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Da Scampia con speranza. È questo il filo rosso di Ali bruciate. I bambini di Scampia scritto a quattro mani da Davide Cerullo e Alessandro Pronzato per le edizioni Paoline.
Un libro che è una testimonianza diretta da quello che è considerato l’inespugnabile fortino della Camorra. Panorama.it ha incontrato Davide Cerullo alle Vele, un complesso di case in cui è stato girato il film Gomorra, il cuore pulsante di Scampia.
Davide, come era la sua vita qui a Scampia?
A 14 anni facevo il pusher, vendevo droga, guadagnavo 500 euro al giorno. Era una vita che aveva comunque il suo fascino anche se per questo fin da giovanissimo ho conosciuto il carcere. Sono entrato e uscito più volte ma ho continuato lo stesso a condurre quella vita sregolata . Un giorno, ritornando dall’ora d’aria ho trovato un Vangelo lasciato da qualcuno su una branda. L’ho aperto e ho trovato il mio nome, Davide, ripetuto più volte. Qualcosa è scattato in me.
Da lì un cammino, faticoso, di trasformazione, il desiderio e la riuscita di diventare altro da quello che era nei ranghi della Camorra. Quanto la fotografia, la scrittura l’hanno aiutata?
Tantissimo. Mi sono sentito come il personaggio interpretato da Benigni ne La tigre e la neve che riesce a passare il checkpoint perché è un poeta. Ecco la poesia e l’arte sono stati il mio lasciapassare verso una condizione migliore. Ha visto la foto della copertina? L’ho fatta io dentro Le Vele, dove ho abitato per tanti anni. Mi piace scattare foto perchè prima fermo l’immagine con la mente e dunque rifletto sul mondo. Ecco quel bambino io l’ho visto, sembrava me da piccolo, in mezzo all’amianto e l’ho bloccato nel tempo.
Nel suo libro sono proprio i bambini di Scampia i protagonisti. Racconta le loro storie con sullo sfondo la tragica realtà degli adulti. Bambini che per esempio diventano criminali per aiutare i genitori a sfamare il resto della famiglia.
Sì, è la storia di tanti qui. Però quello che io voglio dire con questo libro alla mia gente, alla gente delle Vele, è che anche se si sbaglia non è vero che nessuno è irrecuperabile. Gli irrecuperabili sono solo un’invenzione della nostra malafede che ci fa credere che tutto è perso, che non si può fare nulla, che tutto è irrimediabilmente compromesso.
E invece ai lettori che non sono di Scampia che messaggio vorrebbe far arrivare?
Che a Scampia, alle Vele in particolare, abita anche tanta gente perbene, solidale, che vive realmente ogni giorno in comunione con gli altri. Solo che bisogna dare a questa gente uno straccio di opportunità, un’alternativa. E allora si potranno fare davvero miracoli. Io senza Scampia nel cuore non posso vivere. Vede quest’area verde qui intorno? Un tempo era tutta campagna e io bambino venivo ad aiutare mio padre che pascolava le pecore. Per me questo resta il quartiere più bello di Napoli. Vorrei che lo fosse per tutti.
Si intitola Afghanistan, ultima trincea, edito da Boroli. A scriverlo, con i contributi del suo collega e amico Fausto Biloslavo, è Gian Micalessin, inviato de Il Giornale e grande conoscitore dell’Afghanistan. Dove è tornato 25 anni dopo il suo primo reportage per capire cosa è cambiato ma soprattutto dove sta andando un paese provato dalla guerra e da interessi internazionali. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Questo libro comincia virtualmente molto indietro nel tempo, nel 1983. Cosa è cambiato rispetto alla prima volta che è stato in Afghanistan?
Nel 1983, quando sono partito per l’Afghanistan per il mio primo vero reportage in compagnia di Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo, questo paese rappresentava il Vietnam dell’Unione Sovietica. Per me, che da ragazzino sognavo di fare il reporter a Saigon, l’Afghanistan è stata dunque la guerra dove l’armata Rossa simbolo della potenza militare comunista si ritrovava impantanata, incapace di venir a capo di una resistenza povera e male armata. Quella guerra ha segnato la fine dell’Unione Sovietica. Oggi, invece, l’Afghanistan rischia di diventare l’ultima trincea di un Occidente che ha dimenticato le promesse di sviluppo, sicurezza e stabilità politica fatte al popolo afghano nel 2001. Per questo 25 anni dopo l’Afghanistan è la sfida che non possiamo perdere.
Nel libro lei racconta senza censure la guerra degli Italiani in Afghanistan, quasi un argomento tabù…
Il libro segue le missioni della Task Force 45, l’unità composta esclusivamente da incursori delle forze speciali che da tre anni combatte nella provincia di Farah per bloccare l’infiltrazione dei talebani.
Fino all’estate dello scorso anno, una sorta di liturgia concertata da politica e dei mezzi d’informazione ha descritto la nostra missione in Afghanistan come una spedizione di crocerossine intente soltanto a distribuire aiuti, costruire pizzerie ed abbellire città. L’esercito italiano fa anche questo, ma non solo questo. La sua presenza è fondamentale per garantire attraverso l’uso di armi e mezzi la sicurezza nei territori affidatici dalla Nato. Nascondere questa realtà significa negare ai nostri soldati l’orgoglio di una professione che si realizza anche attraverso il corretto e responsabile uso della forza, significa vergognarsi del lavoro di chi rischia la pelle, significa ipocrisia mediatica e politica.
È recentissima la notizia che nel contingente italiano si aggiungeranno 200 soldati ai 2800 presenti. Una missione che adesso costa 1000 euro al minuto. Ha ancora senso essere presenti in Afghanistan e in questa forma?
Siamo in una fase in cui è necessario il massimo impegno militare per riguadagnare il terreno perduto negli anni passati, ma non dobbiamo e non possiamo pensare all’Afghanistan come ad una guerra da vincere sul campo. In Afghanistan nessuno, a partire dagli inglesi per arrivare ai sovietici, ha mai vinto sul terreno. Nel breve periodo le nuove truppe sono indispensabili per garantire la sicurezza delle popolazioni nelle regioni dove l’infiltrazione dei talebani è più pesante, ma anche ad avviare nuove strategie di collaborazione con i civili per conquistarne - come in ogni campagna anti insurrezionale - il cuore e la mente. Un maggior numero di truppe è indispensabile per controllare quelle frontiere con il Pakistan dove si annidano i santuari di Al Qaida e dei talebani.
Nel libro, oltre che della presenza degli italiani lei racconta di antropologi, di talebani, di civili e di marines, una mescolanza umana che è difficile incontrare in altre parti del mondo…
La sfida afghana non può esser concepita come una guerra, ma come una missione complessa e sfaccettata dove per conquistare il cuore e la mente delle popolazioni sono necessarie non solo le armi, indispensabili per garantire la sicurezza, ma tutte le risorse a disposizione del nostro mondo. Antropologi per comprendere il tessuto etnico e sociale, aziende e organizzazioni umanitarie per ricostruire il paese, politici e analisti per definire strategie comuni in ambito Nato.
Quali sono le priorità ancora non risolte nel paese?
Il primo obiettivo è ridefinire i rapporti con il governo tagliando ogni collaborazione con gli esponenti più corrotti. Solo così potremo arrivare ad una corretta distribuzione degli aiuti allo sviluppo ed eliminare quella palude di povertà in cui si nutrono e crescono i talebani. Il secondo imperativo è unificare il comando di tutte le truppe americane e della Nato spingendo gli Usa a metter fine a quell’operazione Enduring Freedom gestita soltanto da Washington che di fatto è un fossile della guerra del 2001. Quella missione continua ad operare con schemi soltanto militari spesso compromettendo gli sforzi della Nato e i tentativi di riconquistare la fiducia della popolazione. Soltanto in un Afghanistan pacificato, libero da influenze fondamentaliste e avviato sulla strada dello sviluppo sarà possibile garantire alle donne diritti e dignità.
È da poco uscito, pubblicato da Dario Flaccovio Editore, Catturandi. L’autore, di cui per ragioni di sicurezza vengono solo date le iniziali, I.M.D. è un poliziotto di 36 anni che racconta in prima persona cosa significhi operare all’interno della Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, una squadra d’élite creata esclusivamente per catturare latitanti mafiosi come per esempio Giovanni Brusca, Salvatore e Sandro lo Piccolo, Bernando Provenzano. Panorama.it ha incontrato in esclusiva l’autore.
La Catturandi è per molti un mito. È aperta a uomini e donne, ma che doti bisogna avere per farne parte?
Sicuramente sangue freddo ma non si deve pensare che sia una cosa da film. Il rischio chiaramente c’è, soprattutto nelle operazioni vere e proprie ma fondamentalmente quello che conta è l’attività di intelligence. È come se si giocasse in continuazione una partita a scacchi dove i mafiosi fanno una mossa e noi la nostra contromossa e viceversa. Quando per esempio abbiamo lavorato per la cattura del boss Lo Piccolo, i suoi per vedere se fossero seguiti si infilavano contromano in alcune strade a senso unico. Piano piano abbiamo capito la loro strategia e abbiamo piazzato telecamere all’uscita delle strade per tenerli continuamente d’occhio e farci portare al nascondiglio del boss. Alla fine lo abbiamo arrestato.
Nel suo libro dedica un ampio spazio ai pizzini ovvero quei messaggi su piccoli pezzetti di carta che, ad esempio, il latitante Provenzano inviava alla sua rete di contatti. Un puzzle stile Codice da Vinci?
Sì, proprio cosi, eppure sono un elemento fondamentale per la ricostruzione della verità. Provenzano per esempio nominava i suoi con alcuni numeri specifici. Ora, l’identificazione di questi numeri, la loro associazione ad un nome è stato importantissimo per arrivare alla sua cattura.
Come è cambiata la mafia in questi anni dal punto di vista della Catturandi?
La mafia si è parcellizzata, è diventata un’organizzazione costituita da più satelliti che sono in contatto fra di loro e che agiscono indipendentemente l’uno dall’altro nel rispetto di regole di base che sono ad esempio quelle di un limite territoriale ben definito, del riconoscimento delle gerarchie, dell’importanza del mantenimento delle famiglie di chi è in galera.
Lo Stato riuscirà prima o poi a sconfiggerla ?
È una questione di investimenti culturali e di risorse economiche e strutturali. Mi spiego meglio. Se a fianco di un’attività di repressione, che comunque va mantenuta (i latitanti, i mafiosi vanno catturati) si affianca un investimento culturale e quindi si cominciano a sostituire con lo stato i vuoti lasciati dalla mafia allora lì la vittoria è sicura. Se invece rimangono questi vuoti e la mafia vi si insinua allora in quel caso lo Stato non può vincere.
Lei ha partecipato a tanti blitz importanti, tra cui quello che ha portato alla cattura di Bernando Provenzano l’11 aprile del 2006. Che ricordo ha di quel giorno?
Il viso di Provenzano, i suoi occhi. Quando l’abbiamo catturato non ha battuto ciglio. Rispetto agli altri mafiosi che comunque in qualche modo hanno reagito, chi in modo aggressivo chi in modo passivo, lui invece è rimasto indifferente come se fosse riuscito ad isolarsi con la mente da quello che che stava accadendo, un vero padrino.
Autori come Paul Monette e E.M Forster. Titoli quali “Ellen DeGeneres: A Biography” o “Greek Homosexuality”. E perfino alcune opere di Oscar Wilde e Virginia Woolf. Come in Fahrenheit 451 i libri tornano ad essere bruciati. Solo che stavolta il rogo è stato meramente virtuale. Amazon, uno dei più importanti siti di ecommerce made in Usa famoso soprattutto per la vendita di libri, ha improvvisamente cancellato 57 mila volumi dal suo catalogo, tutti accomunati da un unico filo rosso: l’omosessualità.
A scoprire l’accaduto è stato lo scrittore statunitense Mark R. Probst che la scorsa settimana ha chiesto spiegazioni dell’improvvisa sparizione dal catalogo Amazon del suo “The filly”, un romanzo interamente dedicato all’omosessualità maschile. Si è sentito rispondere dai diretti interessati che il volume era stato ritirato perchè considerato “materiale per adulti”. Il quotidiano Los Angeles Times ha allora approfondito la questione e ha scoperto che Probst si trovava in realtà in buona compagnia. Ma la spiegazione del “materiale per adulti” è crollata subito dopo come un castello di carte. I testi pubblicati da Playboy, infatti, continuavano a circolare liberamente, ad essere banditi risultavano essere solo quelli gay.
Da parte sua l’azienda fondata nel 1994 da Jeff Bezos con il nome Cadabra.com porge adesso le sue scuse adducendo ad un errore elettronico di catalogazione quella che negli Stati Uniti è stata invece subito additata come una censura in grande stile. Ma non entra nei dettagli tecnici lasciando i giornalisti del Los Angeles Times e molti lettori scettici riguardo l’accaduto. Intanto una buona parte dei libri messi al bando è tornata negli scaffali virtuali di Amazon. Compreso il volume di Probst.
Esce in Italia, pubblicato da Elliot Edizioni, Senza di te di Inês Pedrosa, scrittrice portoghese rivelazione degli ultimi anni, vincitrice nel 1997 del Premio Máximo de Literatura. Il romanzo narra di una relazione tra due persone, a metà tra l’amore e l’amicizia. Lei è morta, lui è vivo. Panorama.it ha incontrato l’autrice.
Senza di te è un libro sulla vita o sulla morte?
È un libro sulla morte intesa come il grande fantasma della vita, visto che tutta la nostra esistenza è una continua danza con la morte.
L’amore e l’amicizia sembrano essere grandi protagonisti dei suoi romanzi al pari dei personaggi in carne e ossa…
Sì, è vero, penso che i sentimenti siano il grande motore della specie umana, l’amore, l’amicizia o anche la loro assenza. La storia dell’arte è una storia di sentimenti, la rielaborazione di come essi sono stati pensati e vissuti durante i secoli.
Lei Inês, oltre ad essere scrittrice è anche giornalista, ha perfino diretto Marie Claire Portogallo dal 1993 al 1996. Essere giornalista l’ha avvantaggiata nella vita da romanziera o è stato un ostacolo?
All’inizio mi ha aiutato molto, ho cominciato a scrivere a 19 anni e il giornalismo ti insegna la disciplina e a conoscere il mondo. Poi via via ha complicato le cose perché questo stesso giornalismo ti assorbe del tutto, io poi sono maniacale con la scrittura. Per cui lavorare sulla propria voce, tipico del romanzo si è rivelato inconciliabile con la ricerca di una voce comune, propria, invece, del giornalismo.
Perché secondo lei i lettori amano i suoi libri? E cosa si aspetta che i lettori italiani possano trovare leggendoli?
Credo che ad incuriosire siano soprattutto i temi trattati, dai sentimenti al potere, all’ambizione e agli equivoci causati dalla fragilità umana. Anche se quando scrivo non penso a questo, non penso al successo o meno che le mie parole incontreranno nel pubblico. Dai lettori italiani mi aspetto esattamente lo stesso che dai loro omologhi portoghesi, tedeschi o brasiliani. I sentimenti non hanno patria e la letteratura non conosce frontiere.
Come funziona il suo processo di scrittura?
Non saprei, non c’è un processo vero e proprio per me, piuttosto la necessità di trasformare sogni, esperienze, intuizioni in personaggi e parole.
A volte parto da una storia che ho ascoltato, altre da una frase. Nel caso di Senza di te mi è venuta l’idea di una donna appena morta ma ancora legata alla vita e soprattutto al calore delle parole. Possiamo chiamarla ispirazione ma poi il resto del libro è stato un lavoro duro e intenso.
Inês, lei è anche presidente della Casa Fernando Pessoa, dedicata al grande scrittore portoghese. Quale è secondo lei il ruolo che oggi la letteratura portoghese gioca a livello internazionale?
È da un anno che sono alla guida della Casa, stiamo lavorando moltissimo perché possa trasformarsi in una fondazione, il che potrebbe sburocratizzarla e darle molte più opportunità. Del resto la letteratura ha giocato sempre un ruolo molto importante nella storia della cultura portoghese e continua a giocarlo, generazione dopo generazione, soprattutto nei romanzi e nella poesia.
Nei suoi prossimi progetti letterari ci sarà spazio per l’Italia?
Mi piacciono molto la vostra lingua e la vostra cultura, in letteratura sono una grande estimatrice dei libri di Elsa Morante e di Cesare Pavese. Ma non penso di conoscere così a fondo l’Italia da poter scrivere del vostro paese. Chissà, magari in un futuro più lontano…

Infinito Edizioni ha appena pubblicato Il cielo in una stalla, racconto di Erri De Luca in cui si parla della seconda guerra mondiale e di un gruppo di uomini, tra i quali il padre dell’autore, alla ricerca della salvezza. I proventi del racconto andranno all’associazione Antigone da tempo impegnata sul fonte dell’assistenza nelle carceri italiane. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Il cielo in una stalla è scritto in terza persona anche se è una storia personalissima quella che lei racconta, quella di suo padre. Che ruolo ha per lei la memoria?
Credo che la storia passi da una generazione all’altra attraverso la voce e l’ascolto dei racconti. È la voce che ha forza di rappresentare tutti gli altri organi di senso coinvolti: ascoltavo e potevo vedere il tempo precedente, potevo essere toccato dalla sua asprezza, potevo annusarlo e rigiramelo in bocca con lo sputo. Mio padre raccontava poco. Questo mi forzava a integrare con l’immaginazione. Le persone della mia storia - non posso chiamarli personaggi perchè non li ho inventati io - cercavano scampo e basta, a costo di lasciarsi dietro tutti gli altri. Avevano per traguardo il miraggio della libertà apparecchiata e pronta sull’isola di fronte, mentre la terraferma era prigione e agguato. È il contrario del destino delle isole, da sempre pensate come reclusioni, al punto da piantarci sopra i penitenziari.
Lei è una persona che sembra aver lottato tutta la vita. Dall’impegno politico con Lotta continua fino all’incontro con la scrittura. Cosa vuol dire per lei lottare? E come la parola, in questo senso, può essere d’aiuto?
Ho preso parte alle lotte politiche degli anni ‘70 e sono stato membro della sinistra rivoluzionaria dell’Italia di allora, ma non posso dire di avere lottato tutta la vita. Non sono un impegnato, sono uno che ha preso degli impegni. Oggi la scrittura è per me un modo di tenermi compagnia e tenerla a chi ha voglia di farsi raccontare una storia da me, non è un impegno né una continuazione della lotta con altri mezzi. Mio padre si rammaricò di non avere lottato, di non essersi arruolato nelle formazioni della resistenza, di avere pensato ai fatti suoi. Mi ha trasmesso il suo rammarico, la sua omissione. Si eredita il debito di un padre, perciò io mi sono battuto quando era il tempo.
Lei è un appassionato di alpinismo. Perché?
Fare alpinismo, scalare è il mio tempo festivo, la mossa all’aria aperta del corpo che risale. Mi ascolto respirare a ritmo di una canzoncina mentre sposto il peso da un appiglio all’altro. È un modo per me di allontanarmi, di staccarmi, percorrere un tratto di deserto dove la nostra specie è scarsa o assente. Scalare è un entusiasmo fisico, niente di più.
Ma è anche un profondo conoscitore della Bibbia. Cosa la affascina di più?
Della scrittura sacra amo che non sia letteratura, che non voglia accattivarsi il lettore. È una storia che impone al lettore di spostarsi, di percorrere le sue piste impossibili. Nessuno può identificarsi con Mosè, con Abramo. Ho studiato l’ebraico antico perché è la lingua madre del sacro arrivato fino a noi. Poterlo leggere dà a me ultimo arrivato la vertigine di essere contemporaneo dei primi.
Il suo testo In nome della madre è in tournée in alcuni teatri italiani. Cosa l’ha affascinata del personaggio Maria? In cosa risiede la sua modernità?
Maria/Miriam è una ragazza madre, incinta prima delle nozze e non del suo sposo. È una storia fuorilegge sostenuta da una forza di combattimento di lei contro il mondo intero e sostenuta dall’amore del suo sposo Giuseppe/Iosèf, che è come lei un ragazzo. Nessun evangelista scrive di lui anziano. In più lei si trova a partorire da sola in un riparo di fortuna e fa tutto da sola, compreso il taglio del cordone e il nodo all’ombelico del neonato. È una combinazione di forza sacra e forza di natura Miriam/Maria, ebrea di Galilea.
Quando si scrive spesso accade di non pensare al futuro né tantomeno al prossimo libro. C’è però un’idea alla quale quanto prima le piacerebbe lavorare?
Il prossimo libro l’ho già scritto e ora sono in trattativa con l’editore. È una storia all’aria aperta, nessuna città nei paraggi.
Generazione Goth. Niente a che vedere con fantasmi di fine ottocento o doctor Jeckyll e Mister Hyde prima versione. I Goth del XXI secolo, conosciuti fino a qualche anno fa anche come dark, sono l’altra faccia del mondo. Quella delle ombre e dei pensieri segreti, una vena sotterranea che potrebbe scorrere in tutti noi. Almeno stando ai precetti di Nancy Kilpatrick che nella sua Bibbia Gotica, uscita adesso anche in Italia con Arcana, leva il velo su quel mondo che c’è ma che dall’esterno si lascia vedere solo nei suoi simboli più essenziali. Abiti neri, visi emaciati e pallidi, musica con echi remoti e misteriosi, sono i dark che conosciamo tutti ma dietro pare ci sia molto di più. La Bibbia gotica, messa giù senza iniziazioni speciali ma solo per dovere di conoscenza da questa americana naturalizzata canadese, appassionata di goth writing tanto da avere al suo attivo 14 libri e oltre 100 racconti, spazza via tutte le false credenze. Quelle che fanno di tutta l’erba un fascio e che uniscono nello stesso orizzonte Marylin Manson e gli assassini del massacro di Columbine. No, c’è molto di più dice la Kilpatrick e molto di meglio, non necessariamenete associato alla violenza. A sostenere la tesi ecco così una mole di informazioni mai raggruppata finora sull’argomento. Non mancano interviste a musicisti, artisti, creatori di tendenze e perfino un tentativo di ricerca storica. I Goth infatti traggono le radici del loro nome nientedimeno che dai Goti, quei barbari che per primi trasformarono i cavalli da semplice mezzo di trasporto in fedeli compagni di battaglia, viaggiatori delle tenebre, dunque, e dalle tenebre ricompensati. Perché come scrive la stessa autrice in testa al volume “questo libro è dedicato a tutti i goth che abitano il pianeta e a tutti coloro che amano le tenebre. Sappiate questo: la vostra esistenza è preziosa. Le tenebre che amate ricambiano il vostro amore”.
Esce in Italia, per le edizioni il Saggiatore, Un Arcobaleno nella notte di Dominique Lapierre. Francese, 77 anni, Lapierre è il prolifico autore de La città della Gioia insieme a Larry Collins e di Mezzanotte e cinque a Bhopal insieme a Javier Moro. Ha fondato l’Associazione Cité de la Joie per aiutare i bambini poveri e malati di Calcutta. Nel suo ultimo volume a finire nel mirino della sua scrittura è il Sudafrica. Lapierre ne ripercorre come fosse una saga l’intera sua storia, dall’arrivo dei primi colonizzatori fino alle lotte di Mandela contro il razzismo e l’apartheid. Secoli di storia, fatti, soprusi, battaglie sociali e vittorie raccontati con l’acume dello storico e il piglio del romanziere. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Questa volta ha cambiato continente. Non l’India ma l’Africa, il Sudafrica. Perché?
Perché ho incontrato una Madre Teresa sudafricana che mi ha fatto venire il desiderio di scrivere di questa parte di mondo. Quest’eroe al femminile si chiama Helen Lieberman, è una signora bianca moglie di un avvocato molto conosciuto a Città del Capo. Nella fase più critica del regime razzista dell’apartheid questa donna dalla pelle bianca ha rischiato la propria vita per aiutare la povera gente di una bidonville di neri vicina alla capitale. La sua esperienza mi ha insegnato che nelle situazioni più tragiche ci sono sempre degli eroi capaci di riscattare la conoscenza dell’umanità.
Quando i coloni calvinisti sono arrivati in Sudafrica erano convinti di essere degli eletti da Dio destinati a fondare una nuova Terra promessa per poi scoprire che le cose non stavano proprio così. Cosa pensa dunque del fenomeno “colonizzazione” e dell’apartheid che ne è stata una conseguenza estrema?
Per me ogni forma di colonizzazione è sempre negativa quando si basa sulla sottomissione di un popolo alla volontà di un altro. Quanto all’apartheid è stato un vero e proprio regime paragonabile solo a quello nazista. Durante la preparazione di questo libro, con tutte le informazioni storiche che venivano fuori, la mia opinione sull’argomento si è inasprita ancora di più.
Nel volume lei parla di personaggi che hanno segnato non solo la storia del Sudafrica ma del mondo intero, come di Nelson Mandela o del cardiochirurgo Christiaan Barnard. Cosa l’ha colpita di più di loro?
Di Mandela sono rimasto particolarmente colpito dalla straordinaria visione politica che lo animava, è stato un gigante per l’umanità, ma anche la sua grande capacità di perdono. Peccato che oggi non ci sia un Nelson Mandela in Israele e in Palestina perché rappresenterebbe una speranza concreta di pace. Quanto a Christiaan Barnard, anche lui era guidato da una visione del futuro che non si lasciava intimidire dalle leggi oppressive inventate dagli oppressori di quel regime razzista che è stato l’apartheid.
In che modo ha lavorato alla stesura del libro visto che la ricostruzione storica vi gioca un ruolo decisivo? E l’Aids che ruolo ricopre?
Per scrivere questo libro ho fatto ricerche per tre anni, intervistando testimoni e consultando archivi. Un’inchiesta minuziosissima, un lavoro da certosino. Tra i temi più forti inevitabilmente quello dell’Aids gioca un ruolo determinante nel Sudafrica e nell’Africa di oggi. In Sudafrica ne è colpito più del 18% della popolazione. Purtroppo i successori di Mandela sembrano non rendersi conto né tanto meno voler affrontare questo flagello. Solo una spietata politica di prevenzione e di educazione potrà strozzare questa orribile epidemia.
Attraverso i suoi romanzi lei ha raccontato molto e di molti paesi. Ha mai pensato di scrivere qualcosa sull’Italia?
L’Italia è un paese meraviglioso. Mi piacerebbe un giorno dedicarle un libro. Personalmente sono molto grato agli Italiani per la loro solidarietà e generosità nei confronti della mia azione umanitaria nelle bidonvilles di Calcutta e delle zone più povere del delta del Gange. Vorrei ricordare a questo proposito che i diritti d’autore di Un arcobaleno nella notte confluiranno nei 14 progetti umanitari che io e mia moglie stiamo portando avanti in India. Una sola copia di questo libro ci permetterà di dare cibo e cure per una settimana a 10 bambini indiani ammalati di lebbra. I poveri mi hanno insegnato che “tutto quello che non è dato è perso”. La mia scrittura serve anche a questo.
Nella terra di Amleto sta facendo parlare di sé un informatico prestatosi alla scrittura. E gli è andata bene, anzi benissimo perché il suo I libri di Luca (che esce adesso in Italia con Longanesi) ha scalato le classifiche danesi diventando il caso editoriale del 2007. Mikkel Birkegaard, 40 anni, è stato così premiato tra le altre cose per aver avuto l’intuizione di raccontare nella sua opera prima quello che qualsiasi lettore vorrebbe sentirsi dire. E cioè dell’importanza non solo del suo esistere ma anche del suo essere. Si legge ad un certo punto nel romanzo “Come si diventa Lectores? (…) È innato (…) non si può imparare né tanto meno scegliere. Tuo padre ha ereditato questo potere dal padre, Armando, che a sua volta l’aveva ricevuto dal suo e così via.” Tutta la trama è, dunque, incentrata sul tema della lettura, intesa prima come dato di fatto, la storia prende infatti il via da una libreria antiquaria in cui il proprietario muore all’improvviso di morte violenta, poi come realtà alchemica, quasi esoterica. Si scopre infatti che il libraio che muore era a capo di una Società Bibliofila e dei cosiddetti Lectores, persone dotate del particolare potere di influenzare gli altri mediante la lettura. Niente Codice da Vinci però né tanto meno atmosfere da Nome della Rosa, anche se la trama scorre come un giallo e il mistero è sempre dietro la porta e dietro i libri in una Danimarca che appare sotto una luce diversa . Alla fine la lettura trionfa come il vero grande potere dell’essere umano “Nella maggior parte delle persone” scrive Birkegaard “i poteri sono latenti. Alcuni non li scoprono mai, altri nascono attivi, altri ancora vengono attivati per caso.” Sono i libri, dunque, a diventare la chiave di volta, della trama come dell’umanità. Una curiosità: il libraio che nel romanzo muore è proprietario di una libreria dal nome italiano, I libri di luca, e legge le Operette morali di Leopardi. L’Italia, insomma, diventa una tappa importante nel misterioso mondo della lettura.
Alda Merini e Giovanni Muti durante una serata di musica e poesia
È una delle poche poetesse al mondo in cui la metafora non è mai consumata, quella della lucida visionarietà della follia. Per Alda Merini l’una non è mai esistita senza l’altra in un groviglio di fatti biografici ed emozioni non sempre facile da sopportare sulla propria pelle. Ad aprire uno squarcio arrivano adesso, dopo più trent’anni dal suo ricovero nell’istituto psichiatrico milanese Paolo Pini, pubblicate da Frassinelli, Lettere dal dottor G. Si tratta di una raccolta di versi, lettere e pensieri sparsi scritti dalla Merini durante il suo ricovero dal 1965 al 1972 e indirizzati al proprio mentore, Enzo Gabrici, lo psichiatra oggi quasi centenario che non solo la curò ma che divenne in pochissimo il suo riferimento in una vita scandita dai tempi e dalle strane forme scoperte ogni giorno all’interno dell’ospedale psichiatrico insieme agli altri malati. Del dottor G la poetessa aveva già parlato in Diario di una diversa, elogiandone la metodologia scientifica che “con la sua terapia della non violenza dava all’ammalato la sensazione di poter essere ancora vivo”. Ora in questo nuovo volume di lettere la prospettiva si fa più profonda, il solco del dolore riesce a creare un itinerario fatto di versi e parole uniche e resuscitare blocchi di vita vissuta che chiedevano evidentemente di tornare in superficie. Sotto la lente di ingrandimento della poesia finisce così non soltanto un rapporto medico-paziente, che vince sul pentotal e sugli elettrochoc ma la trasformazione stessa di un’anima destinata all’eternità dell’arte al prezzo di micidiali sofferenze. “E allora il poeta deve parlare, deve prendere questa materia incandescente che è la vita di tutti i giorni e farne oro colato”. Così è stato. La paziente Alda si è trasformata nella poetessa Merini.
Quando la paura lascia spazio all’ignoto e la vertigine sembra trascinare laddove le forme non sono più distinguibili, si è di fronte al confine della malattia psichiatrica. Alla frontiera, in bilico, da una parte c’è il mondo familiare e affettivo che guarda attonito e senza strumenti alla trasformazione, dall’altro l’individuo colpito che si trasforma in paziente prima, in matto poi. Più semplice, più convenzionale da dirsi come se la parola, che da sola suscita tenera simpatia, possa salvare il malato circoscrivendo il pericolo che egli corre. E invece no, la malattia mentale di cui Alice Banfi parla nel suo Tanto scappo lo stesso, Romanzo di una matta, edizioni Stampa Alternativa, fa scivolare in un mondo in cui non ci sono regole e in eterna trasformazione. E che per questo fa orrore. L’unica certezza è il punto di partenza. Alice è una bambina intelligente e vivace, ama dipingere e coltiva i suoi sogni all’interno di una famiglia un po’ anomala e allargata, con tre papà e due mamme. Ma evidentemente la fotografia che la vita le ha incollato addosso non fa per lei e per la sua mente. La gioia della speranza si trasforma nella rabbia del presente che Alice finisce nel riversare sul suo corpo: alcool, anoressia, autolesionismo. Un tappeto rosso per il primo ricovero in reparto psichiatrico. La diagnosi è chiara e la parola stavolta invece di circoscrivere il problema sembra allargarlo all’infinito: disturbo di personalità borderline. Il viaggio di Alice è, dunque, il viaggio non solo dentro una mente che osa oltrepassare l’invalicabile frontiera della malattia ma dentro un sistema, per lo meno quello italiano, in realtà incapace di darle significato e dignità. Alice ci ricorda delle violenze e dei soprusi subiti in reparto e della inadeguatezza dei servizi. Al dolore del male dunque aggiunge la sofferenza per il trattamento subito raccontato con una lucidità che, appunto, riesce a trasformarla da paziente a scrittrice.
In Italia i manicomi, lo ricordiamo, non esistono più, ma l’alternativa è quasi inesistente. Basti pensare che presso gli ospedali civici sparsi sul territorio nazionale sono attivi 285 servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Sette su dieci di questi servizi dichiarano di usare la contenzione meccanica. In parole semplici, legare al letto le persone. Il mondo di Alice, insomma, continua ad essere schiacciato ogni giorno senza rispetto.
(Credits: Il Sole Ong Onlus)
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“Da quando sono arrivata qui sono molto serena. Sono felice in salute e da quando ho rimosso cosa mi è successo non sento niente di negativo per il futuro”. Non c’è poesia nelle parole di Mekdes Sheferaw perché anche quella se ne è andata, lasciando al suo destino una realtà che somiglianze ne ha solo con l’orrore. Mekdes è un’adolescente etiope, stuprata da bambina in un paese che è in continua guerra con se stesso e salvata da un clic. Quello di una macchina fotografica messale in mano dai volontari italiani dell’associazione Il sole che in appena sei anni di vita ha assistito più di 200 bambini tra i 2 e i 15 anni con il dramma dello stupro alle spalle. Tra le tante iniziative, infatti, la più pregevole è stata quella del corso di fotografia per insegnare a queste vittime un nuovo modo di guardare il mondo. Le foto di Mekdes e delle donne-bambine come lei sono adesso finite in un volume pubblicate da Infinito edizioni dal titolo che è anche un augurio, RiScatto. È un libro prezioso per la qualità delle foto e per le storie che esse raccontano. Ma è soprattutto un libro che guarda al futuro e regala una fetta di speranza a chi in una macchina fotografica ha riposto la possibilità di un cambiamento.
“Per il futuro spero di diventare un’artista o una pianista” scrive adesso Bezawit. L’obiettivo le ha insegnato che la vita non è solo un incubo. E che è possibile cambiare l’inquadratura. Concorda Teschal, un’altra bambina come lei: “Ti senti salva dietro l’obiettivo come se quella macchina potesse proteggerti dalle cose negative che vedi intorno a te”.
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Minaccia reale o pericolo gonfiato ad hoc all’interno di una strategia politica più ampia? A 7 anni dall’attacco alle torri gemelle il mondo si interroga ancora su cosa sia il terrorismo internazionale e soprattutto quale pedina ricopra oggi all’interno della scacchiera mondiale. E se lo chiede anche Loretta Napoleoni, economista italiana brillantemente prestata all’estero che collabora tra gli altri con l’Homeland Security degli Stati Uniti, insieme a Ronald J. Bee.
Nel loro I numeri del terrore, pubblicato da Il Saggiatore vengono smantellati ad uno ad uno i falsi miti del terrorismo contemporaneo offrendo così al lettore un’analisi nuova e originale. Quello che emerge, per esempio, dati ovviamente alla mano, è che rispetto ai tempi della Guerra Fredda l’incidenza di atti terroristici è in realtà più bassa sia per il numero di attacchi che per il numero di vittime. E se dall’11 settembre in poi è stato effettivamente registrato un aumento di atti terroristici essi si sono verificati per lo più nel mondo musulmano, non in Occidente.
Eppure la percezione dell’uomo comune è quella di vivere in un mondo globale diventato molto più insicuro e pericoloso. La strategia della paura scelta dai governi dei paesi leader dunque è riuscita nel suo obiettivo, spiega la Napoleoni che però va oltre e si chiede anche cosa ci sia dietro. La vera minaccia, spiega con dovizia di particolari, viene in realtà dall’Occidente stesso, cavallo di Troia nel suo stesso ventre. Ed altro non è che la disintegrazione del sistema capitalista a causa delle politiche neoliberiste che hanno portato a guerre in Iraq e in Afghanistan contro presunti ed ipotetici terroristi. Ancora una volta, insomma, è l’economia a tirare le redini del mondo e ad indossare però i più facili panni della paura.
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