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Enrico Brizzi
Il racconto di viaggio sta cambiando. Non più riflessione a posteriori sui luoghi visitati e le persone incontrate, ma diario in divenire, scritto (e letto) in tempo reale, mentre si visitano i luoghi e si vivono le emozioni. A renderlo possibile è la tecnologia e a cimentarsi in questa originale forma narrativa è Enrico Brizzi, uno che di sperimentare non ha paura. Diventato di colpo famoso a 19 anni con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Brizzi ha cambiato più volte registro passando dai tormenti adolescenziali del libro d’esordio all’iperviolenza di Bastogne, fino ad approdare al racconto di viaggio, anzi di pellegrinaggio, ne Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, romanzo ispirato al viaggio a piedi fatto sulla via Francigena.
E sempre a piedi Brizzi è partito questa estate da Roma alla volta di Gerusalemme armato di un palmare sul quale annota le sue impressioni che è possibile leggere, quasi in tempo reale, sul portale GiraMi Mobile, servizio di informazione e intrattenimento di Milano disponibile gratuitamente per l’utenza mobile. In pratica Brizzi scrive il suo racconto per tappe su un cellulare, noi possiamo leggerlo sul sito oppure a nostra volta sul telefonino, scaricando il programma Pocket City.
A che punto è il viaggio? Dopo 28 tappe italiane Brizzi sta lasciando il paese alla volta della Grecia. Qui finisce la camminata e comincia la lunga traversata in barca a vela con un po’ di island hopping in Grecia, poi Cipro e finalmente l’arrivo a destinazione, previsto per il 18 luglio. Ma prima di lasciare Brindisi lo scrittore spiega così sul suo diario mobile il senso di questa avventura intrapresa con un gruppo di amici: “Siamo cinque ragazzi cresciuti in giro per l’Italia, cinque ragazzi che i primi capelli bianchi invitano a considerare uomini, e ci siamo convinti in prima persona che è meglio dare scandalo e continuare a camminare piuttosto che restare ubbidienti e pettinati a ripestare per la milionesima volta il cortile sotto casa. Perché per non immergersi due volte nella stessa acqua basta stare fermi in mezzo alla corrente, ma se si vuole vedere la fonte del fiume serve risalirlo con le nostre forze, e nessuno mai lo farà al nostro posto”. Sicuramente è il viaggio più documentato della storia: oltre al portale mobile, si possono seguire le avventure di Brizzi e compagni anche su un apposito blog e vederne le foto su flickr.
Prestare i libri amati è sempre una scelta difficile. Ma se invece di sentire che ce ne stiamo privando cominciassimo a pensare che li stiamo “liberando”? È questo l’assunto di base del bookcrossing, movimento nato in America nel 2000 e cresciuto fino a raggiungere dimensioni globali grazie a internet. Sono 660 mila nel mondo e oltre 20 mila solo in Italia i lettori che aderiscono al movimento. E dal 30 maggio al 2 giugno si incontrano a Genova per il raduno annuale nazionale, il Munz 2008.
Come si fa a liberare un libro? Come si riconosce un libro lasciato da un bookcrosser? Che cosa fanno i bookcrosser quando si incontrano? Panorama.it ne ha parlato con Massimo Cipolla, meglio noto nell’ambiente come Maxcip, bookcrosser genovese tra gli organizzatori del raduno di fine maggio.
“Quella di lasciare libri letti in giro era già una pratica diffusa quando una coppia americana, Ron Hornbacker e sua moglie, inventarono un metodo per sistematizzare lo scambio e permettere di seguire il percorso dei libri. In realtà il sistema esisteva già ed era stato inventato per tracciare i numeri seriali delle banconote in America in una sorta di gioco “Dov’è George?”, in cui l’interrogativo si riferisce a George Washington”.
Come si libera un libro? “Ci si iscrive al portale americano“, spiega Maxcip, “si registrano i propri dati e poi si registrato i dati del libro da liberare: autore, titolo e così via. Il software genera automatricamente un codice che va stampato e incollato al libro e che identifica quel libro e lui soltanto. Possiamo aggiungere note e informazioni su dove abbiamo intenzione di liberarlo. Chi lo trova va sullo stesso portale, digita il codice del libro e scopre la sua storia”.
Quella dei bookcrosser è una di quelle comunità che dal virtuale (incontri e scambi di opinione su forum e blog) passa volentieri al reale. “In tutte le città organizziamo degli incontri il secondo martedì del mese”, racconta Maxcip. “Prendiamo accordi online e ci diamo l’appuntamento. Di solito in qualche locale che poi diventa anche luogo privilegiato per liberare e trovare libri”.
Il raduno annuale è un modo per entrare in contatto con una fetta più ampia della comunità, incontrare autori, socializzare e divertirsi. Sul sito italiano si trovano tutte le informazioni. “Di sicuro ci sarà un giro nella città vecchia organizzato per sabato 31 e alle 17 alla libreria Finis Terre in piazza Truogoli di Santa Brigida nel centro storico, la presentazione del libro Naviglio Blues di Adele Marini, con un accompagnamento musicale, ovviamente blues. La tradizione vuole che a questi raduni nazonali ci sia sempre anche una cena che noi definiamo “zingara”: un pic-nic sotto le stelle con lettura trash. Ognuno porta un libro che trova particolarmente trash e se ne leggono brani ad alta voce per divertimento”. Per la domenica 1 giugno il programma prevede una mega-liberazione di libri e una caccia al tesoro che seguirà il filo di un racconto e per lunedì è prevista una gita al mare con pic-nic, letture e chiacchiere.
Massimo Cipolla lavora a Genova in un centro di biotecnologie, la sua liberazione record (la più alta) l’ha fatta l’anno scorso sul Monte Rosa e spesso, se il libro che vuole liberare gli è piaciuto particolarmente, ne compra un’altra copia da tenere per sé, in barba a chi dice che il bookcrossing nuoce agli autori perché fa vendere meno.
Da quando è nato il movimento sono stati liberati oltre 4 milioni e mezzo di libri. Le idee girano veloci.
Qui il programma completo della manifestazione.

Milano-Londra a 10 euro. Ma in alcuni casi si può ottenere un biglietto anche a zero euro, pagando soltanto le tasse aeroportuali. Senza la compagnia low-cost sarebbe stato impossibile. Prenoti il volo online, e se lo fai con un congruo anticipo e hai un po’ di flessibilità sulle date, puoi fare un vero affare. Potere della deregulation ma… C’è un ma, e il libro della giornalista irlandese Siobhan Creaton, Ryanair. Il prezzo del low-cost, edito da Egea, lo racconta molto bene.
Aeroporti lontani anche centinaia di chilometri dalle città che promettono di farti raggiungere e niente fronzoli (in inglese no-frills, un credo incrollabile per compagnie che devono tenere bassi i costi). Quindi non ti danno gratis neanche un bicchiere d’acqua se ti stai strozzando. Con Ryanair il biglietto se hai fortuna costa poco, ma puoi star certo che ti faranno pagare caro tutto il resto e cercheranno di venderti per tutto il viaggio ogni possibile bene superfluo. Un po’ come i “viaggi delle pentole” che facevano le nostre nonne: portavano un gruppo di signore anziane in gita in qualche luogo d’interesse per pochi spiccioli e a metà tragitto cominciava la dimostrazione di padelle e utensili da cucina, che si era caldamente invitati ad acquistare. In questo caso tagliandi della lotteria gratta e vinci, biglietti per il treno da Stansted (nel mezzo del nulla) a Londra città, alcolici, snack, profumi, giocattoli, sconti sul noleggio auto, offerte promozionali per l’albergo e chi più ne ha…
Il libro racconta la storia di Ryanair dai primordi, quando il signor Ryan ci investì i lauti guadagni realizzati con un’altra compagnia, che noleggiava aeromobili, e creò l’azienda-miracolo in cui i dipendenti felici lavoravano sodo e avevano un’idea di futuro mentre gli irlandesi residenti in Inghilterra, esterrefatti e grati, approfittavano delle tariffe finalmente umane per andare a trovare i parenti in patria. Da anni ormai le redini sono passate in mano a Michael O’Leary, spregiudicato supermanager, inventore di campagne pubblicitarie di dubbio gusto, cinico ma efficace nella sua strategia di tagli forsennati e zero concessioni sindacali che ha portato l’azienda al successo in Europa e indotto molti dipendenti alla fuga. Ryan Air è l’unica compagnia che, abbassando ulteriormente tariffe già convenienti, e grazie a pubblicità sul confine del macabro, riuscì a fare utili anche nell’annus terribilis post 11 settembre.
Una recente pubblicità Ryanair che giocava sul dramma dei rifiuti a Napoli

Già ma a che prezzo, si diceva? Il cliente in pratica non esiste. Paga poco quindi non ha diritto di lamentarsi (per voli ritardati o addirittura cancellati, senza l’ombra di una scusa, di un rimborso, di una notte d’albergo pagata, nemmeno di un panino), né può sperare di avere gratuitamente qualcosa che per la compagnia rappresenta un costo o può comportare un ritardo (lo sanno bene i passeggeri disabili o con difficoltà a camminare che provano a chiedere una sedia a rotelle).
Nutrito anche il repertorio di possibili sorprese: il peso consentito per il bagaglio a mano è stato ulteriormente ridotto, la valigia da spedire costa 14 euro, ma poi fioccano le soprattasse in sterline se torni con un pinolo in più che fa scattare il peso alla categoria superiore. Tra il treno da e per Londra città, o il taxi se l’aereo parte molto presto al mattino, i bagagli calcolati extra e l’occasionale bibita (che non si può più neanche portare da casa per via delle restrizioni di sicurezza sul trasporto dei liquidi), alla fine il costo del viaggio può anche triplicare. Ma il totale resta comunque molto basso e dunque competitivo. Ed è qui che, spiega il libro, O’ Leary ha avuto ragione: le persone disposte a essere maltrattate e perfino raggirate pur di spendere poco per volare costituiscono una clientela sterminata e in continua crescita. E il futuro di Ryanair, diversamente da quello di Alitalia, è rosa.

In un tempo imprecisato, in una città che si chiama Mediterranea e che ricorda un po’ Buenos Aires, i single cominciano a nascondersi. Sono oggetto di un malumore crescente da parte di una società che sponsorizza l’idea della famiglia tradizionale come l’unica forma di aggregazione desiderabile. Il governatore Andrade e il cardinale Ademir vogliono perseguire e in ultima analisi rinchiudere tutti coloro che, arrivati alla soglia dei 35 anni (ma le donne addirittura a 30), non si sono ancora sposati. Tra i single che rischiano grosso c’è Shubert Gambetta, detective stropicciato, la cui vita sentimentale fa acqua da tutte le parti, che si troverà faccia a faccia con una verità inquietante.
Marco Innocenti, l’autore di La città degli uomini soli, che esce in questi giorni per Dario Flaccovio Editore, è un single che i 35 anni li ha già superati e non ha difficoltà ad ammettere che per trovare l’ispirazione non ha dovuto guardare molto lontano.
“Nasco come scrittore di cose autobiografiche” racconta “il mio primo romanzo era la storia di un giovane che voleva fare il pubblicitario, ovvero la mia professione. Per questo romanzo ho voluto portare alle estreme conseguenze l’idea che in Italia chiunque non formi una famiglia tradizionale non ha un grande sostegno da parte della politica”. Non sono solo i single a trovarsi in una situazione scomoda. “Si è fatto un gran parlare in tempi recenti di Pacs e Dico, di forme di famiglia diverse dagli schemi classici. Poi tutto il dibattito è rientrato” continua l’autore “Nessuna forza politica alla fine se la sente di difendere davvero chi sceglie di incontrarsi e di amarsi al di fuori degli schemi, che siano coppie di fatto, magari anche con figli, o coppie omosessuali”.
Perché in Italia la famiglia viene sempre prima di tutto? “Va di moda dire che non ci sono più i valori “, racconta Innocenti, “e che bisogna ritornarci. Parola bella ma anche vuota: cosa sono i valori? Uno dei valori è la famiglia. In effetti lo è anche secondo me, ma non è giusto intenderla solo in senso stretto, come famiglia che nasce dal matrimonio. È troppo riduttivo”.
In Italia sono in crescita le coppie che non si sposano, magari decidono di vivere insieme, di fare dei figli, ma non desiderano il matrimonio. Come mai le leggi non assecondano questa tendenza? “I politici”, spiega Innocenti, “sembrano non voler dispiacere alla Chiesa, ma ci sono milioni di persone che apprezzerebbero una forza politica che dicesse: rispettiamo la famiglia tradizionale ma cerchiamo di tutelare anche le altre forme. Prendiamo le coppie di fatto che non riescono ad avere figli: per loro l’adozione è impossibile e io lo trovo assurdo e molto discutibile”. Ma questa spinta della società alla fine avrà la meglio? “Sì perché si tratta di cambiamenti sociali che non si possono arrestare. Con gli anni si arriverà a un cambiamento e a una maggior presa d’atto da parte dei politici e anche della Chiesa, che non è monolitica”.
Ma com’è essere single in Italia? “Non so se in Italia sia diverso rispetto ad altri paesi. Non avere una relazione significa doversela cavare da soli con tante difficoltà. Il fatto poi che se ne parli sempre come se fosse il frutto di una decisione mi fa un po’ sorridere. Ci sono tanti single che lo sono per contingenze, casi della vita che ti fanno trovare o non trovare o magari anche perdere la persona giusta. Nella singletudine“, conclude Innocenti, “non necessariamente c’è una scelta”.
FORUM

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Helen e Brian sono due illustri sconosciuti, ma potremmo imparare ad amarli se riuscissimo a inventare per loro un destino indimenticabile. E tutti possiamo farlo. I due sono i protagonisti di Livebook, un’applicazione inventata per gli utenti di due popolari social network, Facebook e Bebo. I loro iscritti possono scaricare l’applicazione sul proprio profilo e contribuire a scrivere la storia rispettivamente di Helen su Facebook e di Brian su Bebo. Di pronto c’è solo l’attacco che ci dice che lei si è apena registrata a Facebook e lui a Bebo. Il resto è lasciato alla fantasia della community.
Clicco, apro, provo. E scopro che The Livebook, “Il libro che viene scritto davanti ai tuoi occhi”, non è solo un sistema per scrivere una storia in maniera collaborativa ma, come è facile che succeda nei social network, anche un modo per testare la propria popolarità. Ognuno può proporre una frase per continuare la trama. Più amici hai, più probablità ci sono che la frase che hai proposto raggiunga la soglia critica necessaria per essere aggiunta alla storia: serve che la votino almeno 20 utenti.
Ma per proporre una frase servono punti, e i 10 forniti nella dotazione di partenza bastano appena per due frasette. Anche per votare le frasi altrui servono punti, uno per ogni voto che vogliamo assegnare. Come si fanno questi punti? Invitando altri amici a unirsi a Livebook: ogni amico che si iscrive a questa applicazione citando il nostro invito vi fa guadagnare 10 punti. Gli sviluppatori stanno anche valutando la possibilità di venderli per soldi, se c’è richiesta. Insomma, più che un dotto ritrovo di letterati, la cosa rischia di trasformarsi in un’ennesima catena di Sant’Antonio.
La storia è appena all’inizio. Helen non ha ancora fatto granché: si è iscritta a Facebook e si è messa a navigare su internet in classe durante una lezione. Il prof. potrebbe averla scoperta. Tutto qui. La mia frase, che per la verità non aggiungeva grande pathos all’intreccio, non è ancora stata votata da nessuno. Immagino che i miei 6 amici di Facebook abbiano cose più importanti da fare che aiutarmi a scrivere una pagina (digitale) della letteratura mondiale.
Comunque va sempre meglio qui che su Bebo: la community, cui mi sono iscritta solo per poter dare un’occhiata al loro libro, non sembra apprezzare la scrittura collaborativa. E per il momento la storia di Brian è ancora ferma alla prima frase.
Esperimento fallito? Eppure la fanfiction, invenzione (anche collettiva) di storie che si basano su personaggi di romanzi, film e serie tv, su internet va alla grande. Forse lo scarso entusiasmo dimostrato finora per Livebook è solo la dimostrazione che non basta invitare gli utenti a uno sforzo collettivo, bisogna anche dar loro un personaggio almeno abbozzato nel quale riconoscersi.
- Tags: Amartya-Sen, blog, collaborazione, crescita-economica, economia-della-felicità, feltrinelli, luca-de-biase, naomi-klein, open-source, pil, social-network
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“Oggi non siamo più consumatori, risparmiatori, lavoratori, spettatori… Siamo persone. E da qui si riparte”. Questo è il mondo 2.0 secondo Luca De Biase, giornalista del Sole 24 Ore, esperto di cultura digitale, ottimista, come il titolo del suo libro Economia della Felicità, edito da Feltrinelli, lascia ampiamente intendere. Attenzione però. Il suo non è un ottimismo vago e buonista, basato sulla convinzione che nell’epoca dei blog siamo tutti fratelli, ma la consapevolezza che ci troviamo nel bel mezzo di una nuova era, e analizzandone le molteplici sfaccettature dobbiamo prendere atto che i modelli economici proposti fino a questo momento non sono più adatti allo scopo per il quale erano nati: condurci alla felicità.
Sarebbe contenta Naomi Klein nel leggere alcuni passi in cui De Biase, citando tra gli altri l’economista premio Nobel indiano Amartya Sen, afferma quanto sia insensato “sostenere, come alcuni fanno, che si possa scegliere un percorso di sviluppo che inizialmente neghi i diritti civili per accelerare la crescita economica e così combattere la fame”. Sembra un brano preso di peso da Shock Economy, l’ultimo saggio della Klein in cui la scrittrice canadese sostiene che proprio questo è stato fatto, con l’uso di violenza e torture in molti Paesi del mondo per imporre a forza il liberismo puro.
Il mercato che si autoregola è una panzana, afferma De Biase, le regole servono eccome, altrimenti si favorisce “l’emergere di protagonisti in grado di dettare le regole agli altri in base ai propri interessi particolari”: la parola corporation vi dice qualcosa? Finito l’impero del Pil, in cui la crescita era considerata come unico valore possibile da perseguire a qualsiasi costo, umano e sociale, De Biase si accalora nel sostenere che nell’era della conoscenza, nella quale ora ci troviamo, sono altri i valori sulla cresta dell’onda. Competenza, creatività e innovazione contano più di tutto e rompono con la loro forza ogni steccato ideologico e ogni protettorato economico. La collaborazione tra persone, resa possibile dalla rete delle reti, mette tutti noi nella condizione di essere proattivi e non più pubblico di compratori dei contenuti altrui.
Non solo, ma cambia il concetto di felicità in relazione al benessere. Da un po’ di tempo a questa parte gli economisti hanno dovuto smettere di fare finta che il fine possa essere disgiunto dai mezzi per ottenerlo. Perché ci servono più soldi? Se la risposta è “per comprare cose di cui non abbiamo bisogno” non è forse ora di smettere di pedalare in quella direzione? De Biase ci invita a prendere atto di una squallida tendenza: stiamo monetizzando cose che un tempo erano gratuite. Perché invece di dover fare i soldi per pagare cose che un tempo avevamo a disposizione gratis (come il tempo libero in famiglia che ora si passa a fare shopping nei centri commerciali) non torniamo a dare valore agli aspetti non finanziari della nostra esistenza, ovvero quelli in cui possiamo più pienamente esprimere noi stessi? Social Network, blog, software open source sono tutti prodotti di una società che attraverso la collaborazione volontaria e gratuita si sa dotare di strumenti utili che arricchiscono le relazioni tra gli individui.
Economia della felicità è un libro che può non trovare tutti d’accordo, ma contribuisce in maniera stimolante a descrivere il momento di forti cambiamenti che stiamo vivendo e aiuta a capire quali sono le opportunità da cogliere.
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“La mia voglia di parlare di libri in tv parte da lontano”. Alessandra Casella, conduttrice qualche anno fa di A tutto volume, attrice, giornalista e soprattutto avidissima lettrice ha finalmente trovato il modo di soddisfare questa voglia senza dover passare la maggior parte del proprio tempo a convincere i dirigenti televisivi che leggere è bello. “Non è che le tv in generale siano molto disponibili: mi dicono sì per qualsiasi altra cosa ma non vogliono fare trasmissioni che parlino di libri. Invece secondo me si può parlare di libri in tv ed essere divertenti e vari”. E ci ha creduto al punto da crearsi la propria tv, tutta dedicata ai libri, che va in onda su internet.
Come nasce Booksweb.tv?
Digital Identity, il provider di una marea di televisioni, da quella del Senato a quella dell’Enel e di altre grandi aziende, aveva progetti per creare delle web tv aperte a tutti. Hanno sviluppato il sistema in tempi in cui nessuno parlava di tv sul web, perciò sono i più ferrati in assoluto e Booksweb.tv è il primo progetto “aperto” che hanno realizzato.
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Come si mantiene una web tv che parla di libri?
Io lavoro con tecnici che per amicizia e fiducia nel progetto hanno dato il loro apporto e autori-amici che danno il proprio contributo su base volontaria. Abbiamo Roberta Schira, Raul Montanari, Marco Buticchi, Fabio Bonini attore e ora autore di un libro sul mare. Barbara Garlaschelli si è proposta per la rubrica Libri in carrozza. E poi Zap Mangusta, filosofo anomalo e grande comunicatore, Antonio Capitani, astrologo numero uno di Astra, che abbina libri e segni zodiacali… Inoltre diversi editori per fiducia mi hanno dato subito da intervistare dei pezzi da 90 (come Michela Chabon e altri grossi nomi). Questo è un ambiente in cui ci si conosce ed è una cosa molto positiva. Sono determinanti gli scrittori che rilasciano belle interviste. Arturo Perez Reverte, per esempio, come autore del nostro Libro del mese, ci ha rilasciato una sostanziosa intervista di un’ora e mezza - che noi abbiamo ovviamente tagliato e montato - dicendo anche cose molto personali. Tra di noi c’è un’amicizia letteraria che dura da 10 anni. Poi ci sono anche editori che hanno aspettato di vedere la tv prima di proporci i propri autori.
A parte il contributo volontario di persone dell’ambiente, immagino che avrete presto bisogno di inserzionisti…
Sì, cerchiamo sponsorizzazioni e abbiamo già due o tre contatti buoni. Noi non vogliamo editori come sponsor: devo essere libera di parlare dei libri che voglio come mi pare. Ci consideriamo uno spazio aperto. Per tutti. Abbiamo anche una rubrica dal titolo Mi raccomando… in cui ospitiamo uno scrittore che ci parla del proprio libro. E il titolo la dice lunga sul nostro atteggiamento: te lo proponiamo ma prendilo con le pinze. C’è anche spazio per gli esordienti (Stasera mi butto) e in pentola bollono molte altre cose che faremo quando avremo più soldi. Comunque per essere un sito nato nell’anonimato stiamo andando bene: nei primi due giorni abbiamo avuto 1300 contatti. E la buona notizia è che la permanenza è molto lunga, da mezz’ora a un’ora.
Quali opportunità offre il web rispetto alla tv?
L’apporto del web è fondamentale: il feedback e la partecipazione sono essenziali. Abbiamo in programma di fare delle dirette di alcuni eventi e dei dibattiti in diretta. Il pubblico si collega ed entra nel dibattito. Gli scrittori si mettono a disposizione del pubblico, come in un festival letterario perenne. Per ogni autore ci sarà una mail “@booksweb.tv” e noi ci prendiamo l’impegno di inoltrare la corrispondenza. Poi, come ogni tv, abbiamo un palinsesto, su cui però si può intervenire: puoi far partire in qualunque momento le cose che ti interessano. Ma Internet si fa facendolo, e tra un mese il sito sarà ancora più ricco e funzionale. Integreremo i video e le interviste con molti materiali scritti: biografie, bibliografie, citazioni. Siamo molto attenti anche alla qualità anche nell’immagine: per le riprese ci appoggiamo a persone di grandissima professionalità, che appartengono a due società di produzione conosciute tramite Francesco Grazzini, uno dei migliori cameraman di Mediaset con cui ho lavorato ai tempi di A tutto volume, e che si è messo in proprio. Infine apprezzo la libertà. La tv è un luogo di potere, è sempre stato così. Qui il potere ce l’ho io. Io sono il direttore editoriale e nella mia tv non ci sono i libri degli amici degli amici imposti da qualche dirigente, ma solo buoni libri, che vale la pena leggere.
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Booksweb tv

Lavoravano a vario titolo nel mondo dell’editoria, si sono radunati intorno a una rivista letteraria, poi sono passati a fare gli editori tout-court e in pochi mesi hanno fatto il botto. Pubblicano romanzi a cavallo tra l’horror e il comico, l’ultimo è Un lavoro sporco, graphic novel e saggi. Sono quelli di Elliot Edizioni, giovanissima casa editrice romana che ha più di una peculiarità. Tanto per cominciare non c’è un solo direttore editoriale - ma un team composto da Giovanni Arduino, Felice di Basilio e Loretta Santini, tutti provenienti da case editrici (rispettivamente Sperling & Kupfer, Arcana e Fazi) - che sceglie i libri da “pubblicare seguendo esclusivamente il proprio gusto”. Lo racconta Giovanni Arduino, editor, scrittore (molto prolifico e sotto numerosi pseudonimi) e adesso parte dello staff editoriale di Elliot.
Ci vuole coraggio per fondare una nuova casa editrice in un mercato come quello italiano?
Il bello dell’editoria, come mi hanno detto molte delle persone che ho incontrato sul mio cammino, consiste nel fatto che è per il 30 per cento fiuto e per il 70 per cento puro culo. Si possono fare tutti i calcoli del mondo ma arriva sempre qualcosa che scombina le carte.
È stato il caso, per voi, del Metodo Antistronzi, saggio di un professore di Stanford su come sopravvivere in un ambiente di lavoro ostile: ottimo successo di vendite.
Il metodo antistronzi ci ha dato grande visibilità e ottime vendite. Nel viaggio che abbiamo fatto negli Stati Uniti nell’autunno del 2006, quando stavamo creando la casa editrice, abbiamo incontrato un agente a New York che ci ha proposto questo titolo, ci è piaciuto e lo abbiamo preso. È andata bene.
Quanto conta la pubblicità? Voi ne fate parecchia sui giornali.
Cerchiamo di essere presenti, le proviamo tutte. La pubblicità sui giornali è ancora relativamente abbordabile. Riusciamo a strappare buoni prezzi perché ci appoggiamo a Vivalibri, che possiede varie case editrici e quindi acquista pacchetti pubblicitari. Poi abbiamo una buona presenza sul web, con il nostro sito e anche con una pagina su MySpace, che contribuiscono a creare uno zoccolo duro di lettori che ci seguono. Gli spot tv sono invece troppo cari. La pubblicità comunque serve sopratutto per singoli titoli da evidenziare. Avremmo voluto fare della pubblicità al Metodo Antistronzi nelle stazioni della metropolitana di Roma e di Milano, ma non abbiamo trovato l’accordo per via del titolo, considerato troppo esplicito. Del resto è la traduzione del titolo americano, forse un editore generalista italiano lo avrebbe smorzato in Manuale no mobbing…
Gli italiani sono lettori difficili da conquistare?
Ogni tanto si sente dire che gli italiani leggono di più. A parte il fatto che si tratta sempre di cifre vergognose, la verità è che c’è un maggior numero di persone che legge meno titoli. Insomma i grandi best-seller vendono di più, mentre un tempo la lettura era spalmata su più titoli. E la durata media di un volume in libreria è di una settimana.
Quanto conta il rapporto con gli autori e perché non pubblicate autori italiani?
Il rapporto che vogliamo instaurare con gli autori è di lunga durata. Noi ci siamo a sostenere il libro, non solo quando esce ma anche nel tempo. E se un libro ci piace vogliamo pubblicare anche gli altri dello stesso autore. Il rapporto è molto personale. Li facciamo venire in Italia, li facciamo conoscere. Autori italiani ancora non ne prendiamo perché faremmo loro un cattivo servizio: l’autore italiano va seguito e curato, dalla stesura all’editing al lancio. Magari all’inizio costa meno accaparrarselo ma sul lungo periodo è un investimento molto più oneroso. Troppe case editrici pubblicano 10 esordienti all’anno, li buttano fuori e poi vedono chi sopravvive. Non è quello che interessa a noi.
Puntate su libri che hanno già avuto un buon successo in America?
C’era una volta il libro che era andato benissimo in America e vendeva anche in Italia. Ora il fenomeno è ridimensionato. Il Metodo antistronzi ha venduto oltre 200 mila copie, ma non è detto che funzioni con tutti i titoli che hanno avuto successo negli Usa. Secondo noi molti libri trasversali, di economia e psicologia del lavoro, se sono scritti bene, sono tra i migliori saggi che ci possano essere perché trattano molte discipline (sociologia, psicologia ecc). Ci abbiamo puntato molto e abbiamo ottenuto risultati al di là delle nostre aspettative.
Infine i booktrailer, video che presentano i libri. Funzionano?
Il booktrailer va in posti in cui il libro non arriva. Negli aggregatori di video su Internet come MySpace tv, ad esempio, ma anche MTV e All music li passano ogni tanto. Il senso è quello di trovare nuove strade per far parlare di libri. Quale funzioni ancora non lo so…
Il book trailer di Un lavoro sporco

Che succede a un bambino che cresce senza padre? Che comincia a cercare una figura paterna in ogni uomo che incontra. E qual è il posto migliore per stare in compagnia di tanti uomini adulti? Se si vive a Manhasset, sobborgo di New York, famoso soprattutto per l’amore dei suoi residenti per l’alcol, non c’è posto migliore di un bar. Il bar delle grandi speranze, edito da Piemme, è la storia vera di J.R. Moehringer, giornalista premio Pulitzer del Los Angeles Times, che finalmente realizza dopo 20 anni il suo sogno di scrivere un libro sul bar in cui è cresciuto. Il padre, dj radiofonico, è solo una voce nella vita di J.R., che passa l’infanzia a sintonizzare la radio in cerca del conforto maschile che gli manca. Vive nella pulciosa casa dei nonni materni insieme alla madre, desiderosa di andarsene, di rifarsi una vita, ma sopraffatta dagli eventi avversi. Tra i due c’è un rapporto tenero e struggente: madre e figlio cercano di prendersi cura l’uno dell’altro ma sono afflitti da una fragilità di fondo che sembra impedire loro di avere nella vita il successo che meritano. E J.R. cresce cercando di compiacere la madre, la quale desidera che il figlio si laurei a Yale e diventi un avvocato per poter far causa al padre che li ha abbandonati. Nel frattempo però ha bisogno di maschi adulti che facciano di lui un uomo vero.
Comincia così la sua frequentazione del Publicans, un luogo mitico, popolato da personaggi di cui Moehringer fa ritratti credibili e, si scopre alla fine, nella pagina dei ringraziamenti, del tutto aderenti alla realtà, nomi e soprannomi compresi. E se il bar è il luogo che accoglie e non giudica, con gli anni, conseguita la mitica laurea a Yale ma bloccato nella carriera giornalistica che vorrebbe intraprendere, J.R. si rende conto che può anche rappresentare il maggiore ostacolo alla realizzazione dei suoi sogni.
Gli scrittori americani hanno con l’alcol un rapporto che non ha eguali nelle letterature degli altri paesi. È come se bere e raccontare del bere fosse inevitabile. J.R. Moehringer ammette però che è solo dopo aver smesso che è riuscito davvero a diventare il giornalista e lo scrittore che voleva essere. Il libro, giudicato nel 2005 il migliore dell’anno da molti giornali americani, è divertente, commovente e onesto. Possiamo solo sperare che, dopo aver attinto a piene mani alla sua vita, Moehringer abbia ancora voglia di raccontare storie in forma di romanzo.


Il più grande e più vecchio individuo che vive sul pianeta Terra è un arbusto di Lomatia Tasmanica. Da 43 mila anni i rametti e le gemme che cadono a terra mettono radici e danno vita a un altro individuo geneticamente identico alla pianta genitrice. E’ un metodo di riproduzione comodo, slegato dalla sessualità, che rende praticamente immortali. Eppure quasi nessuna specie lo sceglie. In “Sesso ed evoluzione” (Bompiani) Andrea Pilastro, professore di zoologia all’Università di Padova, spiega il perché, riagganciandosi ai princìpi della selezione naturale ma indagando soprattutto quelli della selezione sessuale che Darwin ipotizzò senza poterla dimostrare sperimentalmente .
E’ un viaggio affascinante e a volte crudele tra maschi stupratori, femmine promiscue, e molte sorprese. I test del dna sui pulcini hanno dimostrato per esempio che molte specie di uccelli considerate monogame non lo sono affatto. Quanto all’istinto materno (e paterno) dei volatili, chiedere al grazioso Pendolino: quando si schiudono le uova, maschio e femmina fanno a gara a chi abbandona prima il nido per lasciare i piccoli alle cure dell’altro.
Non tutti sanno poi che il Pesce Pagliaccio, che vive in coppia all’interno di un anemone, ha una caratteristica curiosa: se la femmina muore, il maschio cambia sesso, il più grande dei figli matura sessualmente e la coppia si riforma (ma questo nel film sul pesciolino Nemo non veniva raccontato). Il contrario accade a un altro pesce della scogliera corallina, la Donzella Testa Blu: se il maschio dominante viene predato, la femmina più grande nel giro di poche ore comincia a corteggiare le femmine, e alla sera prova la sua prima esperienza sessuale nei panni di maschio.
Pilastro dimostra poi come dietro molte scelte delle femmine che ai nostri occhi appaiono puramente estetiche, tipo scegliere il maschio con i colori più sgargianti, si nascondono comunque considerazioni genetiche: solo chi è in ottima forma e in grado di fuggire rapidamente può permettersi di diventare più visibile per i predatori. Tra le cui fauci, alla fine, rimane proprio la femmina.

“Marta camminava lungo la riva triste e senza peso come un’ombra”. Ma non avrebbe mai dovuto trovarsi lì perché l’autore del libro non ce l’aveva messa. Inizia così La versione spagnola, di Alberto Ongaro, edito da Piemme. Massimo Senise, scrittore in crisi di ispirazione, si immerge nella lettura che diventa via via più inquietante della versione spagnola del suo ultimo romanzo. La traduzione è mirabile, lo stile elegante, il testo originale rispettato in tutto tranne per alcune incursioni della traduttrice, che si è permessa di fare minuscole ma significative aggiunte al testo in diversi punti del libro. Analizzando le differenze Massimo trova riferimenti alla sua vita assai puntuali, di cui solo chi lo conoscesse davvero bene potrebbe essere al corrente, ma anche, disseminati qua e là, alcuni piccoli cambiamenti apparentemente privi di senso, che però sembrano comporre un unico messaggio esplicito: “Marta muore per colpa tua”.
Il libro è il viaggio dello scrittore da Roma al Veneto nei posti della sua infanzia e poi in Spagna alla ricerca della misteriosa Madgalena Vegas Palacio, che nella traduzione ha fatto molto più che prendersi la libertà di modificare il suo testo, ha architettato questo complicato artificio per scatenare nello scrittore il senso di colpa. Ma qual è la colpa? E per che cosa? Massimo è costretto a ripercorre tutta la sua vita, scandagliando ogni relazione, anche la più insignificante, con ogni donna in cui cerca di scorgere la triste Marta. Alla fine il mistero sarà svelato, ma la vita dello scrittore non sarà più quella di prima, e di certo non lo sarà la sua arte.
Ongaro, già inviato in giro per il mondo per l’Europeo e poi sceneggiatore di fumetti per anni in Argentina, sa come raccontare i luoghi e come rendere la suspence del lento disvelamento di un mistero. È poi imbattibile nelle storie en abîme, dove personaggi della finzione e persone reali si mescolano all’interno di storie fantastiche, come nel bellissimo La taverna del doge Loredan. Ne La versione spagnola ci porta per mano nell’incubo privato di uno scrittore che non si sente più in grado di creare, e che si rende conto di aver sacrificato alla propria arte le vite delle persone che ha conosciuto. Ispirarsi a persone reali però, anche quando questo “furto” è stato fatto inconsciamente, non è stato e non sarà senza conseguenze.


Sui libri di storia abbiamo studiato l’avvicendarsi di re e principi, le guerre, i grandi eventi politici, mentre la vera storia dell’umanità, ciò che decideva le sorti e lo stile di vita delle persone, si stabiliva sui mercati. Jacques Attali, consigliere di sinistra del governo di centrodestra di Nicolas Sarkozy, chiamato a presiedere la Commissione sui Freni alla Crescita, comincia la sua Breve storia del futuro, appena pubblicato in Italia da Fazi, raccontando il passato. E in particolare tracciando una sintetica cronologia del capitalismo e dei suoi “cuori” che si sono alternati nei secoli a partire da Bruges nel 1200 per arrivare agli anni Ottanta del secolo scorso, con la relativa rivoluzione tecnologica che ha visto nascere il computer come oggetto prodotto in serie.
Cosa succede da qui in poi? Attali teorizza che aldilà dei problemi che oggi sembrano più pressanti (pace in Medio Oriente, disuguaglianze, scontro di religioni, malattie come cancro, Aids e obesità), e che un domani verranno risolti, “continueranno ad agire alcune grandi tendenze, quasi immutabili”. Una delle più importanti, e di cui vediamo già i segni oggi, è quella al nomadismo: delle persone, del lavoro, degli oggetti.
Da qui a 30 anni i due business in assoluto più redditizi saranno le assicurazioni e l’industria dell’intrattenimento, in risposta a una generale precarietà che spingerà a investire in un barlume di sicurezza futura ma anche a spendere per distrarsi e in qualche modo proteggersi dal presente. Si passerà, anche questa una tendenza in parte già in atto, sempre più dall’acquisto all’accesso. Secondo Attali il mondo si troverà a passare attraverso due esperienze totalizzanti e brutali, l’Iperimpero, che controllerà un nuovo mondo privo di un solo cuore, che sarà divenuto policentrico, e l’Iperconflitto, che ingloberà tutte le guerre (di penuria, di frontiera, di religione), in uno scontro bellico totalizzante e planetario.
Solo allora, di fronte alla prospettiva di un’esistenza spesa ad armarsi e difendersi, l’umanità si renderà conto che esiste un’altra via, le cui potenzialità sono evidenti già da ora, che è quella dell’Iperdemocrazia: una forma di governo mondiale fondata sull’interdipendenza e sulla cooperazione.
Le teorie di Attali sono interessanti, le previsioni sull’evoluzione di alcune tecnologie curiose e a volte geniali. Il fine del libro è convincerci che le tecnologie a disposizione già oggi possono mettere gli uomini nelle condizioni di cooperare per garantisti domani un’esistenza davvero piena e dignitosa. Nella convinzione che il cammino dell’uomo porti dritto verso la libertà e che l’unione delle potenzialità e delle intelligenze di ciascuno formi un’intelligenza universale che è di per sé qualcosa di più della semplice somma dei singoli contributi.
Nella breve post-fazione sull’Italia Attali spiega perché difficilmente sia destinata a giocare un ruolo centrale nel mondo del futuro: assenza di una vera “classe creativa”, uno dei tassi di natalità più bassi al mondo occidentale (44 pensionati su 100 attivi), investimento in tecnologie vecchie, tasso d’impiego tra i più bassi d’Europa. Le soluzioni al ristagno? Una seria politica di integrazione degli immigrati e l’innalzamento dell’età pensionabile.

Lo Shuttle Discovery è in rampa di lancio a Cape Canaveral e si torna a guardare all’insù immaginando che un giorno possa toccare finalmente a noi. Ma siamo preparati a ciò che ci aspetta? Raggi cosmici, temperature proibitive, gas nocivi, terremoti, eruzioni vulcaniche e frane a non finire sono solo alcuni dei pericoli che attendono i viaggiatori che domani avranno la voglia e il coraggio di avventurarsi nello spazio. La tecnologia ce la stanno già mettendo i ragazzi della Nasa e non solo: è in atto una silenziosa corsa all’oro per aggiudicarsi le rotte turistiche del futuro. A raccontarci quali luoghi visiteremo e come è Neil Comins, insegnante di astronomia dell’Università del Maine, che in Viaggiare nello spazio - Guida per turisti galattici (Kowalski editore) racconta un po’ di cose interessanti sulle scoperte fatte nelle esplorazioni realmente avvenute. Forse Comins è uno scrittore di fantascienza mancato, a giudicare dal gusto con cui immagina scenari futuri in cui sarà forse possibile a occhio umano godere delle sfumature colorate dell’aria di Io, satellite di Giove, simili a quadri di Rothko. O quando ipotizza che “l’autentica frontiera per i truffatori è lo spazio”, e vanno per la maggiore rimedi farlocchi contro i malesseri “cosmici” venduti su internet.
Se la Virgin Galactic progetta di mandare turisti paganti a zonzo oltre l’atmosfera terrestre entro il 2010, Comins ci avverte che dal 2030 potrebbe essere fattibile uno sbarco su Marte e da lì, perfezionando di molto le attrezzature, sarebbe possibile il salto verso le lune di Giove. Ma oltre non si va, neanche con la mente, almeno non in questo secolo.
I viaggiatori sono pregati di far attenzione a organizzare bene il viaggio, tenendo presente che i corpi celesti, a differenza dei continenti terrestri, non sono destinazioni fisse, bensì in continuo movimento. Se ad esempio la meta è Marte, conviene pianificare il volo quando questo pianeta si trova dal nostro stesso lato del sole e non quando nella sua rotazione si va a collocare dalla parte esattamente opposta. Meglio insomma aspettare il proverbiale “allineamento dei pianeti”.

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