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La Sicilia delle stragi

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Una linea lunga di misfatti e di misteri italiani, dagli eccidi dei Borbone ai Fasci siciliani, dal primo dopoguerra a Portella della Ginestra, da Ciaculli a Viale Lazio, da Falcone e Borsellino fino alla bomba di via dei Georgofili a Firenze. Questo il percorso nel tempo della Mafia rivissuto da Giuseppe Carlo Marino, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo, nel suo volume La Sicilia delle stragi, Newton Compton Editori. Perché la geografia mai come in questo caso è diventato campo di battaglia della storia. La Sicilia, dunque viene rivissuta, nel suo concetto più profondo, quello di isola lontana dalla terraferma, il Continente appunto come ancora molti siciliani definiscono il resto del paese. E in questa isola nel corso degli anni la Mafia si è radicata fino a scuoterne le radici più profonde, assumendo, a seconda delle generazioni, fisionomie completamente diverse. Dall’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947 dove si mescolarono banditismo e sindacalismo con personaggi dai risvolti avventurosi come Salvatore Giuliano fino ad arrivare allo stragismo che fece tra le vittime più illustri i magistrati Falcone e Borsellino. Quello che rende La Sicilia delle stragi un contributo interessante alla pur già abbondante letteratura dedicata all’argomento è il fatto di essere un volume polifonico. Giuseppe Carlo Marino ha raccolto testi di studiosi e scrittori, giornalisti, magistrati, testimoni autorevoli e bene informati. Quello che ne viene fuori è un mosaico narrativo in cui i veri eroi sono le vittime della Mafia, i singoli come la popolazione in difesa dei quali ancora tanto resta da fare.

Dall’sms all’11 settembre. I nuovi miti secondo Jerome Garcin

11 settembre

Da Roland Barthes alla Smart. Il viaggio antropologico di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore de “Le Nouvel Observateur”, in Nuovi Miti, uscito in Italia con Isbn Edizioni comincia esattamente laddove finiva la celebre opera del filosofo francese, pubblicata per la prima volta nel 1957. Più di 50 anni dopo, molto - se non tutto - è cambiato. Al posto della Citroen c’è infatti adesso la Smart, al posto di Greta Garbo c’è Kate Moss e così via, in una foresta di simboli e feticci sempre più complicata e sovrabbondante. Per non perdersi allora l’unica arma, sembra dire Garcin, è quella del sapere. Di qui l’idea di affidare l’analisi dei singoli segni che meglio rappresentano il vivere contemporaneo ad alcuni dei più importanti intellettuali francesi, da Paul Virilio a Marc Augé passando per Jacques Attali. Passano allora sotto la lente d’ingrandimento fatti, cose e fenomeni che circondano la vita di tutti. Dagli sms, allo speed dating passando per il botox e perfino il commercio equo e solidale.
E diventa icona dell’estetica contemporanea anche l’11 settembre, decifrato e spiegato da Claude Lanzmann, scrittore e scenggiatore, che lo associa all’evento assoluto dell’assenza. Il vuoto lasciato dalle vittime ma anche quello lasciato dalle torri e dai milioni di americani che dopo quel giorno hanno ridotto drasticamente la loro presenza nei bar e nei ristoranti per rispetto dei morti ma anche per paura dell’ignoto. Comprendere i simboli del nostro tempo, dunque, oggi come 50 anni fa con Barthes è ancora decisivo se non per prevenire almeno per curare i mali del nostro tempo e proteggere la nostra illusione di felicità quotidiana.

Allegri e disperati, ritratto di una generazione

Rave party
Allegri e disperati, diventare grandi nell’Italia di oggi, Barbera Editore non è un romanzo né un saggio e alla fine finisce con l’essere sia l’uno che l’altro. Perché in forma di piccoli racconti regala una interessantissima fotografia dell’Italia di oggi scattata da chi, pur giovanissimo, ha fatto della scrittura il suo mezzo di espressione privilegiato. Ivano Bariani, Matteo De Simone, Peppe Fiore, Giorgio Fontana, Simone Marcuzzi, Marco Missiroli, Michele Vaccari coordinati da Gabriele Dadati con le parole raccontano, dunque, quello che una generazione intera non riesce a dire. Età media, la loro, 27 anni, un belvedere interessante da cui però il panorama non corrisponde alle aspettative. E non è solo un problema di precariato lavorativo e di tutte le incertezze che esso porta con sé. No, in ballo stavolta c’è la fragilità di un’epoca storica e di una generazione che con il tempo deve fare i conti. Piccoli uomini che non hanno conosciuto guerre e che per questo fanno fatica a dare speranza alle incertezze. Una guerra, infatti, prima o poi finisce e sicuramente quello che verrà dopo sarà meglio di quello che c’era durante. Ma quando invece si aspetta senza sapere bene cosa accadrà la sensazione è di finire tutti come il barbone Valdimiro di Aspettando Godot di Beckett. Senza nemici, senza appuntamenti con la storia e alla fine senza parole, i giovanissimi talenti letterari di oggi si ritrovano a riflettere su se stessi con un linguaggio asciutto ed essenziale e con uno strano presagio di occasione mancata. “Chi vuoi essere? Quale sarà il tuo destino?” scrive uno di loro, Giorgio Fontana “Avrebbe potuto vivere ovunque, e aveva vissuto ovunque. Facendo qualunque cosa. Ma non sarebbe mai stato felice, perché la sua felicità giaceva altrove, in un inizio lontano”. Peccato solo che nel volume manchino voci femminili. L’Italia di oggi in fondo è un enigma anche per loro.

Pedagogia spericolata di una “mamma pericolosa”

Bimbo diviso

C’è chi proprio non riesce ad abituarsi, chi cade in depressione e chi invece è continuamente al settimo cielo. Essere madre oggi è un’esperienza a 360 gradi che coinvolge tanto il genitore quanto il figlio in un turbine di emozioni e sentimenti spesso non facili da sbrogliare. Ad individuare un ordine nella matassa ci pensa adesso una mamma di professione, Silvia Colombo che con il suo Confessioni di una mamma pericolosa, Fazi editore, offre la sua esperienza personale condita con molta ironia. Ne viene fuori una pedagogia spericolata, come è la stessa autrice a definirla. Anche perché la Colombo di figli non ne ha avuti uno ma due e tutti e due allo stesso momento visto che il suo parto è stato gemellare. Il libro comincia subito dopo la nascita delle due bambine e racconta senza imbarazzo le mille traversie di una madre che vive in una città grande e difficile come Milano. Le difficoltà iniziali mettono dunque alla prova la Colombo e tutte le potenziali lettrici del suo libro. Le levatacce notturne per la poppata, che in questo caso vanno moltiplicate per due, lo stress di essere aiutate dai nonni, la perdita di privacy e di spazi personali. Poi le bambine crescono e i problemi semplicemente cambiano di forma e nelle sfumature ma uguale resta il coinvolgimento fisico ed emotivo di chi da genitore deve comunque condurre il gioco. Anche perché l’idea di fondo è che la famiglia sia tutto fuorché democratica. Da un lato loro i marmocchi, che diventeranno adolescenti e poi piccoli uomini, dall’altro i genitori, che sono adulti e che diventeranno vecchi. In una dinamica del genere il movimento dare avere è sempre unidirezionale, ci ricorda l’autrice. Ma alla fine tra esercizi di acrobazia quotidiana a spuntarla è una sana gioia di vivere che riesce ad avere la meglio su tutto.

Il nuovo terrorismo italiano diventa romanzo

Agenti della polizia presidiano una strada di Roma
Il nuovo terrorismo italiano raccontato per la prima volta in forma di romanzo. E’ l’esperimento narrativo di Marco De Franchi, sostituto commissario della Polizia di Stato in servizio presso la Squadra Mobile. De Franchi ha fatto parte del gruppo investigativo che ha condotto l’inchiesta sulle nuove Brigate Rosse fino all’arresto dei responsabili degli omicidi D’Antona, Biagi e Petri. Nel suo La carne e il sangue, Barbera editore, racconta la sua storia attraverso quella dei personaggi che inventa, arricchita dunque di dettagli realistici e di una visione d’insieme che solo un investigatore che l’ha vissuta in prima persona può avere. Il lettore torna così indietro con la memoria a quel 19 marzo 2002 quando Marco Biagi, professore universitario, esperto di diritto del lavoro e consulente del governo venne ucciso da alcuni militanti delle Nuove Brigate Rosse, in un agguato a Bologna in via Valdonica, sotto casa sua, mentre rientrava verso le ore 20. Un omicidio chiave per capire il nuovo terrorismo italiano. Ma il romanzo di De Franchi vuole rimanere un romanzo e come tale non dà spiegazioni né chiavi di lettura. Segue piuttosto il corso dei sentimenti che vedono contrapposte nella finzione narrativa due donne. La borghese Lucia che non esita a trasformarsi in militante rivoluzionaria e la combattiva Serena, commissario di polizia, impegnata con tutta se stessa nella lotta contro il terrorismo.
Alla fine non ci saranno né vinti né vincitori. Sulle vite di tutti infatti peserà l’ombra della violenza. Insieme al suo nonsense.

I misteri delle religioni sotto accusa

Negli Stati Uniti ha venduto un milione di copie. Arriva adesso anche in Italia, pubblicato da Newton Compton il saggio-scandalo Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere di Tim C. Leedom e Maria Murdy, due giornalisti e documentaristi con il naso nei grandi fatti della società. Come il titolo rivela senza scrupoli è la religione il filo rosso di tutto il volume, che si profila come una variegata antologia dei più importanti esperti sull’argomento, teologi, storici e ricercatori indipendenti. L’obiettivo è chiaro fin dalle prime pagine. Smantellare le mistificazioni della storia e le credenze che esse hanno prodotto.

La prospettiva di analisi si muove a 360 gradi in modo che tutte le religioni vengano passate al rastrello. Si comincia con il Cristianesimo cui vengono riconosciute filiazioni con movimenti più pagani come il Mitraismo, l’astrologia e Zoroastro fino ad arrivare al mistero di Maria Maddalena senza dimenticare i massacri perpetuati dai crociati in Europa e Medio Oriente. Ma i due autori non tralasciano neanche l’altra faccia del mondo. Ebraismo e islamismo sembrano essere, ai loro occhi, più intrecciati di quanto non si creda e nel volume una parte è dedicata proprio alle origini ebraiche dell’Islam di cui però vengono anche ricordati numerosi genocidi perpetrati nel tempo dai seguaci di Maometto. In questa Torre di Babele di lingue e di credi alla fine comunque quello che resta, fedele a se stesso, nello spazio e nel tempo è l’essere umano. La religione, questa la tesi dei due autori, altro non è che una sovrastruttura di cui ogni epoca ha avuto bisogno come scudo per affrontare la durezza del vivere.

Gli anni di piombo visti con gli occhi del cronista

Pistola P 38
Gli anni di piombo raccontati da un giornalista che per anni si è occupato di mafia. Quello che veramente ami di Riccardo Arena, Dario Flaccovio Editore, è un romanzo intinto nella cronaca dove i sentimenti dei singoli si muovono incrociandosi con i sentimenti del loro tempo. Panorama.it ha incontrato l’autore.

Perché ha scelto il 1977 per ambientare la sua storia? E perché Milano?

Perché era l’anno della giovinezza, mia e del nostro Paese. E poi perché, come recita il titolo di un’ottima, e per questo misconosciuta, trasmissione Rai dedicata proprio al ’77, quello fu “l’anno che non finì mai”. Ho provato io, allora, a immaginarne una conclusione. Milano l’ho scelta perché per me era il centro del mondo e poi perché è la città dei due personaggi esistenti che hanno ispirato la storia.

Alla sua sicilianità che posto ha dato, invece, nel romanzo?

E’ il sole della mia Isola e delle zone in cui ci sono le origini della mia famiglia: Vittoria, il Ragusano, territori in cui sono cresciuto e dove terrò sempre un pezzo del mio cuore.

Quanto le è servita la sua esperienza di cronista giudiziario nella costruzione della trama e dei personaggi? Ci può fare qualche esempio?

E’ servita, anche se scrivere un romanzo è cosa ben diversa dal fare un articolo di cronaca. Ho fatto dei cenni ad aspetti processuali, ho costruito la figura dell’avvocato di Soccorso rosso che però soccorre anche il protagonista-fascista…

Lei affronta nel suo libro lo scontro generazionale (il ’77 in opposizione alla seconda guerra mondiale). Perché? Cosa le interessava?

Volevo cercare di capire il perché di tanti contrasti tra la mia generazione e quella precedente, compreso ovviamente il contrasto tra me e mio padre. Non so se ci sono riuscito. Ognuno rivendicava la propria guerra e le proprie sconfitte e se le è tenute.

La violenza è sempre presente nel suo volume, come aria che si respira, come azioni che coinvolgono i personaggi. Perché? Crede sia una condizione alla quale l’essere umano è condannato? O solo in certi momenti storici?

Ho sempre creduto all’importanza della violenza nella storia e al fatto che i grandi rivolgimenti avvengono soprattutto con l’uso delle armi. Tuttavia questo è un libro fondamentalmente pacifista, sull’assurdità di tutte le guerre: quelle vere, cui partecipa il padre del protagonista, e quella non dichiarata, cui prende parte “il Tunisi”.

Ma il suo libro è anche una storia d’amore, un amore difficile. Anche questo sentimento è forse una metafora? Di cosa?

È la metafora dell’amore impossibile, tra una destra e una sinistra che si sono rivelate sempre, in ultima analisi, ottuse: non hanno capito cioè che la vera rivoluzione è fare qualcosa di unico, di sconvolgente, di veramente grande. Unirsi, ad esempio, buttando via i vecchi arnesi della retorica e di culture-non culture che oggi ci hanno portato al veltrusconismo. Come diceva, quel signore? “Questo di tanta speme oggi mi resta…”.

Il veleno sulle tavole dei cinesi

Hong Kong
Il 2008 è l’anno della Cina. E non solo per le Olimpiadi. Anzi i giochi olimpici sono stati un gran bel pretesto perché l’Occidente potesse fermarsi e mettere a fuoco il gigante vicino in continua crescita, anche attraverso le critiche e le parole dei cinesi stessi. Lo dimostra Zhou Qing che nel suo La sicurezza alimentare in Cina pubblicato in Italia da Spirali, scatta una fotografia fin troppo esauriente del paese del dragone, visto stavolta dalla apparentemente innocua prospettiva di una tavola imbandita. E invece si scopre che di innocuo non c’è poi così molto e che la frontiera con la sofisticazione alimentare viene varcata ogni giorno da ignari consumatori che pensano di nutrirsi e non certo di avvelenarsi. Quello cheQing offre è un viaggio minuzioso negli scaffali dei negozi cinesi. Il bilancio è sconcertante. Gli alcolici vengono contraffatti, sono usate sostanze cancerogene nella produzione dei cibi nonché immessi sul mercato piatti geneticamente modificati fuori norma. Non solo. L’elenco delle sostanze velenose al pari dei normali ingredienti fa rabbrividire: pesticidi, steroidi anabolizzanti, antibiotici metabolizzati, fluoro, iodio. E se questo non bastasse la lista si completa con un bel gruppo di alimenti deteriorati.
“Mentre vige il mito della Cina come grande paese moderno -scrive Qing- l’80% delle sue tubature acquedottifere utilizza stabilizzanti al piombo, vietati da anni negli Usa. (…)Eppure il trattamento ed il consumo alimentare in Cina non sono messi in discussione”. Un vero e proprio flagello, insomma, che ha un impatto su più di 400 mila vittime l’anno. “La sicurezza alimentare” in Cina è stato censurato dal governo di Pechino. Ma la forza della scrittura evidentemente ha prevalso, aprendo un dibattito nuovo e necessario.

La Casa della moschea. L’islamismo parla olandese

La moschea di via Jenner a Milano
“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.” A parlare è Kader Abdolah, scrittore iraniano e rifugiato politico. Il volume in questione è la Casa della moschea, in uscita in Italia con Iperborea, scritto interamente in olandese. E’ in questa parte di mondo, del resto, che Abdolah ha trovato rifugio nel 1988 ed è sempre qui che i suoi nuovi concittadini hanno votato il suo romanzo come il secondo migliore mai redatto finora nella loro lingua.
Dopo l’omicidio del regista Theo Van Gogh l’islamismo torna, dunque a far parlare di sé in una terra nota storicamente per il suo liberalismo e il suo esempio di democrazia. La storia raccontata nel romanzo del resto è avvincente, Corale ma priva di orpelli, capace di mostrare senza veli l’impatto del fondamentalismo islamico sulla vita quotidiana di una famiglia tradizionale persiana. La grande storia scorre infatti come un fiume nelle vite dei personaggi, dal regime dello Scià alla rivoluzione di Khomeini fino alla guerra con l’Iraq. L’Iran è, comunque, sempre presente, nelle sue declinazioni più intime, continuamente terra d’approdo nella memoria di un rifugiato politico come è Abdolah. Ed è presente in tante forme. Prima fra tutte la casa che è il luogo principale nel quale avvengono azioni e movimenti del romanzo. Vicina alla moschea è la lussuosa tana della famiglia del ricco mercante di tappeti Aga Jan ed è il crocevia in cui si intersecano le vite dei personaggi. Leggende, miti, ricordi si agitano intorno alle sue pareti. Fuori l’Iran che cambia, al passo con la storia. Saranno proprio i mattoni della ricca casa del ricco Aga Jan a sopravvivere al tempo e a loro stessi. Il passato quello, invece, insegna Abdolah, per avere senso nel presente deve rigenerarsi nella memoria collettiva. La memoria di tutti. Anche di chi è stato costretto a lasciare la casa, la propria casa.

Dall’Atlante agli Appennini: il libro Cuore di Youssef

Marocco, Sahara

Cento anni fa moriva Edmondo De Amicis, lo scrittore ligure che, al di là delle critiche letterarie, con il suo Cuore ha fatto piangere e commuovere generazioni di piccoli lettori.
Cento anni dopo si è ricordata di lui Maria Attanasio che nel suo Dall’Atlante agli Appennini, (Orecchio Acerbo edizioni), ha deciso di ripercorrere una trama simile a quella di uno dei racconti più celebri di Cuore: Dagli Appennini alle Ande.
Nell’insolito riadattamento ovviamente molto cambia: le mappe geografiche, in primis, ma anche la modernità nervosa dei personaggi. Resta, però, identico il senso del percorso. Il piccolo Marco di deaminicisiana memoria nel racconto da Genova si imbarcava alla volta di Buenos Aires in Argentina per raggiungere la madre che lì era emigrata per lavoro. Nel romanzo della Attanasio il protagonista è un altro piccolo eroe ma si chiama Youssef e proviene stavolta non dagli Appennini ma dall’Atlante marocchino. Anche lui però come Marco si mette in viaggio che di per sé è un’avventura, fisica oltre che spirituale. Da clandestino si imbarca per andare cercare sua madre in Italia. Come in De Amicis dunque sullo sfondo predomina il tema del’immigrazione che in questo caso però ovviamente assume i connotati dell’attualità, associandosi ai problema della sicurezza, della clandestinità e delle discriminazioni razziali. Infine una nota di merito alle illustrazioni bellissime di Francesco Chiacchio che accompagnano il racconto. Il loro asciutto bianco e nero dà una prospettiva senza tempo alla storia di Youssef, il piccolo Marco dei tempi moderni.

La generazione rubata: il dramma degli aborigeni

aborigeni
Tornare a casa anche se dopo generazioni. È il metaforico viaggio compiuto da Larissa Beherendt, di professione avvocato e docente di diritto, che nel suo Home, uscito in Italia per Baldini Castoldi Dalai, racconta con tutta la spietatezza della legge, smussata però dalla dolcezza della forma romanzata, la sua storia, cioè la storia della sua antenata nella quale è stata catapultata anche la sua esistenza una volta venuta al mondo. La bisnonna di Larissa, infatti, fu una di quelle bambine aborigene australiane “rubate”. Sottratta alla propria famiglia nel 1918 venne affidata, educata e cresciuta dai bianchi. Intere generazioni, furono così strappate per decenni, fino al 1969, alle proprie radici e alla propria identità. Per l’Australia una vergogna di cui solo ora si comincia a parlare e discutere. Tra realtà e fiction Larissa abbandona così le sue vesti di avvocatessa, esperta peraltro di diritti degli aborigeni, per accogliere la fantasia dei suoi personaggi ai quali affida il difficile compito di raccontare il percorso familiare. Anche perché la consegna di quei bambini alle nuove famiglie portò con sé tutta una scia di abusi, problematiche, drammi psichici ancora oggi testimoniate dai sopravvissuti. Il romanzo della Beherendt, dunque, al di là del suo valore di opera narrativa, apre un varco nella coscienza di un paese che ha fatto fatica negli anni ad ammettere gli errori commessi ma che adesso con maggiore distacco e lucidità sta tornando sulla sua storia. Come ha dimostrato l’attuale premier Kevin Rudd che ha chiesto pubblicamente scusa per quanto avvenuto ai danni degli aborigeni. Molto però ancora resta da fare.

Mamadou va a morire: rotte, ricatti e naufragi di migranti

Immigrati clandestini a Lampedusa
Una vera e propria fortezza con dentro, però, un tesoro che può trasformare la sopravvivenza più becera in vita dignitosa. Questa è l’Europa come la vedono migliaia di immigrati clandestini che ogni anno tentano il tutto e per tutto affrontando viaggi che spesso rasentano le file più basse della disperazione. A raccontarlo è chi è andato a trovarli di persona nei loro paesi di origine, per ricostruirne rotte, percorsi, ricatti e naufragi, dato che molte di quelle storie non hanno avuto e continuano a non avere un lieto fine. È questo il meritevole lavoro, quasi certosino, di Gabriele Del Grande, giornalista, fondatore di Fortress Europe, l’osservatorio mediatico sulle vittime dell’immigrazione clandestina. Con il suo Mamadou va a morire (Infinito edizioni), l’occhio del reporter si mescola alla realtà nuda e cruda che l’Europa spesso si rifiuta di vedere. E così, dai deserti della Libia alla miseria del Maghreb con un salto in Senegal e in Turchia, le mappe si sovrappongono unificate da un unico comune denominatore: la miseria. Che dà il coraggio di affrontare viaggi disumani, a bordo di barche inconsistenti o dentro carichi stipati di merci e di uomini.

Dal 1988 più di 12.000 giovani sono morti, così, tentando di espugnare la fortezza Europa. Morire di frontiera, come è stato definito questo stillicidio pressocché quotidiano, è diventata una delle cause di morte più alta dei paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo. Il titolo del volume scritto da Del Grande trae spunto da una delle tante storie narrate nel libro, quella di Mamadou appunto ma non si fa in tempo a scorgere il suo volto che subito si sovrappone a quello di migliaia di altri. Una generazione in viaggio. Il più delle volte, però, senza ritorno.

DreamRunner: il sogno di Oscar Pistorius

Oscar Pistorius durante la prova all'Arena di Milano

Sognare è solo una questione di testa. Realizzare i propri sogni anche. Lo testimonia nella vita e adesso anche a parole Oscar Pistorius, un’esistenza spesa inseguendo un record. Con il suo DreamRunner, in corsa per un sogno scritto a quattro mani con Gianni Merlo e pubblicato da Rizzoli l’atleta racconta adesso se stesso. E la grande magia di cui è stato artefice. Trasformare, cioè, la propria disabilità in una grande opportunità: diventare campione. Una storia la sua ormai risaputa ma sentirla snocciolare attraverso il filtro minuzioso e riflessivo della scrittura direttamente dal diretto interessato è un’altra cosa. Sudafricano, nato con una grave malformazione Pistorius subisce da bambino l’amputazione di entrambe le gambe. Ma si dedica con costanza e passione a molti sport, grazie al supporto di due protesi in fibra di carbonio. “The fastest thing on no legs” diranno di lui a sottolineare gli eccellenti risultati portati a casa nonostante tutto.
Una vita la sua che finisce con l’essere da campioni in tutti i sensi, fino a trasformarsi in una lotta agguerrita e continua contro i pregiudizi. Detentore dei record di velocità nelle gare di 100, 200 e 400 metri Pistorius dopo lunghe battaglie sportive e legali viene prima escluso dalla partecipazione alle Olimpiadi dei normodotati e poi riammesso dal tribunale sportivo. “Tutti abbiamo una disabilità. Magari un problema mentale o fisico-racconta l’atleta nel suo libro-ma possediamo anche milioni di altre abilità, di talenti che ci possono permettere di superare i nostri limiti e le difficoltà”. E il bilancio è presto fatto. Una famiglia alle spalle affettuosissima e di grande carica vitale, una determinazione testarda e ovviamente un talento unico. La ricetta di sé Pistorius la dà fra le righe. Quella più generale dell’esistenza è, invece, il senso di ogni suo capitolo. Utile anche se non si è campioni come lui.

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