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“Hotel Rwanda”, un libro denuncia inchioda Hollywood

Dalle stelle alle stalle. È la parabola che rischia di stravolgere Paul Rusesabagina, immortalato sul grande schermo da Don Cheadle con Hotel Rwanda. Sfiorando l’Oscar, l’attore americano offrì una delle sue migliori interpretazioni cinematografiche calandosi nei panni di un eroe dei tempi moderni.

Rwanda, aprile 1994: mentre si consuma un genocidio che spazzerà via un milione di esseri umani, Paul Rusesabagina, un hutu della classe media, decide di trarre in salvo 1.200 tutsi proteggendoli nell’albergo di cui la compagnia belga Sabena gli affida la gestione. Tratto da una storia vera, il film dipinge un uomo disposto a tutto, che pur di salvare i “fratelli” tutsi finge complicità con i carnefici hutu. Sono passati quattordici anni dalla tragedia rwandese, meno di due dall’uscita in sala di Hotel Rwanda. Tra la realtà e la ficton, si è messo di mezzo però un libro inchiesta che smonta punto per punto l’impresa del nostro Schindler africano. È
Hotel Rwanda ou le génocide des tutsi vu par Hollywood (Editions L’Harmattan) che riassume tre anni di indagini al termine dei quali gli autori Alfred Ndahiro (giornalista e consigliere dell’attuale presidente rwandese Paul Kagame) e Privat Rutazibwa (docente universitario) si sono convinti che Rusesabagina non ha fatto altro che raggirare i produttori hollywoodiani e le vittime dello sterminio. Le prove stanno in documenti ufficiali e, soprattutto, nelle testimonianze rilasciate da un centinaio di sopravvissuti dell’ormai celebre Hotel des Milles Collines. Tra loro, spicca la figura di Tatien Miheto, ex consigliere del Primo ministro hutu ( fu ucciso il 7 aprile 1994) e responsabile di un Comitato di crisi che si era formato nell’albergo durante il genocidio. Panorama.it lo ha incontrato a Bruxelles nel corso di un convegno dedicato ai Giusti dell’eccidio rwandese. Per Miheto, non c’è l’ombra di un dubbio: “la nostra salvezza non è mai dipesa da Rusesabagina”. Anzi, “quest’uomo non ha esitato a sfruttare le condizioni terribili in cui versavano i sopravvissuti dell’albergo per lucrare sulla nostra pelle”. Contrariamente a quanto si vede nel film, “ci ha fatto pagare sia il cibo sia l’alloggio”. Come prova, Miheto tira fuori un fax in cui la Sabena ordina a Rusesabagina di “offrire pasti gratis e di non esercitare nessun tipo di pressione verso coloro che sono privi di mezzi”. Sempre secondo Mihato, “tre fattori giustificano la nostra sopravvivenza: il Milles Collines era stato dichiarato zona protetta dalle Nazioni Unite; il governo estremista hutu aveva deciso di garantire la nostra incolumità per smentire le voci di sterminio e utlizzarci come merce di scambio con gli hutu rimasti intrappolati nelle zone controllate dai ribelli del Fronte patriottico rwandese”.

Finché non emergerà una verità definitiva, per il protagonista di Hotel Rwanda, il futuro si annuncia un po’ meno glorioso.

Libro choc sul caso pedofilia Dutroux

“Lei si chiama Michelle Martin. Dal 1996, è detenuta nella prigione di Namur, in Belgio, condannata a trent’anni di reclusione criminale. Quell’anno, i giornali e le televisioni d’Europa hanno reso il suo nome indissolubilmente associato a quello di Marc Dutroux, allora suo marito”. Inizia così, con parole semplici ma brutali, il romanzo-intervista di Nicole Malinconi sul caso di pedofilia che sta nuovamente scuotendo l’opinione pubblica belga e internazionale. Quello della coppia Dutroux, condannata per aver rapito, violentato e ucciso una quindicina fra ragazze anche minorenni, tra cui Julie e Melissa.

Ovazionato dalla critica, Vous vous appelez Michelle Martin (Lei si chiama Michelle Martin, Editions Denoel) racchiude le confessioni fatte dall’ex moglie di Dutroux alla romanziera belga. Per due lunghissimi anni Nicole Malinconi ha ascoltato con pazienza infinita tutto quello che l’opinione pubblica belga aspettava da anni: “come una donna intelligente e madre di tre bambini abbia potuto compiere atti simili? Fino a che punto un essere umano può avventurarsi nell’oblio delle sue responsabilità?”. A queste domande Michelle Martin non ha mai risposto. Almeno non del tutto. Ma dalla sua testimonianza emerge la discesa in inferno di una moglie totalmente soggiogata a un marito violento, amante di donne e malato. Fino al giorno in cui “ha cominciato a rapire ragazzine, violentarle, per poi rilasciarle. Diceva di farlo per me, perché non sopportavo l’idea che uscisse con altre donne”. A fare le spese di questo torbido rapporto saranno Julie e Mélissa, le due bambine di otto anni rapite, violentate, filmate e lasciate morire di fame incatenate al letto in una stanza della casa della coppia aguzzina. “Avrebbero potuto fuggire, ma non l’hanno fatto” è il commento allucinante di Michelle Martin, che al cospetto dei sequestri e degli omicidii (”non volevo saperne nulla”) ricorda gesti di tenerezza nei confronti della morte di un cane (”non posso vedere soffrire gli animali”). Per la scrittrice Nicole Malinconi è la confessione di troppo. “Solo il silenzio poteva accogliere dichiarazioni simili”. Tra le due donne è ormai guerra fredda. Michelle Martin avrebbe accolto la pubblicazione del libro con tre parole. Semplici e brutali: “Non mi piace”.

Laura D: mi pago gli studi con un po’ di sesso

“Pochi soldi in tasca, un affitto da pagare, le bollette, la tessera del metrò… La mia vita è vagamente insopportabile. Talvolta scomoda, spesso imbarazzante quando devi sborsare l’euro, ma ci si abitua a tutto. Mi convinco che i “massaggi” mi concederanno il lusso di poter condurre una vita più consona alle mie esigenze. E invece non realizzo in tempo che sta accadendo tutto il contrario: non avrò mai più scelta”. Frasi stringate, ritmo incalzante, il libro di Laura D. (in uscita in questi giorni nelle librerie francesi) rischia di diventare il caso letterario dell’anno. Il titolo di questa singolare autobiografia è Miei cari studi. Studentessa, 19 anni. Lavoro alimentare: prostituta, (titolo originale: Mes chères études. Etudiante, 19 ans. Job alimentaire: prostituée, Ed. Max Milo, 288 p., 18 euro) e la dice lunga su un fenomeno sociale che secondo il sindacato d’oltralpe “SUD-étudiants” colpisce almeno 40.000 studenti.
Di giorno la testa immersa nei libri universitari; di notte disposta a vendere il proprio corpo: il caso di Laura D. potrebbe essere uno dei tanti esempi di ragazze della classe media francese impegnate tra lo studio e il lavoro. “I miei genitori non guadagnavano abbastanza per pagarmi l’università” racconta la nostra protagonista al sito d’informazione Rue89.com. Ironia della sorte, “non erano nemmeno sufficientemente poveri per consentirmi di chiedere borse di studio”. Risultato: venti ore di corsi universitari alla settimana non bastano per costruirsi un futuro. La precarietà la costringere a lavorare in una società di telemarketing. Un destino comune a molti studenti, ma che diventa eccezionale dopo che l’accumulo di spese in uscita la spingono a prostituirsi. Le porte dell’inferno si aprono con discrezione attraverso un paio di click sulla rete e la proposta di un cinquantenne in cerca di massaggiatrice occasionale. Naturalmente, i massaggi sono solo il contorno del piatto forte dell’incontro: fare sesso a pagamento. “Mi sentivo protetta dallo schermo” ricorda “ma era soltanto un’illusione. Quando mi sono presentata all’appuntamento ero da sola e nessuno avrebbe potuto aiutarmi”. Nella sua solitudine, il primo rendez-vous le frutta 250 euro. Un guadagno che equivale a quasi la metà dei soldi di cui dispongono 100.000 studenti francesi costretti a vivere con 650 euro al mese, ovvero al sotto della soglia della povertà.

I disastri dell’uomo bianco: il libro scandalo sugli aiuti occidentali


Dal sito della Banca mondiale, si apprende che il più importante istituto finanziario internazionale per sconfiggere la povertà nel mondo ha approvato pochi giorni fa un finanziamento di oltre 500 milioni di dollari per salvare il Bacino del Niger (Africa) da una morte ecologica sicura. La notizia dovrebbe quanto meno rallegrare chiunque nutrisse un minimo di fiducia sulla capacità dei donatori internazionali di rimediare all’attuale stato di povertà del continente africano. Ora, rivolgendomi a coloro che hanno avuto la (s)fortuna di leggere l’ultimo saggio dell’economista statunitense William Easterly, do per scontato che i fondi sganciati dalla Banca Mondiale al Niger vi hanno con ogni probabilità raggelato il sangue. Come mai? La risposta sta tutta iscritta nel titolo che Easterly, professore alla New York University, ha dato al suo libro, vero e proprio pamphlet contro le politiche di aiuti della Comunità internazionale: I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene (Bruno Mondadori, p. 437) mette de facto in mostra le conseguenze peggiori (più che l’inutilità) dei piani escogitati in Occidente per trarre in salvo il Sud del mondo.

Forte della sua lunga esperienza trascorsa nella Banca Mondiale tra il 1985 e il 2001, William Easterly non risparmia nessuno: dalle agenzie Onu (Fao, Undp etc.) al Fondo Monetario Internazionale (Fmi), passando per il G8 e, ovviamente, la stessa Banca Mondiale, c’è infatti da interrogarsi, e seriamente, sul fatto che “l’Occidente abbia speso 2300 miliardi di dollari senza riuscire a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria”. Oppure di rivelarsi incapace “a dare i tre dollari a ogni neomadre per prevenire cinque milioni di decessi neonatali”. Certo, non è la prima volta che uno specialista si mette a fare le pulci alla comunità dei donatori. Basti ricordare le critiche ferocissime sferrate da Joseph Stiglitz (ex alto responsabile della Banca Mondiale e Premio Nobel per l’economia nel 2001) nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori. Oppure le logiche di profitto messe talvolta a segno da un protagonista “insospettabile” come le organizzazioni non governative (leggere per credere Le multinazionali del cuore. Le ong tra politica e mercato di Marc-Olivier Padis e Thierry Pech).

Ciò che tuttavia colpisce nel saggio di Easterly è l’originalità della teoria che percorre tutto il pamphlet. Partendo dal presupposto che non bisogna “abbandonare gli aiuti per i poveri, ma fare in modo che essi giungano effettivamente a destinazione”, Easterly mette a confronto Pianificatori e Cercatori. Il Male contro il Bene. Alla prima categoria appartengono personaggi degni del peggior burocrate dell’era sovietica: menti brillanti protagoniste di piani quinquennali calati dall’alto e con pochissimi riscontri con le realtà a cui gli aiuti sono destinati. Esempio parossistico di questi “Grandi Piani” come li definisce Easterly sono gli Obiettivi del Millennio fissati dall’Onu nel 2000 per dimezzare la povertà entro il 2015 e coordinati da Jeffrey Sachs (fino al 2006), la sua bestia nera. In un’intervista rilasciata a Le Monde (scarica il .pdf), l’economista americano ricorda come “le Nazioni Unite hanno già riconosciuto che gli Obiettivi non saranno raggiunti alla data prevista”. Questo perché “nessuno dispone di informazioni sufficienti per elaborare un piano globale in grado di avere successo. Le realtà sono talmente differenti a livello locale, talmente complesse”. Ma ciò che più urta Easterly è il fatto che nonostante gli insuccessi, “nessuno sarà ritenuto responsabile. Ecco perché così tanti soldi sono stati sprecati”. Da cui la necessità di “introdurre un sistema di responsabilità individuale”, che l’economista americano sintetizza con due concetti chiave: Feedback (ritorno) e Accountability (responsabilità). “Coloro che sono incaricati di gestire l’aiuto delle istituzioni internazionali o delle agenzie nazionali devono rendere conto e dimostrare i loro risultati. In caso contrario, i loro budget vanno tagliati”. Fuori i Pianificatori e spazio quindi ai Cercatori. Il loro pregio? “Hanno un approccio molto più pragmatico” alla povertà. “Cercano soluzioni concrete a problemi riscontrati sul terreno, esattamente come l’ultimo Premio Nobel per la pace Muhamed Yunus con la Grameen Bank, la prima banca di microcredito”.

Teorie campate per aria? Sì, assicurano i suoi più convinti detrattori. Tra loro, non poteva mancare l’ex braccio destro di Kofi Annan, l’economista Jeffrey Sachs. In un botta e risposta pubblicato dal The New York Review of Books, Sachs sostiene che scandali e disfunzioni della macchina umanitaria tendono “a offuscare i progressi notevoli segnati dalle recenti politiche di sviluppo”. Prendendo Easterly in contropiede, Sachs cita il libro del suo rivale sottolineando “gli aiuti hanno fatto registrare successi notevoli su scala globale. Quarant’anni fa, 131 bambini su 1000 nati nei paesi poveri morivano, oggi il tasso è sceso a 36 per mille”. Il polverone suscitato da Easterly tra gli esperti e i media ha visto addirittura la scesa in campo di Amartya Sen, Premio Nobel per l’economia nel 1998, pronto a difendere il suo collega sostenendo sulla rivista Foreign Affairs che, nonostante alcune debolezze riscontrate nell’approccio scientifico, il testo di Easterly offre molti spunti sulla capacità creativa dei microprogetti nati nel Sud del mondo. Nessun dubbio: dibattiti e polemiche non sono mancati, e tanto meno mancheranno nel prossimo futuro…

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