel ridicolo, ma con classe. E allora Toro Seduto, Buffalo Bill - o meglio la sua testa conservata sotto una pseudo formalina a base di urina di maiale e una sostanza ideata da uno scienziato pazzo - Annie, Wild Bill Hickok, il Barone rosso, il dottor Moreau, la creatura di Frankenstein, l’uomo di latta del Mago di Oz (questi ultimi protagonisti di un’indimenticabile storia d’amore), Ned la foca parlante, il capitano Nemo ridotto a uno zombie e persino Dracula si trovano assieme in una storia iperbolica e surreale che sembra non avere né capo né coda, ma che va presa per quello che è: puro esercizio di distrazione.
Solo l’immaginifico Lansdale poteva osare tanto e sperare di cavarsela. Già ai tempi dell’allucinante Bubba Ho-Tep, il nostro aveva dato prova di saper coniugare alla perfezione ironia, sense of wonder, giocosità e grossolana voglia di pulp.
Che sia un omaggio alle letture delle dime novel dei tempi andati o che sia puro cazzeggio, Fuoco nella polvere è destinato a due ristrette cerchie di eletti: i fedeli del culto lansdaleiano e i lettori più smaliziati senza paura di divertirsi. La parola d’ordine è leggerezza.
Per Fanucci, Fuoco nella polvere è il quarto romanzo di Lansdale pubblicato quest’anno dopo Il carro magico, Freddo a luglio e La morte ci sfida, nulla di strano per uno dei più prolifici autori del panorama letterario internazionale che con oltre venti romanzi e più di duecento racconti ha trovato in Italia una vera e propria seconda patria, tanto da far uscire alcuni lavori qui da noi, ancor prima che negli States.

(Nella foto: una schermata del sito www.hofreddo.it)
In quella che sembra la nuova epoca d’oro per la narrativa fantastica e con i vampiri che spopolano tra le pagine e sugli schermi, Gianfranco Manfredi, una delle voci più singolari del panorama letterario (ma non solo) italiano, dà alla stampe Ho Freddo (Gargoyle, 552 pp., 16 euro), un romanzo gotico dall’allure decadente, che riporta il tema del non morto verso coordinate crepuscolari, malate e perturbanti in cui storia e speculazione filosofica si aggrovigliano attorno al tema dell’oscurità, che sia quella dell’orrore notturno o quella della ragione, con un ritmo dal sapore avventuroso (qui il booktrailer).
Anno 1796, il Rhode Island registra i primi casi documentati di vampirismo in America. Il secolo della Ragione è alle porte con le sue istanze di libertà e tolleranza, ma una piaga inattesa miete vittime tra le giovani del luogo e rischia di precipitare la regione, di nuovo, nel più cupo oscurantismo. Le tombe vengono aperte, i cadaveri di alcune ragazze decedute per una sconosciuta e contagiosa malattia, vengono violati. Le autorità parlano di esperimenti…
La “peste vampirica” ha varcato davvero l’oceano? O la ferocia contro le donne si è riaccesa come ai tempi della caccia alle streghe? Protagonisti: tra cronaca e avventura, i gemelli Aline e Valcour de Valmont, due giovani libertini europei in terra di puritani, dove nessuno, prima del loro arrivo, ha mai sentito parlare di vampiri. Panorama.it ha incontrando Gianfranco Manfredi.
Come nasce Ho freddo?
Dalla lettura di un opuscolo che riportava alcuni casi di cronaca nel Rhode Island, dalla fine del settecento a quella del secolo successivo. La storia di alcune ragazze considerate vampire e i cui cadaveri vennero profanati dai familiari mi è parsa stimolante per un romanzo che non trattasse dei vampiri romantici in cappa nera, ma delle persone “reali” che vennero davvero straziate post mortem. Com’è stato possibile che dei padri di famiglia timorati di Dio siano giunti al punto di violare i cadaveri delle loro figlie morte? Davvero si trattava solamente di superstizione? Secondo le cronache del tempo il rito avveniva a scopi “curativi”. Di chi e in che senso? Cosa può esserci di curativo nell’estrarre un cuore e bruciarlo? Queste sono le curiosità che mi hanno mosso.
Come si è documentato?
In ogni modo possibile. Libri, documenti, articoli di cronaca dell’epoca, ricerche via Internet e sul posto, cioè sui luoghi reali.
Ho freddo si svolge a cavallo tra un’epoca oscura fatta di superstizione da cui gli abitanti del Rhode Island cercano di prendere le distanze e il secolo dei lumi…
Mi ha sempre appassionato studiare le epoche di passaggio. In questo caso, dal razionalismo della metà settecento all’annuncio delle neo-oscurità di cui l’epoca romantica si è ammantata nel secolo successivo. Nelle età di transito le contraddizioni vengono allo scoperto. In genere i romanzi storici non le considerano affatto, anzi preferiscono concentrarsi su eventi e personaggi famosi, codificati, che il pubblico già conosce avendoli studiati a scuola. Questo risparmia tra l’altro agli scrittori la fatica di inventarsi dei protagonisti importanti, perché Ramses, Napoleone, Alessandro sanno già tutti chi sono. Ma il vero lavoro del romanziere, secondo me, è creare personaggi dal nulla.
In rete si parla di New Italian Epic e lei forse già ai tempi di Magia Rossa (in ristampa in questi giorni sempre per Gargoyle N.d.R.) è stato un precursore, cosa pensa della questione, se l’ha seguita?
Io penso che non tocchi agli scrittori definirsi. Gli scrittori raccontano. Le definizioni spettano ai critici. E per i lettori, al di là dell’orientamento di tipo merceologico che possono offrire i generi (e che equivale a distinguere i fusilli dagli spaghetti), il criterio di definizione di un romanzo dopo la lettura è uno solo: bello o brutto. Il ricorso a formule inglesi è nel caso, tanto enfatico, quanto goffo. Se proprio devo scegliere preferisco la definizione, decisamente più brillante, di Oggetto Narrativo Non Identificato. Mi chiedo però se non costituisca un paradosso qualificare il Genere di un Non-Genere. Non basterebbe dire Romanzo, senza aggettivi? Se invece si vuole definire una corrente, beh questa corrente in realtà non esiste. Da noi gli scrittori come gli sceneggiatori, non sono mai riusciti neppure a creare uno straccio di sindacato, né a dar vita a una sorta di united artists che li rendesse più autonomi da restrizioni di politica editoriale o di mercato, figuriamoci se possono confluire in un “manifesto”. Il tentativo è sicuramente sincero e interessante, ma temo che al di là delle intenzioni si tratti di uno slittamento verso una forma di auto-marketing. Al che, il mio commento è “preferisco scrivere”.
Dopo tanto noir e i primi passi del fantasy all’italiana c’è posto per il gotico? E il gotico può raccontare altro tramite i suoi “cliché”?
Più che un genere chiuso in sé, il gotico individua una dinamica ascensionale: dalla carne allo spirito, dal basso all’alto, dall’orrore al meraviglioso, dal crudamente realistico al visionario. Il gotico si nutre del contrasto e disegna una spirale, dove certi “luoghi” tornano, ma sempre a un livello più elevato. Io lo considero come una forma del romanzo filosofico. Mi affascina nella stessa misura in cui mi infastidiscono i romanzi privi di pensiero. Cioè quelli che trovano sempre posto. A mucchi.
Non è la prima volta che “scrive di vampiri”, sono ancora un buon soggetto? C’è ancora modo di raccontarli oltre i classici e le nuove generazioni post Ann Rice dei “Twilight” vari?
Il vampiro, in quanto morto vivente è un ossimoro, cioè una forma della contraddizione. Come tale rinasce sempre, perché la contraddizione non può morire. Tutti i modi di raccontare i vampiri rivelano qualcosa. Io sono per natura un bastian contrario, dunque se il mainstream riporta in auge il vampiro fascinoso e romantico, io scelgo per istinto quello vero, cioè un malato contagioso, che vive la stessa esclusione di cui soffrono i malati, al punto di non essere più padroni neppure del proprio corpo. Il paradosso più inquietante della nostra epoca è che la proprietà privata delle cose è ormai giudicata unanimemente sacra e inviolabile, mentre si cerca di limitare sempre di più quella del proprio corpo. Dei nostri averi pretendiamo di decidere noi (si fa per dire… in tempo di fallimenti di banche c’è da dubitarne) sul nostro corpo invece sono le istituzioni, religiose, mediche o statuali, che pretendono di decidere. Da questo punto di vista viviamo in piena peste vampirica, e vorrei tanto che fosse solo una metafora, ma non lo è.
(Se non ci fosse già Dampyr) Si occuperebbe di vampiri anche in termini fumettistici?
Troverei molto faticoso scrivere una serie potenzialmente infinita incentrata esclusivamente sui vampiri. A me piace cambiare temi e registri. Scrivo sempre, praticamente tutti i giorni, e non ce la farei proprio a reggere se la mia scrittura diventasse monotematica. Inoltre penso che il fumetto realistico e il cinema essendo legati ad immagini “concrete”, a corpi molto “fisici”, siano più adatti a raccontare gli zombi che i vampiri. I vampiri sono più letterari, sono come sogni o incubi che dissolvono all’alba. La loro materialità rappresentata, in fumetto e in cinema, rischia sempre il ridicolo. I migliori film di zombie, a cominciare dal capolavoro di Romero che ha dato l’avvio al genere, li raccontano con uno stile documentaristico, i vampiri invece richiedono luci, ombre, estrema cura estetica. Tutte cose produttivamente molto difficili da realizzare oggi in cinema e in fumetto. L’ultimo film di vampiri che ho visto è Bram Stoker’s Dracula’s Guest, una porcata inaudita (e proprio per questo spassosa) con il Dracula più grasso mai apparso sullo schermo. La dimostrazione che troppa fisicità distrugge ogni credibilità del vampiro.
La Gargoyle è una casa editrice ultraspecializzata come si trova con loro?
Sono sincero. Non mi sono mai trovato così bene. Paolo de Crescenzo, il creatore di Gargoyle, non è un editore generalista e non sforna libri a raffica, dunque può sceglierli uno per uno e curarli come si deve, nei dettagli. Quando si imbatte in un best seller sicuro, non fa una piega: se gli piace lo pubblica, se no lo evita. Una regola che si dovrebbe seguire di più in editoria. Se un editore smette di essere una persona e diventa un mero marchio apposto su qualunque tipo di libro, con la potenzialità di vendita come unico criterio di scelta, perde identità e non può più rappresentare alcuna garanzia di qualità per i lettori.
L’ho abbiamo già chiesto a Carlo Lucarelli, ora rigiriamo la domanda. Lui ha scritto L’Ottava Vibrazione ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario della sua miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Lucarelli e io abbiamo avuto insieme un paio di incontri con i lettori. Entrambi molto interessanti e proficui. Ci hanno dato l’idea d’aver “colpito” con qualcosa di insolito, che i lettori non si aspettavano. E dire che abbiamo scritto due cose diversissime tra loro, anche se incentrate sullo stesso tema. Una maggiore attenzione sul colonialismo italiano era d’obbligo, dal momento in cui il nostro paese si è impegnato su diversi fronti di guerra all’estero. La riflessione sui precedenti storici, che a scuola non ci avevano insegnato (né a lui, né a me) perché di solito il periodo dello Stato Liberale si salta a piè pari, latitava anche sui quotidiani. Si vede che è più da romanzieri il saper cogliere le urgenze nell’aria. Molti ragazzi mi hanno scritto, ringraziandomi perché dopo aver letto il mio fumetto, se non altro erano riusciti a capire chi diavolo fosse e cosa avesse fatto quel tipo il cui monumento occupa il centro della loro piazza di paese o di città. Ora: i monumenti si fanno per onorare e ricordare le persone, ma se a distanza di due o tre generazioni nessuno più sa chi rappresentino, allora la loro funzione diventa solo quella di fare da spartitraffico e da gabinetto per i piccioni.
Ha mai pensato di usare una licenza creative commons, il copylfet, per i suoi lavori?
Francamente, non ho idea di cosa parla, ma se intende (vado a naso) la facoltà di riprodurre e diffondere un testo a scopo sociale e culturale, cioè di libero scambio e condivisione, non di profitto, io vado più in là, nel senso che credo debba essere posto per legge un tetto al diritto editoriale e d’autore. Superata una certa quota di guadagno, indipendentemente da scadenze temporali, un prodotto culturale dovrebbe essere di dominio pubblico, soprattutto quando, nei fatti, il pubblico ne è diventato legittimo proprietario, avendolo strapagato.

Approda in libreria il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, Tortuga (Mondadori, 336 pp - € 16,50), che dopo l’ultimo capitolo della saga di Eymerich, torna al romanzo storico “puro”. Dimenticate il Corsaro Nero, capitan Sparrow o i pirati di Roman Polanski, tra queste pagine a farla da padrone è la crudeltà.
Anno Domini 1685, i giorni gloriosi dei Fratelli della Costa, obbedienti a Luigi XIV, che ha ormai stretto un accordo di pace con la Spagna, sono agli sgoccioli: le loro scorribande sono diventate troppo scomode e il protagonista del romanzo, l’ex gesuita Rogério, arruolato a forza, al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all’ultima grande avventura dei pirati: la presa, cruenta, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l’amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto, l’episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia. Panorama.it ha incontrato Valerio Evangelisti.
Il pirata quale simbolo romantico di libertà è solo un mito?
Il mito ha un suo fondamento. Però i pirati caraibici del ‘600 e dei primi del ‘700 spesso erano al servizio delle grandi potenze europee, che li usavano come una sorta di marina da guerra irregolare. Pronte ad abbandonarli al loro destino quando non servivano più. In questo senso, la libertà era limitata. Salvo sul piano dei costumi, sfrenati perché calibrati sul progetto di una vita che non sarebbe durata a lungo.
Come si è documentato? Quali testi?
In primo luogo i memoriali. Alexandre-Olivier Exquemeling (o Oexmelin, o Exmelin), prima schiavo e poi medico nell’isola di Tortuga. Esiste un’edizione italiana recente delle sue memorie, però, a differenza di quella francese, non comprende le sue ultime avventure, di cui tratto nel mio romanzo. Quindi i ricordi di Ravenau de Lussan, un nobiluccio finito nei Caraibi dopo un omicidio e aggregato all’equipaggio del capitano Lorencillo. Più decine di altri libri, tra i quali non è sempre facile scindere ciò che è realtà storica dal puro colore. Io ci ho provato.
Potrebbero esserci delle analogie tra mercenari e contractor odierni e i pirati di cui narra in Tortuga?
Non riesco a vederne molte. I pirati caraibici non erano stipendiati per fare la guerra. Erano loro a cedere parte del bottino ai governatori che li proteggevano. In sostanza, erano bande di ladri, non militari assoldati. Venivano manovrati, ma da lontano.
Dopo Eymerich è tornato al romanzo storico “puro”, il tutto nasce da un racconto pubblicato nell’antologia Anime Nere…
Sì. Il racconto si intitolava I fratelli della Costa, e conteneva elementi fantastici. Dopo la sua uscita, si sono moltiplicate le pressioni perché dedicassi ai pirati un intero romanzo. L’ho fatto, ma modificandone la chiave, anche se alcuni personaggi sono gli stessi. Al romanzo storico appartenevano due miei testi recenti, Il collare di fuoco e Il collare spezzato, sulla storia del Messico. Lì però l’impostazione era “brechtiana”, cioè non vi erano protagonisti di spicco, mentre Tortuga è differente.
La storia ha lo stesso sense of wonder della fantascienza e del fantastico?
Secondo me, in molti casi sì. L’esplorazione di mondi remoti può avere lo stesso fascino sia che si tratti di un pianeta lontano o di epoche trascorse. Certi costumi medioevali, rinascimentali, o anche di tempi più prossimi ai nostri possono risultare alieni o incomprensibili. Col tempo variano mentalità, linguaggi, conoscenze acquisite, valori. Io stesso, quando mi capita di vedere documentari riferiti agli anni Cinquanta del ‘900, in cui sono nato, ho la sensazione che si tratti di un altro mondo. Figurarsi quando si va più indietro nella storia.
In Italia era da molto che non ci si occupava di un caposaldo della narrativa avventurosa coma la pirateria, fatto salvo per una nuova serie per ragazzi di Matteo Mazzuca e qualche altro romanzo…
Emilio Salgari seguita però a essere letto, e anche l’ultimo romanzo di Massimo Carlotto tratta di pirati, sia pure mediterranei. Storie piratesche di autori stranieri continuano a essere tradotte in italiano, specie dopo il successo dei film con Johnny Depp. Evidentemente il tema seguita ad avvincere, per il suo intreccio di ribellione, romanticismo e trasgressione. Tortuga differisce però da tutto ciò che ho citato, almeno nelle mie intenzioni.
In rete e su Carmilla si sta animando il dibattito sul New Italian Epic, Tortuga sembra avere molte delle caratteristiche indicate da WM1 nel suo saggio…
Il progetto Tortuga è anteriore al saggio di Wu Ming 1, che d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente. Io non so se Tortuga sia coerente con il New Italian Epic: più che altro è coerente con certi aspetti del mio lavoro. Dare una classificazione al romanzo è compito dei critici, non mio.

A metà novembre approderà in libreria per tipi di Rizzoli 24/7, Un sogno turco (pp. 200, € 16,90), il graphic novel firmato da due fuoriclasse del panorama narrativo italiano, qui in veste rispettivamente di sceneggiatore e di illustratore, Giancarlo de Cataldo e Giuseppe Palumbo. Il protagonista del fumetto è un ragazzo cristiano poverissimo cresciuto tra tra greci, turchi e armeni, senza padre e con una madre costretta a elemosinare, un nonno curvo per la rabbia e una sorella che sogna di essere rapita da un principe. Sullo sfondo il massacro degli Armeni, tra le righe la vendetta e il riscatto.
Il noir, il fantastico, l’esotico e la Storia si sposano alla perfezione in un connubio che rimanda alle atmosfere oniriche e al contempo feroci di Corto Maltese de La casa dorata di Samarcanda.
Panorama.it ha incontrato De Cataldo per parlare del romanzo disegnato, dei progetti futuri e di copyleft. “Un sogno turco è la rivisitazione del racconto che lessi a Massenzio, con l’accompagnamento musicale di musicisti della scuola popolare di Testaccio, nel giugno 2007″ ci spiega. “Un sogno, come dice il titolo, al quale ho poi aggiunto due ulteriori parti, in modo da creare un’ideale trilogia. Giuseppe Palumbo e io avevamo da tempo in mente un lavoro comune. Siamo tutti e due tarentini, lui possiede qualcosa che, ahimè, a me è negato: il genio visionario per immagini. Tutto nasce, per me, da un sogno. Posso solo dire che Giuseppe c’è entrato dentro come se l’avesse sognato come me. Meglio di me. Sono ammirato, no, di più, sono andato k.o. quando ho visto le sue prime tavole. Il fumetto, d’altronde, è una mia antica passione (e Palumbo conosce a fondo la lezione di Hugo Pratt, e dell’avventura) e le possibilità di rottura dello spazio e delle unità narrative che offre sono infinite, un vero invito a nozze per uno che, come me, detesta stare fermo e ripetersi.
24/7 ha appena dato alle stampe il diario di viaggio L’india, l’elefante e me, VerdeNero Fuoco, Einaudi, dopo il successo di Romanzo criminale e Nelle mani giuste, ha ristampato il giallo Onora il padre, Cosa bolle al momento in pentola in casa De Cataldo?
A febbraio 2009 dovrebbe uscire un thriller a quattro mani con Mimmo Rafele, per Einaudi, dal titolo La forma della paura.
Al copyleft festival di Arezzo ha detto di essere incuriosito dall’uso delle licenze creative commons...
Ci sto pensando. Sto valutando l’ipotesi, al momento la più probabile, che in copyleft ci vadano i romanzi già pubblicati.
Cosa cambierebbe rispetto al classico copyright?
Credo che i due mercati non si ostacolino a vicenda, ma si affianchino. L’idea retrostante, e molto convincente, è che comunque le forme di circolazione della cultura siano le più ampie, differenziate, suscettibili di raggiungere il maggior numero di utenti e di appassionati.
Molti autori si sono detti favorevoli al copyleft, per lo meno come concetto, ma poi non lo adottano…
È che bisogna convincere anche e soprattutto gli editori!
“Poi la gente smise di fare investimenti [...] Ricordo che venivano intervistati i Big Boys - i banchieri e gli industriali - quelli che sapevano. Alcuni acquistarono spazi per rassicurare i milionari in rovina: ‘È solo un ribasso fisiologico. ‘Non temete: comprate, continuate a comprare’. Intanto i Big Boys vendevano e il mercato implose.”
Cronaca di questi giorni? Il tempo è ciclico, le sacre scritture indiane, Budda, Giambattista Vico, Friedrich Nietzsche, ci avevano avvertito. Questione di ermeneutica, di esegesi, abbiamo sempre pensato. Eppure leggendo L’America e gli americani (pp. 320, € 19,50), la raccolta di scritti, di John Steinbeck curata da Bruno Osimo per Alet, sembra che la ciclicità del tempo non sia solo una questione teoretica o allegorico-simbolica. Nel giugno 1960, Steinbeck scriveva per Esquire, un articolo sugli anni ‘30, sui suoi anni ‘30, quelli vissuti sulla sua pelle di scrittore, poco incline agli intellettualismi e molto incline a sporcarsi le mani e a spezzarsi la schiena per guadagnarsi il pane con quel suo fisico da bracciante agricolo. Steinbeck conscio del potere della parola e della forza etica delle storie è ancora, incredibilmente, terribilmente attuale. E questa antologia, fatta di frammenti, di articoli che sembrano lampi a ciel sereno, ci restituisce come un manrovescio un’immagine del passato così spietatamente identica al presente da rendere il concetto di Saṃsāra, di ciclo di vita, morte e rinascita nitido, preciso e per niente metaforico.
La penna di Steinbeck ha qualcosa di magico, scorre sulla carta potente eppure semplice, evocativa eppure familiare, e quando indugia, senza falsi moralismi e senza piagnistei, sulla grande depressione, sui piccoli risparmiatori che ritirano i loro soldi perché le banche sono al fallimento, sugli operai che chiedono di lavorare anche se il prodotto non vende, sugli spregiudicati uomini d’affari che nascondono l’imminente recessione per profitto personale, sulla disoccupazione, la caduta del ceto medio, le migrazioni verso occidente per cercare qualcosa di meglio; ci si chiede dove siano finiti gli scrittori di cotanto calibro. Una scrittura, fluida e densa al tempo stesso, che è metro della miseria umana e che non teme di inimicarsi il potere, di destra e di sinistra (per Steinbeck la sinistra non sarebbe altro che una pseudodestra). Taccuino in tasca e sguardo lucido Steinbeck era consapevole del fatto che la scrittura, prima di ogni altra cosa, è un atto etico che non dice qualcosa ma fa qualcosa, con coraggio. Andare nel mondo, coglierne le connessioni, sporcarsi, raccontarlo, mettere a nudo il re. Fiction e cronaca si intrecciano, l’autore di Salinas vive quello che scrive e le torri d’avorio fatte di letteratura ombelicale al suo cospetto crollano, si perdono nel trascorre dei giorni. Lui invece è ancora qui con le sue parole potentissime ed entra a pieno titolo nel nuovo millennio come voce importante, importantissima, capace di essere testimone del presente anche dopo la morte. Se non è sfidare il tempo lineare e le sue leggi questo…

Un lottatore bulgaro con catene d’oro al collo taurino e occhiali da sole, dal passato remoto di agente dei servizi segreti, dal passato prossimo di imprenditore di successo e massone, e dal presente in una cassa da morto; un misterioso omicidio di una geofisica nella placida cittadina di Woking nel Surrey; una sequela di personaggi che si muovono tra India, Nigeria, Balcani, Stati Uniti, India, Giappone, Italia, Colombia, Canada e la “fantomatica” Transnistria cancellando la nitidezza dei confini tra nazioni. Un’enorme, insidiosa, capillare e montante trama oscura che si allarga e si insinua oleosa nel sottobosco politico ed economico del globo. A fare da coro: hacker, uomini d’affari, narcos, brigate della morte, signori della guerra, banchieri, uomini di stato, dittatori, scafisti [...] e una lunga, lunghissima, scia di vittime affogate nel sangue.
Se fosse un romanzo verebbe tacciato di mancanza di verosimiglianza e trattato alla stregua di un pastiche complottistico dal sapore avventuroso, frutto della fantasia di uno scrittore dall’immaginazione un po’ troppo sopra le righe. Il fatto è che McMafia (Mondadori, pp. 447, 18 euro) non è un romanzo e Misha Glenny, l’autore, non è né Micheal Crichton né Clive Cusserl, ma un reporter con il pelo sullo stomaco che ha seguito sul campo l’intero conflitto dell’ex Iugoslavia e la situazione dei Balcani dalla caduta del muro in poi diventando in seguito consulente di politica internazionale per conto dell’Europa e degli USA. McMafia è il reportage, risultato di anni di ricerche, indagini e inchieste, che partendo dal cuore inquieto del vecchio continente traccia una mappa del crimine organizzato mondiale con ritmo e precisione chirurgica.
Dimenticate i confini, così come li conoscete, dimenticate il planisfero politico e i report ufficiali sul commercio e sull’economia mondiali perché a essi vanno sovrapposti quelli ombra, i doppelgänger oscuri che si fondono e confondono con i primi producendo, per quanto è possibile sapere, almeno il 20% dell’intera ricchezza mondiale.
Il viaggio di Glenny in questo demimonde parte dall’assassinio di un anonima sismologa in Inghilterra e dall’“innocuo” commercio di sigarette di contrabbando in Montenegro per arrivare passo dopo passo a tracciare un quadro globale dell’attività mafiosa i cui esponenti si muovono tra connivenze ufficiali e ufficiose, sfruttando cavilli e baratri degli accordi internazionali. La carta geografica di McMafia è dura, intrisa di violenza, denaro, potere e di strette di mano e la cosa più agghiacciante è che spesso a stringere le mani sbagliate sono coloro i quali dovrebbero combatterle.
Un libro feroce, dalla scrittura asciutta, una specie di Gomorra su scala planetaria, ma senza un’oncia di fiction, senza retorica e senza compromessi in grado di porre molte domande e gettare una luce sinistra sui traffici finanziari, sulle manovre politiche, sugli accordi tra nazioni, sulle politiche belliche, sulle scelte economiche di stati, governi e istituzioni. Fin dove arrivano i tentacoli? Chi è compromesso, chi coinvolto? Chi invece è all’opera per contrastare il fenomeno?
Una lettura sconcertante, che risulta ancora più destabilizzante se affiancata a Superclass di David Rothkopf, un’indagine sull’esigua élite al timone del mondo, sempre per i tipi di Mondadori (492 pp., 19 euro). Un migliaio di pagine in tutto, che se lette affiancate sono come acido nitrico e acido solforico. Mescolatele e otterrete nitroglicerina.

Nino D’Attis, Mostri per le masse (Marsilio) - Particolare della copertina
Mostri per le masse (Marsilio € 16, pp. 240) di Nino D’Attis è un romanzo col turbante. È perturbante, conturbante e disturbante. A prima vista sembra un giallo dai tratti horror: 2005, a Roma alcuni efferati omicidi di stampo satanico sconvolgono la città, già scossa dall’agonia di Wojtyla. Un poliziotto si mette sulle tracce del colpevole intenzionato a portare a termine l’indagine a ogni costo. Con il passare dei paragrafi e dei capitoli si comprende che la prima vista inganna facilmente. La detection è puro pretesto, semplice cornice per descrivere una discesa agli inferi. Non ha alcuna rilevanza l’identità dell’assassino, il meccanismo narrativo ben presto si inabissa verso profondità insondabili, come un televisore che comincia a trasmettere immagini via via sempre meno nitide, con interferenze lampo, effetto neve e rumore bianco, Mostri per le masse si trasfigura nel corso della lettura. Una scrittura secca eppure speculativa, lineare eppure confusa, volutamente confusa. Il romanzo è perturbante nell’accezione freudiana del termine: “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” e D’Attis mette in scena l’orrore del quotidiano. Il disagio che la figura dell’ispettore Graziano Vignola ispira nel lettore non è dovuto semplicemente al fatto che sia uno sbirro corrotto e depravato ma dalla sensazione che la sua corruzione e la sua depravazione siano naturali, innate e inevitabili in ciascuno di noi. È conturbante perché ha una corrente erotica perversa che non smette di ronzare mai ed è disturbante, infine, perché fa sentire sporco il lettore come non succedeva dai tempi di Poppy Z. Brite e del suo Cadavere Squisito.
Se non bastasse, c’è di più. Mostri per le masse sembra rientrare in un grande romanzo collettivo che alcuni scrittori, inconsapevolmente o no, stanno scrivendo assieme. In quest’ottica non sarebbe un caso, o un semplice attestato di stima da parte dell’autore, che uno dei personaggi del libro di D’Attis stia leggendo Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo. Mostri per le masse racconta il tempo presente, racconta una Roma e un’Italia il cui passato prossimo si può leggere nel lavoro di De Cataldo o in Confine di Stato di Simone Sarasso, per citarne solo due. Il denominatore comune in questo caso è il caos veicolato da armi di distrazione di massa. Un elemento da sempre presente nella storia del paese semplice, che però solo D’Attis, per il momento è riuscito a descrivere con ferocia caotica (per l’appunto) eppure con precisione chirurgica. Non importa se le visioni di Mostri per le masse siano pura fiction o se siano cronaca, importa solo che in qualche oscuro, ribollente e sgraziato modo rispecchino l’anima collettiva di questa nazione.
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Riparte il campionato, le Olimpiadi sono già un ricordo in via di sbiadimento. Gli atleti che soffrono, piangono, ridono, le immagini pechinesi di epici eroi in lotta contro i limiti, contro la fatica; sani, puliti e lontani dalla miseria umana dello showbusiness. Eppure sul comodino c’era qualcosa che stonava, che disturbava la diretta televisiva, che smorzava l’ardore della fiamma olimpica. I volti degli atleti acquistavano all’improvviso un’altra espressione. Infelice e artificiale. Sul comodino c’era Acido Lattico (Alberto Gaffi, 158 pagine, 11 euro) di Saverio Fattori.
Una narrazione algida, impietosa che sonda, attraverso lo sguardo del protagonista Claudio Seregni, il lato oscuro dello sport e in particolare dell’atletica leggera. I toni sono quelli del noir psicologico e la tensione è quella del thriller: il risultato è una lama nei tendini, una rasoiata nei tessuti e nel corpo di un Italia senza riscatto morale, incapace di qualsiasi impegno etico, nemmeno in quello che veniva considerato il più pulito, il più sano, il più umile e contemporaneamente nobile degli sport. Lo sguardo cinico, asociale e freddo di Seregni non dà scampo e non risparmia nessuno, nemmeno i dilettanti alle prese con la maratona di New York o i superatleti alle prese con l’Ironman. Panorama.it ha incontrato l’autore, che con Acido Lattico è alla sua terza prova, in copyleft.
Claudio Seregni corre, ma anche Saverio Fattori corre… Come nasce Acido Lattico?
Era inevitabile. Ho due passioni che non mi danno da mangiare ma che definire “Hobby” non farebbe giustizia. Mi occupo di letteratura e pratico atletica e podismo (e scrive , tra l’altro, sul mensile “Correre” n.d.r.). Non a livelli altissimi, sono un middle class in tutte e due queste attività. Sono due “cose” molto pesanti che non danno tregua e lasciano tossine. Per correre a livelli decenti devi farlo praticamente tutti i giorni, in agosto non ti conviene stare fermo un mese, tornare in forma sarebbe troppo complicato. E non c’è un giorno della mia vita che non faccia qualcosa di attinente alla letteratura. Da qualche parte dovevano fondersi, il mio cervello deve averci girato attorno qualche anno prima di posarsi sull’embrione di Acido Lattico, ma poi il gorgo mi ha risucchiato. Non è stato un flusso inarrestabile, un Fuoco Sacro, ma la storia ha preso una forma propria quasi indipendente dalla mia volontà. Oppure era già tutta dentro di me e non ne avevo piena coscienza. “Acido” nasce dall’amore-odio per l’atletica e dall’amore-odio per la letteratura. Io corro a livelli più bassi rispetto a Claudio Seregni, mi sono scelto un alter ego molto più forte. È molto più stronzo, all’inizio della storia è un individuo agghiacciante. Potrebbe essere tra i potenziali olimpici di Pechino. Potrebbe, non è così chiaro. Ho gareggiato da bambino e dai venticinque anni in poi, quindi non sono mai stato una promessa come lui, ho immaginato proprio la parte di carriera che nella realtà mi manca.
In pochi si sono cimentati nella “narrativa sportiva”….
Male, i potenziali lettori di un romanzo che si occupa di queste tematiche sono davvero tanti. I giovani non praticano l’atletica, la crisi di vocazioni è tragica, ma i podisti over-35 che affollano le maratone domenicali sono un numero sterminato, in genere sono persone di cultura media che leggerebbero con interesse un romanzo con le tematiche di Acido. Sto avendo buoni riscontri anche durante le presentazioni. Ovviamente avendo pubblicato per un piccolo editore non troveranno pile di Acido Lattico in libreria, dovranno ordinarlo, dovranno sbattersi e fra qualche mese potranno scaricarlo da internet. In precedenza in Italia solo Mauro Covacich per Einaudi aveva scritto un libro di questo genere, A perdifiato, un romanzo ottimo, molto convincente. Il tema del doping è comunque molto morboso, la trasformazione del corpo, l’illusione della sospensione della performance e conseguente rimozione della vecchiaia e della morte. Nervi scoperti nella nostra società. Poi la maratona di New York ha una valenza di feticcio, secondo me a poco a che fare con l’Atletica Leggera. Molto con le Agenzie Turistiche.
Come si è documentato?
Su internet trovi di tutto, poi avevo un collega culturista che mi parlava del GH, come dell’Elisir della giovinezza. Nel 1989 uscì un testo illuminate di Alessandro Donati e Antonello Sette, Campioni senza valore, con la scusa del caso Ben Johnson parlò molto di certe pratiche in Italia. Acido Lattico accenna al doping di Stato praticato in Italia negli anni Ottanta e ben descritto nel libro sopraccitato, ma senza l’intenzione di farne un report giornalistico o una Crociata Etica. Il mio non è un diario del doping. È fiction pura nella trama in una ragnatela di fatti veri o molto verosimili. Ci sono già stati processi su certi fatti e certi personaggi e buonanotte. Nulla da aggiungere. La pratica dell’autoemotrasfusione mi è sembrata molto “letteraria”, tutto qui. Penso di poter essere alla giusta distanza per cercare una descrizione credibile dei fatti. Né colluso, né inconsapevole. È un testo con una sua complessità, non giustifica il doping, né si fa illusioni. Non possiamo pretendere che lo sport professionistico sia il nostro giardino incontaminato. Vogliamo l’epica dei ciclisti che divorano passi dolomitici, vogliamo eroi sempre più invincibili. Poi ci strozziamo di indignazione e maccheroni davanti ai titoli dei telegiornali massimalisti. In realtà ho pena dei ciclisti dopati, non riesco ad odiarli. A ma basta leggere certi programmi di allenamento per capire che sarebbe molto difficile recuperare certi lavori senza l’aiuto farmacologico.
Perché copyleft?
Perché quando una persona mi dice che ha letto il miei libri precedenti (Alienazioni Padane e Chi ha ucciso i Talk Talk?) dopo averli scaricati, sono sinceramente felice. Non di meno che se li avesse comprati in libreria. Per me la felicità e uguale. E poi io alla rete devo tutto.

Che cos’è un italiano? Cosa fa di una persona un italiano? L’appartenenza a una razza? A un luogo, a un retaggio sanguigno? L’idea di patria forse? Oppure è la Storia, quella con la “s” maiuscola?
Qualunque sia la risposta, se mai ci sia una risposta, o se abbia senso cercarla, c’è una vicenda sconosciuta che vale la pena di (ri)scoprire, quella di Giorgio Marincola. Una vicissitudine sottratta, ora, dall’oblio dagli storici Carlo Costa e Lorenzo Teodonio in “Razza Partigiana” (Iacobelli, pp. 176, € 14,90).
La II Guerra Mondiale scoppia quando Giorgio ha 17 anni. Frequenta il liceo, è antifascista, è un meticcio, di pelle scura e nel giro di qualche anno diventerà l’unico partigiano italiano di origine somala decorato alla memoria. Giorgio combatte, per un paese che lo ha considerato “un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. La scintilla scatta in lui grazie all’incontro con Pilo Albertelli, suo insegnante, trucidato in seguito alle Fosse Ardeatine. Il destino porterà Giorgio a lottare a fianco di molti altri ragazzi come lui, nel nord del paese, in Piemonte, fino alla cattura da parte dei nazifascisti che lo deporteranno nel lager di Bolzano, dal quale uscirà nell’aprile del 1945, in seguito all’Operazione Sunrise, gli accordi per lo smantellamento dei campi stipulati tra l’Office of Strategic Services americano (l’attuale CIA) e i comandi della Wehrmacht e delle SS. Giorgio si rifiuta di partire con la Croce Rossa per la Svizzera e si dirige in Val di Fiemme per raggiungere il convento di Cavalese e incontrare alcuni frati, internati in passato nei lager sudtirolesi per aver collaborato con i partigiani della brigata autonoma “Cesare Battisti” e del “Comitato di Liberazione Nazionale”. Proprio per contattare il CLN fiammazzo, Giorgio e due compagni d’arme lasciano il convento qualche giorno dopo e si inoltrano nel territorio trentino. Il 3 maggio ‘45 raggiungono Molina sotto la neve, imbattendosi prima in un reparto tedesco in procinto di arrendersi e poi in un’autoblinda, che apre il fuoco. Giorgio si salva, l’indomani, in un posto di blocco partigiano, si imbatte in un convoglio di SS che apre nuovamente il fuoco. Gli ordini sono di non rispondere e di limitarsi a disarmare il nemico. Infine il 4 maggio un reggimento intero arriva a Stramentizzo battendo bandiera bianca, anche il gruppo di Marincola si trova da quelle parti; ingannati dalla bandiera, escono allo scoperto per prendere in consegna le armi dei tedeschi e vengono travolti da una pioggia di proiettili che ne fa strage. Quando, catturato a Biella, i fascisti gli chiesero perché un italo-somalo combattesse a fianco degli alleati, Giorgio rispose: «sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi su una carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori…»
Che cos’è un italiano dunque? Forse qualche risposta potremmo trovarla in “Razza partigiana”.
Abbiamo chiesto a Wu Ming 2, membro dell’ omonimo collettivo di scrittori, attento da sempre alle tematiche della resistenza un commento sul libro di Costa e Teodonio: «La storia di Giorgio Marincola merita di essere conosciuta per diverse ragioni. Primo, perché è incredibile. Secondo, perché invece è vera. Terzo, perché forse non c’è molta differenza tra l’Italia fascista che considerava Giorgio un mulatto, un essere inferiore e quella repubblicana che considera i profughi somali clandestini, senza diritti (con tutto che la tragedia somala dovrebbe pesare come un macigno sulla nostra coscienza). Quarto, perché restituisce un’immagine della Resistenza tutt’altro che monolitica e compatta, come l’epica vorrebbe. Quinto, perché Carlo Costa e Lorenzo Teodonio l’hanno raccontata con una cura e una dedizione non comuni.»
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