La perdita di una persona amata è alla base dello sconvolgimento delle vite per i protagonisti di Orfeo perduto, romanzo in uscita in questi giorni da Marcos y Marcos. Continua
- Martedì 13 Ottobre 2009
La perdita di una persona amata è alla base dello sconvolgimento delle vite per i protagonisti di Orfeo perduto, romanzo in uscita in questi giorni da Marcos y Marcos. Continua
Un particolare della copertina
 Claire Keegan, scrittrice irlandese, è alla sua seconda raccolta di racconti. S’intitola Nei campi azzurri, edito da Neri Pozza, casa editrice sempre attentissima nel selezionare i talenti stranieri e nello svelare al pubblico italiano autentiche chicche. Keegan ci porta per mano in un mondo fatto di disperazione, dolore mai sopito, ricordi di un passato che non ritorna, vite mancate. No, non è chick-lit. Chi si tuffa nell’Irlanda aspra e desolata, verdissima e insopportabilmente provinciale, perbenista e superstiziosa descritta in questi racconti, con i suoi personaggi perdenti o al contrario coraggiosi nonostante tutto, si appresta a fare un viaggio meraviglioso che non dimenticherà tanto facilmente.
Il prete innamorato della sposa, la donna che diventa moglie di un uomo che non ama perché “aveva trent’anni e se diceva di no magari non glielo chiedeva più nessuno”, la ragazza che parte per l’America per liberarsi finalmente dalle molestie del padre: li conosciamo in un momento per loro cruciale, entriamo nelle loro teste e condividiamo per un po’ le loro vite. Comprendiamo a fondo le loro ragioni e ve ne ritroviamo di nostre. Keegan racconta i suoi personaggi con una precisione velata di malinconia, che ce li rende subito cari. Il racconto è una forma letteraria che chiaramente si addice a questa scrittrice; non c’è una frase di troppo, non un’espressione enfatica, il suo stile asciutto lascia brillare i personaggi di luce propria, senza bisogno di tirarli a lucido.
Definire La vita facile, ultimo romanzo di Richard Price, un poliziesco, sarebbe come dire che I promessi sposi è una storia d’amore. La definizione, insomma, sarebbe colpevolmente semplicistica. Il libro, edito in Italia da Giano, racconta la storia di un omicidio, delle indagini che seguono, di come sembra andare tutto storto e di come alla fine tutto si chiarirà . Ma non c’è niente di consolatorio nel riuscire ad assicurare il criminale alla giustizia, perché non è semplice, proprio come nella vita vera, separare i buoni dai cattivi, attribuire le responsabilità , ignorare il contesto.
Un degrado urbano e morale, quello della New York che Price descrive, fa da sfondo a tutta la vicenda nella quale si muovono personaggi memorabili, come il poliziotto Matty Clarke, fisico prestante, precocemente invecchiato, “schiaffeggiato dalla vita”, si potrebbe dire. O Eric Cash, unico testimone e a lungo anche unico sospettato dell’omicidio, un uomo che arriva a 35 anni e si rende conto che tutti i suoi grandi sogni non si stanno realizzando, e forse non si realizzeranno mai. Niente tappeto rosso, niente ovazioni da un pubblico entusiasta, solo un lavoro come direttore di sala in un ristorante e un’invidia sempre meno strisciante e sempre più tangibile per chi è riuscito a fare meglio.
I caseggiati che brulicano di ragazzi senza futuro, dove il crimine paga, o almeno ti fa diventare qualcuno, ti guadagna il rispetto dei pari, sono il luogo in cui il delitto è maturato, e il ragazzino che scrive di nascosto le sue rime rap, che descrivono la sua esistenza triste e squallida, la sua rabbia, è lo stesso che ha impugnato la pistola e premuto il grilletto senza sapere bene perché, ma senza pentirsene poi molto. Il tutto avviene nel Lower East side, quartiere un tempo ebraico e ora diventato un miscuglio di paccottiglia globale, senza una personalità precisa, quasi un non luogo. È tutto facile: fallire nella vita, sbagliare le indagini, scaricare la responsabilità sui sottoposti (i superiori di Clarke e dei suoi colleghi agiscono con un cinismo inaudito), perdere un figlio (la storia del padre del ragazzo ucciso e il suo personaggio sono tra i più toccanti), ammazzare uno sconosciuto. Quello che è difficile è rimettere le cose a posto, eppure bisogna provarci. Dalla penna di Price non escono vincitori, solo perdenti che però cercheranno un modo per riscattarsi. E per chi, finito il libro, sente il bisogno di immergersi di nuovo nelle atmosfere create dall’autore, suggeriamo la serie tv The Wire, prodotta dalla HBO (quella di Sex & the City) e le cui due prime stagioni sono andate in onda su Fox, canale via satellite di Sky. Le storie sono ambientate a Baltimora e non a New York, ma il mood è simile e non è un caso che Price abbia collaborato alla sceneggiatura di alcuni episodi. Altre tre serie del telefilm sono in arrivo.
Togliere potere alle lobby che finora hanno dettato la politica di Washington e dare la parola, spingendoli alla collaborazione, ai cittadini. Si potrebbe riassumere così il piano di Obama per rimettere in sesto l’economia descritto dal John R. Talbott, nell’interessante Obamanomics, edito da Egea. Nella grande contrapposizione tra più Stato e più Mercato, Obama sembra scegliere una terza via, in cui il controllo e la regolamentazione governativa devono essere presenti, perché quando mancano, alla lunga, il mercato ha dimostrato di non saper fare da sé, laddove invece è la partecipazione dell’intera comunità ad avere un ruolo chiave.
Certo c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una società come quella americana dove, Talbott ricorda, i massimi dirigenti guadagnano 465 volte più dei loro dipendenti. Dove i ricchi vivono in residenze da più di 1000 mq mentre milioni di americani “rischiano di perdere la casa perché non riescono a pagare il mutuo”. Che fine hanno fatto il concetto di equità e quello di giustizia economica? È proprio intorno a questo fulcro che ruota il libro e - a detta dell’autore che si rivela nel corso nell’esposizione un vero fan del Presidente - anche la politica di Obama. I lobbisti delle grandi aziende fanno pressioni, a botte di donazioni da milioni di dollari, sui congressisti affinché non passino leggi a loro sgradite, Questo non va a favore del cittadino, ma dei grandi potentati che, sotto l’amministrazione Bush si sono rafforzati. La teoria del trickle down, amata dai liberisti, in base alla quale arricchire ulteriormente i ricchi fa scendere a cascata più soldi anche sui poveri, non sembra aver funzionato. La globalizzazione ha fornito ottime opportunità di guadagno alle multinazionali che hanno delocalizzato la produzione, ma questo ha enormemente nuociuto alla forza lavoro americana. È giunta l’ora, spiega l’autore, per una rivoluzione copernicana: rimettere i cittadini al centro del discorso, partire dai loro bisogni e da ciò che loro possono offrire alla società , non dai diritti delle aziende, messi alla stessa stregua di quelli delle persone.
Il libro analizza nei vari capitoli le aree di intervento: il lavoro, la sanità , l’energia, l’ambiente, la previdenza (tema caldissimo visto che l’intera generazione dei baby boomers si avvia alla pensione), la finanza. Ad elementi della politica di Obama, tratti dai suoi discorsi, dai suoi libri e dal programma elettorale, si intrecciano suggerimenti personali dell’autore, e non sempre è facile distinguere gli uni dagli altri. Anche perché il libro è sostanzialmente elogiativo rispetto alle intenzioni del neo-presidente e a tratti addirittura celebrativo: “Solo lui può farcela”, si legge a un certo punto a proposito della necessità di riportare la dignità , l’onestà e la giustizia a Washington.
Nonostante questa evidente partigianeria, il libro merita perché descrive in modo chiaro e dettagliato le ragioni dell’attuale crisi e tutto ciò che possiamo aspettarci da Obama per un suo graduale superamento. Valga come pro-memoria per controllare in futuro se il presidente farà davvero ciò che ha promesso. E se il libro non bastasse si può sempre tener d’occhio l’Obameter, un contatore online di un giornale Usa che si è preso la briga di fare questo monitoraggio al nostro posto.
Un particolare della copertina
Gaetano Cappelli ha il dono di una scrittura volutamente arzigogolata ma godibilissima, e sa raccontare storie in cui personaggi che di primo acchito sembrano assurdi, ma che sono in realtà perfetti tipi umani nostrani, si mettono irrimediabilmente nei pasticci. Quasi sempre lo fanno per soldi o per sesso, possibilmente entrambi. Proprio come accade nel nuovo romanzo La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo, edito da Marsilio, a Dario Villalta, gallerista con la passione per l’arte con la A maiuscola e costretto a “televendere” incomprensibili opere d’arte contemporanea, per le quali i riccastri suoi clienti sono disposti a sborsare cifre spropositate. La sua segreta passione per le belle vedove di una certa età lo condurrà a fare il passo più lungo della gamba, cimentandosi nella vendita, in un’asta segretissima, di una statua del Mantegna ritrovata in un’oscura casa di campagna in un paesino della Basilicata.
Tra pezzi grossi in odore di malavita, psicanalisti new age, chef truffatori, viveur da balera e scambisti infoiati, Cappelli è perfettamente a suo agio nel descriverci, spesso usando un dialetto lucano misto a molti altri idiomi (compreso uno spassosissimo lucano-latino) le avventure di Villalta condite di digressioni, tutte o quasi utili allo sviluppo della trama, in una farsa che trova in un hotel di super-lusso di fronte ai faraglioni di Capri il suo rocambolesco epilogo.
È il ritratto di un’Italietta in cui tutti vogliono tutto: fama, potere, immagine, trasgressione, ricchezza e, perché no, anche l’amore. Cappelli sfoggia la sua cultura in fatto di vini (del resto il suo romanzo precedente era Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo), arte (sembra chiaro che disprezzi quella contemporanea, a cominciare dalla sua star globale Damien Hirst) e cucina, con qualche incursione, ampiamente segnalata per chi fosse facilmente scandalizzabile e volesse saltarla, nel mondo del porno. Il romanzo ha ritmo ed è divertente, e Cappelli ha il pregio di raccontare i luoghi che conosce, riuscendo così a costruire personaggi credibili pur nei loro eccessi. Il suo unico difetto è forse quello di rivolgersi troppo spesso direttamente al lettore, togliendogli a volte il gusto di immergersi completamente nella storia.
La copertina del libro
“C’erano una volta due amici che scrissero e disegnarono tante belle fiabe, tante avventure colorate da diventare essi stessi personaggi da fiaba”. È tutto in questa frase il succo di Un romanzo d’avventura, il primo libro scritto da Alberto Ongaro nel 1970 e appena ripubblicato da Piemme. Ongaro è stato a lungo sceneggiatore di fumetti, collaboratore e amico fraterno di Hugo Pratt, il grande disegnatore di Corto Maltese e di altri capolavori del fumetto, scomparso nel 1995. Ed è proprio Pratt il protagonista di una storia, che in quello stile nel quale Ongaro eccelle, resta perpetuamente sospesa tra realtà e finzione, tra il presente e il passato, tra la vita e il sogno. È sera tardi a Venezia e Hugo, che ha mangiato molto e bevuto troppo, riceve da Londra la notizia della scomparsa del suo amico di sempre, Paco, un alter-ego dell’autore. Passerà l’intera notte a tormentarsi alla ricerca di una ragione per la quale Paco avrebbe dovuto togliersi la vita gettandosi nelle grigie acque del Tamigi e così facendo ripercorre le tappe della sua vita, della loro amicizia e della passione che li ha accomunati: quella per la letteratura d’avventura.
Mentre Hugo Pratt si sposta da una stanza all’altra della casa veneziana, riconsidera molte delle scelte fatte in passato e si sente mano a mano sempre più responsabile per la presunta morte dell’amico. È stato forse lui a istigarlo a vivere in un mondo irreale nel quale però Paco non si sentiva del tutto a proprio agio e dal quale aveva a più riprese cercato di fuggire per tornare a una realtà che ugualmente non gli apparteneva.
Nell’analisi che cerca di essere lucida sebbene sia screziata di una vena di bonaria follia, Pratt non riesce a districare il vero dal falso e i personaggi fiabeschi, protagonisti dei libri che lui e il suo fraterno amico hanno amato, ma anche quelli che loro stessi hanno creato, cominciano ad affollare la mente di Hugo e le stanze della casa in cui si muove. “Hugo si sentiva come se stesse scrivendo e disegnando la propria storia e dovesse decidere di se stesso come di uno dei suoi personaggi”. Perché la sua vita, come quella di Paco, è una perpetua fuga dalla realtà , che con il suo squallore, la sua brutalità , la sua mancanza di poeticità , è l’unica condizione inaccettabile alla quale infatti Hugo volterà le spalle rifugiandosi nell’unico mondo che senta di conoscere davvero.
Ongaro mostra in questo primo romanzo tutto l’estro di sapiente scrittore con la sua abilità nel costruire storie in bilico tra realtà e immaginazione, proprio come nel suo recente La versione spagnola o nell’altro capolavoro La taverna del Doge Loredan. Qui in più ci regala uno strepitoso ritratto di Pratt, che i suoi ammiratori non potranno che amare.
Antonio D’Orrico presenta il libro, e l’autore, al Mondadori Multicenter di piazza Duomo a Milano, giovedì 11 dicembre alle 18,30.
Non è mica facile fare gli editori: “la concorrenza è all’ultimo sangue, si producono troppi libri e la loro durata sugli scaffali della libreria è sempre più breve”. A parlare e Claudia Tarolo, editore di Marcos Y Marcos, che con questi problemi fa i conti tutti i giorni, ma non ha perso l’entusiasmo, essenziale in una professione come la sua che si nutre soprattutto di passione. Anzi da 8 anni, con il compagno di avventura Marco Zapparoli, tiene corsi per spiegare i segreti della misteriosa arte di pubblicare libri a un pubblico di appassionati, librai, scrittori in erba, aspiranti editori. “Abbiamo iniziato nell’estate del 2000″, racconta Tarolo. “Cerchiamo di spiegare come si svolge l’attività editoriale, cioè cosa succede da quando un testo viene proposto e accettato a quando diventa un libro, raccontando fase per fase le cose che succedono, le difficoltà , gli aspetti divertenti”.
Chi sono i vostri allievi?
Il nostro è un tipo di corso che può servire per chi vuole aprire una casa editrice, ma tra i nostri allievi ci sono anche semplici appassionati, curiosi di capire come funziona questo mondo. In genere si tratta comunque di persone che hanno a che fare con libri, librai, aspiranti scrittori, redattori.
Sono molti in Italia quelli che vorrebbero lavorare nel mondo dell’editoria?
È in grandissimo aumento l’interesse generale verso il mondo del libro e il numero di persone che si propongono perché desiderano lavorarci, mentre da parte delle case editrici c’è poca apertura: è un mercato molto ristretto e molto povero. Chi è molto motivato e bravo, però, trova il suo spazio. Le persone brave sono sempre troppo poche.
Quando è nata la vostra casa editrice e cosa è cambiato da allora nel mercato?
Siamo nati nel 1981, l’anno prossimo compiamo 28 anni. Le cose sono cambiate tantissimo. All’epoca le case editrici erano molto poche e una realtà indipendente con un progetto raffinato dal punto di vista grafico e dell’offerta era veramente una novità , era più facile attirare l’attenzione. Ora in Italia si parla di 2000 case editrici già significative, più tutte quelle che tentano di diventarlo. Ciò non toglie che se si riesce a identificare una lacuna nel mercato e si lavora con tenacia, nella consapevolezza che c’è una fase di avviamento costosa e per niente redditizia, si può riuscire a ricavarsi uno spazio. Abbiamo ex corsisti che poi hanno fondato una casa editrice.
Quanti titoli pubblicate ogni anno?
In totale una ventina di titoli all’anno, puntando soprattutto sugli autori stranieri e selezionando moltissimo sugli italiani, per i quali il lavoro da fare è molto difficile e lo facciamo solo quando ci sono le condizioni per un relativo successo. Un buon esempio è Cristiano Cavina, un nostro autore che è nella classifica dei libri italiani più venduti.
Il corso di editoria è giunto alla diciottesima edizione e il numero di iscritti è andato negli anni aumentando. Nell’ultima edizione, lo scorso maggio, gli allievi erano. Il prossimo corso, che ha il costo di 350 euro, si terrà dal 12 al 14 dicembre presso la sede della casa editrice in via Ozanam 8 a Milano. Sono due giornate e mezzo molto dense in cui si impara un po’ tutto, da come scoprire un libro che ha stoffa a come far quadrare i conti di un bilancio. Perché quello dell’editore è un nobilissimo mestiere ma non lo si fa soltanto per la gloria.
La copertina del libro
Se l’occhio di chi guarda influenza gli eventi e la lettura della storia, che ruolo possono aver avuto i grandi osservatori spaziali sparsi per il mondo sulla lettura che si è data delle stelle nell’ultimo secolo? Giuseppe Gavazzi, astronomo e professore di astrofisica all’Università di Milano Bicocca, ha raccolto in un libro le sue trentennali esperienze negli osservatori più prestigiosi, con tanto di disegni e acquerelli da lui stesso realizzati e racconti delle nottate migliori e di quelle più sfortunate, dove il clima avverso ha vanificato magari anche mesi di lavoro servito a guadagnarsi qualche notte di osservazione. La colorata lentezza delle galassie, edito da Marsilio, è un libro che ha almeno due chiavi di lettura. Una più marcatamente scientifica, che racconta la storia delle scoperte astronomiche, come sono andate affermandosi alcune teorie che poi hanno preso il sopravvento su altre, spiega alcuni fondamenti della ricerca astronomica e, con un’appendice, offre anche gli strumenti pratici per calcolare la massa degli oggetti astronomici. L’altra chiave è quella squisitamente autobiografica, che si presenta in forma di brevi capitoletti che intervallano il racconto e si arricchisce di foto e disegni dell’autore.
A partire dalla seconda metà del libro, quando Gavazzi racconta di come a un certo punto i suoi colleghi si siano innamorati del concetto di materia “oscura”, divenuto poi permeante nell’astronomia odierna, si fa sempre più forte un senso di nostalgia verso un certo modo di fare ricerca. Quella di oggi è per Gavazzi una scienza col paraocchi e troppe certezze in tasca, la Big Science su cui convergono investimenti pesanti, nella quale non c’è più molto spazio per la cowboy astronomy, soprannome dato alla scienza vissuta come gioco e atto creativo, nel quale lo scienziato è pronto a farsi stupire.
Leggendo il libro si imparano molte cose, si gira il mondo visitando alcuni dei luoghi più incantati (e meno illuminati) del pianeta, e si matura un certo desiderio di poter guardare in prima persona con i propri occhi ciò che Gavazzi osserva da sempre. Lui, nonostante la trentennale esperienza, le cattedre, la fama internazionale, gli articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche, si vede ancora come si dipinge nell’autoritratto di copertina: un novello Piccolo Principe che, con un enorme cannocchiale, osserva il cielo prima di tutto a caccia di bellezza.
Si fanno sempre meno figli, l’Italia è un Paese in declino, la popolazione invecchia inesorabilmente, gli italiani sono destinati a scomparire. Okay, ora ricominciamo da capo. Il libro di Francesco Billari e Gianpiero Dalla Zauna, La rivoluzione nella culla, pubblicato dalla Università Bocconi Editore, racconta infatti un’altra storia, diversa dai piagnistei cui siamo abituati da qualche anno a questa parte. Se da un lato è vero, infatti, che si fanno meno figli rispetto a 20 o 30 anni fa ,soprattutto al Sud, è anche vero che si registra in tempi recenti un’inversione di tendenza al Nord (1,38 figli per donna contro 1,33 di Sud e Isole). Globalmente, poi, c’è stata una ripresa della fecondità rispetto al minimo storico di 1,19 figli per donna, toccato nel 1995. Inoltre, si chiedono gli autori, ha senso ostinarsi a non contare a pieno titolo nel numero totale degli italiani una fetta di popolazione che sta diventando sempre più importante, cioè quella degli immigrati? “Nella comunità scientifica” si legge “prevale l’idea che le immigrazioni siano qualcosa di innaturale e tendenzialmente negativo”. Vent’anni fa, l’Istat aveva previsto che nel 2008 l’Italia avrebbe avuto 57 milioni e 400 residenti, ma in realtà , grazie agli oltre quattro milioni di stranieri che vivono stabilmente nel nostro Paese, siamo 2 milioni e 700 mila in più. Facciamo fatica ad accettare di essere diventati un Paese di immigrazione perché in Italia è accaduto molto più tardi che altrove (negli ultimi decenni del Novecento) che gli immigrati superassero gli emigrati.
Secondo Billari, professore di Demografia alla Bocconi, e Dalla Zuanna, professore di Teorie di popolazione all’Università di Padova, una “popolazione chiusa ai flussi migratori, con meno di due figli per donna è destinata inevitabilmente a invecchiare e - alla lunga- a scomparire, anche quando la mortalità è molto bassa”. Gli autori spiegano bene come funzioni la spirale in base alla quale si fanno meno figli per poterli meglio istruire e perché ambiscano a trovare lavori migliori. Di conseguenza non accetteranno posti poco prestigiosi e mal retribuiti, ed è qui che gli immigrati arrivano a colmare un vuoto. Vi sono poi lavori per i quali, in una società come la nostra in cui i figli restano molto legati alla famiglia d’origine e gli anziani raramente vengono alloggiati in apposite strutture, c’è in Italia un’altissima richiesta: si pensi alle badanti, quasi tutte straniere.
Il libro è ricco di dati, di sorprese e di idee, e dipinge un ritratto interessante di chi siamo e soprattutto di chi saremo nei prossimi anni. E dà anche dei suggerimenti. Qual è allora la ricetta contro il declino? L’inclusione. Non solo degli stranieri e dei loro figli, che al momento anche se sono nati in Italia devono aspettare la maggior età per potersi considerare italiani a tutti gli effetti, ma anche delle donne nel mondo del lavoro. Già perché, analizzando i dati si scopre che “laddove è più facile combinare lavoro femminile e famiglia, la fecondità tende a essere più alta”. In Italia oggi si fanno più figli dove si sta meglio economicamente e al benessere economico contribuisce enormemente il lavoro femminile. Proprio quella famiglia a grappolo, così tipica del nostro paese, in cui i genitori e i figli restano legati e geograficamente vicini molto a lungo, magari anche tutta la vita e si supportano a vicenda, potrebbe costituire un freno allo sviluppo. Il welfare italiano, che gli autori chiamano ironicamente “Spaghetti welfare”, è una versione un po’ maccheronica del welfare state vero, nella quale, ad esempio, non hanno il peso che meriterebbero i servizi dedicati all’infanzia, che potrebbero permettere alle donne di conciliare carriera e figli, incoraggiandole a non fermarsi al primo. E a fronte di una rivoluzione demografica già in corso tra la popolazione generale, si sente invece forte la mancanza di una rivoluzione demografica nella classe politica: qui giovani e donne sono ancora largamente sotto-rappresentati.
Tecnologia, innovazione, ricerca? Macché, l’equilibrio geopolitico del XXI secolo si deciderà ancora a colpi di barili di petrolio. Il buon vecchio oro nero sembra destinato a continuare ad essere il vero ago della bilancia del potere nel mondo prossimo venturo.
Così almeno sostiene Gianluca Ansalone nel libro I nuovi imperi. La mappa geopolitica del XXI secolo, edito da Marsilio. Chi pensava che si andasse verso la ricerca di fonti alternative, in una corsa all’energia pulita e inesauribile che sembrerebbe indispensabile soprattutto per le grandi potenze di domani si dovrà ricredere. A farla da padrone saranno ancora per un bel po’ i vecchi combustibili fossili, con petrolio e gas naturale in testa. Chi saprà aggiudicarsi i giacimenti migliori acquisterà un indubbio vantaggio sulla scena politica mondiale.
“Per crescere”, scrive Ansalone, “il mondo brucia soprattutto petrolio: esso copre da solo quasi il 40 per cento della domanda globale di energia, con più di 80 milioni di barili al giorno”.
Ma quali cambiamenti politici dobbiamo aspettarci? “Uno scenario internazionale sicuramente meno lineare di quello che il mondo ha conosciuto nel XX secolo”, avverte Ansalone; “alcune parti del pianeta si troveranno a perdere la loro centralità ; altre diventeranno il ‘cuore dei nuovi imperi’ o saranno imperi essi stessi”.
Quali saranno allora le aree-chiave nei prossimi decenni? Per esempio l’Asia Maior, “l’area geopolitica che va dal Caucaso ai confini con la Cina, bacino di ricchezze energetiche naturali senza pari e oggetto di desiderio e di contesa tra le grandi potenze”. La posta in gioco, avverte l’autore, è costituita in buona misura “dalla possibilità di accedere ai vasti giacimenti di idrocarburi di cui alcuni paesi della regione sono ricchi”. Soprattutto il Kazakhstan, ma anche il Turkmenistan e l’Uzbekistan. E sono molte le potenze, a cominciare dalla Cina, che stanno intessendo fitti rapporti diplomatici e commerciali con i cosiddetti “-stan countries” al fine di garantirsi una buona riserva energetica, essenziale alla crescita economica.
La Russia non sta certo a guardare anche perché tra i paesi più interessati a garantirsi una presenza nell’area ci sono gli Stati Uniti, l’unica vera superpotenza del XX secolo, quella cui tutte le potenze emergenti cercano di fare da contrappeso per superare l’attuale squilibrio.
Sicuramente il fattore demografico avrà un’influenza determinante nel fare di Cina e India due nuovi imperi. La Cina è definita come impero dell’hardware, non a caso il paese è considerato “la fabbrica del mondo”. L’India sarà un impero soft, che punta sui giovani, l’istruzione, la tecnologia, l’inglese, insomma sulla conoscenza. Poi ci saranno il Brasile, definito impero verde-oro perché, oltre al petrolio, investe anche nei biocombustibili (insieme agli Usa produce il 70 per cento dell’etanolo mondiale) e la Russia, che si distinguerà come impero energetico. Che ne sarà degli Stati Uniti? Definiti “impero senza impero”, resteranno la potenza con cui fare i conti ma dovranno, se non cedere lo scettro del comando, tenuto saldamente in mano dalla fine della Guerra fredda, almeno dividerselo (o, in una visione forse più realistica, contenderselo) con i quattro imperi emergenti.
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