Archivio per autore: » paolo.papi

La Gogna, un libro inchiesta sulla malagiustizia (e sulla malainformazione)

Minoritario e controcorrente. In una parola nobile, ma resa  indigesta da troppe chiacchiere,  garantista. Il libro La Gogna: come i processi mediatici e di piazza hanno ucciso il garantismo in Italia (Boroli editore), nelle librerie dal 14 luglio 2011, è un’ inchiesta di Maurizio Tortorella, vicedirettore di Panorama, dedicato ad  uno dei temi più scottanti della recente storia italiana: l’impatto distorsivo della comunicazione di massa sulle prime fasi del processo penale e sul precetto costituzionale di non colpevolezza degli imputati. Continua

Demian Sideheart, il romanzo fai-da-te

libreriaUn romanzo d’esordio che, dice l’autore,  «sta andando sorprendentemente bene». 1000 copie vendute in pochi mesi solo grazie al tam tam, una ristampa già pronta, e la soddisfazione di vedere il suo Demian Sideheart (pubblicato nel novembre 2010) in bella vista nelle vetrine di alcune delle più importanti librerie  come Mondadori e Feltrinelli e vincitore, senza santi protettori, del   premio letterario internazionale città di Cattolica. Continua

Il nuovo colonialismo: caccia alle terre coltivabili

Quando il Financial Times, a novembre 2008, svelò che la Diaewo Logistics (una multinazionale coreana ndr) aveva ottenuto gratis metà della coltivabile del Madagaskar, le reazioni furono travolgenti. I giornali di tutto il mondo commentarono allarmati il nuovo fenomeno che gli attivisti definirono land grabbing, accaparramento della terra e il direttore della Fao, neocolonialismo. Ma la corsa ad acquisire terreni nei Paesi in via di sviluppo da parte di società private, fondi di investimento e governi era cominciata molti anni prima dell’affare Diaewoo.

Continua

Karma Kosher: I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock

manifestazione tel aviv11

Non sappiamo se esiste davvero l’«antisemitismo di sinistra» camuffato da antisionismo denunciato dal vicedirettore del Corsera Pierluigi Battista in occasione del Giorno della Memoria e delle polemiche sulla Fiera del Libro di Torino. Sappiamo però, per certo, che esiste un pregiudizio politico anti-israeliano, assai diffuso in alcune frange della sinistra europea, che tende a considerare lo Stato e la società israeliana come un Moloch, un’entità maligna che complotta contro la pace e la fratellanza universali. Contro questo pregiudizio, ispirato al principio schellinghiano della notte «in cui tutte le vacche sono nere»,  l’antidoto  può essere la lettura di un libro di 169 pg. - Karma Kosher. I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock’n'roll (Marsilio) - scritto da Anna Momigliano, una giovane giornalista milanese indiscutibilmente «laica, progressista e pacifista» che ha condiviso, assieme a decine di migliaia di suoi coetanei israeliani, il «sogno di Oslo», la speranza che Israele diventasse finalmente, dopo quarant’anni, un «Paese normale»,  in pace cioè  con i suoi vicini palestinesi e libanesi.

www.bol.it Prendendo le mosse dalla famosa stretta di mano tra Rabin e Arafat del 1993, l’autrice ci conduce per mano negli ultimi quindici anni di storia sociale israeliana, raccontandoci - con un linguaggio privo di fronzoli - la Tel Aviv ribelle e underground, il significato dei viaggi post-militare in India (soprattutto a Goa) dei giovani israeliani, ma anche  la nascita e il declino del movimento pacifista, le cui aspirazioni spezzate culminarono con l’assassinio di Rabin  e con il rilancio, a ridosso delle elezioni del 1996, degli attentati suicidi palestinesi che portarono al potere il «falco» Netanyahu. Ma, per capire quello cui aspirano i tanti giovani israeliani che come lei, a metà anni Novanta,  hanno creduto che la pace fosse davvero a portata di mano, basta ricordare quello che scrive l’autrice di Uri Grossman, il figlio del grande scrittore israeliano morto in Libano del 2006: «Lui aveva un padre molto famoso, per questo la sua morte ha attirato le telecamere di tutto il mondo. Ma quanti ragazzi come lui si trovano in Tsahal! Ragazzi che sostengono il processo di pace, votano a sinistra, vanno alle manifestazioni, discutono di politica fino a notte tarda, si arrabbiano come solo a vent’anni ci si può arrabbiare, contro la violenza dei fanatici e la cecità dei politici». Ecco: è questo il senso profondo del libro di Anna Momigliano. Un invito al dialogo e a tenere aperte le porte della speranza, come volevano - nonostante le durezze della guerra -  i padri fondatori, «socialisti e sionisti»,  dello Stato ebraico. Ma è anche un invito, per chi vive di pregiudizi, a imparare riconoscere la ricchezza e le articolazioni della società e della democrazia israeliana. Togliersi i paraocchi. L’ignoranza, in questo caso, è davvero imperdonabile.

In questi giorni sono fuori di me: memorie di una drag queen

Stati Uniti
Josh Kilmer-Purcell, pubblicitario ed ex drag queen

Fiumi di alcol, cocktail di cocaina e crack, seni di plastica e, per incipit, la solita, annosa domanda sul senso della vita che si fanno i bevitori compulsivi: “Ho appena finito la mia vodka ed eccomi alle prese con il ridicolo, perenne, dibattito interiore in cui discuto se ordinarne un’altra”. Protagonista di questo gustoso romanzo memoir di Josh Kilmer-Purcell, dal titolo In questi giorni sono fuori di me (Baldini e Castoldi), è un ragazzo di campagna giunto dal Wisconsin alla conquista di New York che di giorno fa il pubblicitario a Soho e di notte si trasforma in una talentuosa drag queen dilettante della scena notturna di Manhattan. Nome d’arte: Aquadisiac, dal pesciolino rosso (vispo come un’anguilla) che s’infila nel seno di plastica per mandare in visibilio i clienti.

Il suo amichetto, Josh, è invece un escort omosex pagato per umiliare i suoi facoltosi clienti: tutti rispettabili padri di famiglia e uomini di successo, come Houdini, disposti a sborsare cifre astronomiche o ad affrontare lunghi viaggi transoceanici pur di farsi incaprettare (in senso tecnico-mafioso) per un week end, in un lussuoso attico newyorkese, dal loro escort preferito. Sono gli ingredienti di questa tragicommedia degli eccessi di cui sono già stati acquistati i diritti cinematografici e che Clive Barker ha definito “in una parola, meravigliosa”. Di certo, scritta con garbo essendo pochi gli autori che possono permettersi di scrivere “troia” ogni due per tre senza mai scivolare nel triviale. Sottotitolo possibile: la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza. O per dirla con Jack e i suoi sogni di un principe azzurro ad interrompere la leggera discesa agli inferi che ha accompagnato un pezzo della sua vita: “Non sarò una drag queen per sempre. E lui non sarà un escort per sempre. Un giorno saremo gente per bene, con carriere stereotipate, crisi di mezza età e alla fine pensionati con un appartamentino in Florida”. Se lo volete conoscere, Josh ha anche una pagina su Facebook. Da cui potrebbe spiegare ai profani le piccole grandi differenze che regnano nel mondo del trasformismo: “Chi si traveste a scopo di feticismo sessuale è un travestito. Chi si traveste per dare spettacolo è una drag queen. E chi chiunque pensi che, abiti a parte, il suo corpo non gli appartenga è un transessuale”.

Droga: viaggio all’origine del mito

Contadino, Jurm, Afghanistan settentrionale
“C’era una volta, tanto tempo fa, una donna bellissima. In molti si innamorarono di lei, ma nessuno poteva averla. La idolatravano, la cercavano, le dichiaravano amore. Ma lei non riusciva a scegliere. Alla fine divenne così disperata che si uccise. Una pianta crebbe allora dal suo cervello come tra le sue gambe. Poi un bel fiore bianco sbocciò: era oppio, il fiore della vita, il fiore della morte”. Inizia così, con un’ode di un anonimo coltivatore birmano, il libro inchiesta Narcotica, Isbn edizioni, che ha portato l’autore a ripercorrere a ritroso, in un viaggio durato sei anni, le rotte della produzione e del consumo di droga in giro per il mondo. Tra coltivatori d’oppio che ringraziano Allah per il raccolto e fumatori di eroina di Bogotà, corrieri latinoamericani che trasportano le capsule di droga nello stomaco e anziane tossicomani afghane che lo invitano a fumare sotto il burqa, Alessandro Scotti, giornalista, fotoreporter e good willing ambassador delle Nazioni Unite per la lotta contro il narcotraffico, squarcia il velo sul mercato globale degli stupefacenti descrivendo senza moralismi un mondo corrotto e violento popolato di narcos e poliziotti compiacenti, corridos messicani e funzionari della Dea, trafficanti occidentali sepolti vivi in un carcere thailandese e semplici tossicomani di strada, come in un avvincente film d’azione americano. Il punto è che è tutto vero.
Secondo l’economista Steven Levitt la maggioranza dei drug dealers del mondo vive con i genitori perché non può permettersi altro. E perché ha un reddito inferiore a quello di un impiegato di McDonald’s. Eppure pochi nel Terzo mondo sognano di lavorare in una catena di supermercati. Perché?
La narcoeconomia si regge sul miraggio dell’arricchimento facile e spropositato. Un’illusione bella e buona: c’è nel mondo una percentuale elevatissima di spacciatori con redditi molto bassi e rischi molto alti e una percentuale infima di persone che ha redditi da rendimento elevati con un proporzionale decrescita dei rischi. La verità è che la possibilità di farcela con la droga è la stessa che ha la contadinella del Wisconsin di diventare una superstar di Hollywood, o di un atleta di un college di diventare un grande calciatore. Eppure il mito cinematografico di Scarface resiste.
Come è possibile?
Si prenda ad esempio Pablo Escobar, il più importante narcos colombiano degli anni 90. In Colombia diventa un mito non perché traffica droga ma perché rappresenta un thopos, quello di Davide contro Golia, il singolo contro il
sistema. Oltre tutto a dargli la caccia è l’America, la superpotenza per eccellenza, il nemico con la N maiuscola. Questo conta in alcuni settori sociali. La sua lotta contro l’estradizione negli Usa assume indirettamente, nell’immaginario popolare, un carattere politico: Escobar è un potente simbolo di emancipazione sociale, l’uomo di strada che è riuscito a fregare il gigante. È qui che nasce quell’economia delle illusioni che sta alla base del narcotraffico, di quelle centinaia di migliaia di persone che partecipano al mercato assumendosi rischi che razionalmente nessuno correrebbe.
A questa economia delle illusioni partecipa anche il piccolo coltivatore?
No, il contadino non ha l’illusione di diventare ricco. Il coltivatore colombiano o afghano semplicemente non ha alternative. Il fatto è che sia l’oppio sia la foglia di coca hanno enormi vantaggi rispetto ad altri prodotti: non sono deperibili e l’acquirente viene direttamente a ritirarti la merce. E questo è un fatto fondamentale in condizioni di isolamento. In realtà, una serra di 250 metri quadri in plastica di pomodori rende quanto un ettaro di oppio in termini di incom. Ma se vivi nelle ande colombiane dove li vendi i pomodori? Marciscono rapidamente, non hai corrente elettrica, e se devi raggiungere un mercato significativo, mancano le infrastrutture per trasportarlo. La verità è che, a parità di entrate, ogni qual volta si crea una rete economica che permette la scelta, il contadino non sceglie la produzione illegale, che ha una marea di controindicazioni. Tra cui i prezzi imposti dal monopolista e il pizzo.


Sei anni di lavoro, a contatto con spacciatori, contadini, narcos, poliziotti, disperati. Dal Tagikistan fino alla Birmania, dalla Colombia alla Thailandia. Qual è la molla che ti ha spinto a scrivere questo libro?
Narcotica nasce da un logica di partnership con varie testate, tra cui Rolling Stone e Time, l’unico modo per supportare i costi elevati del progetto. Mi ha spinto la curiosità intellettuale: ho cercato solo di andare alle origini di un fenomeno complesso che ha una sua superficie evidente, sotto la quale c’è però una cultura popolare profonda legata ai simboli e alle illusioni.
Hai avuto mai paura?
Molte volte, la paura è una compagna di strada, ma è come la febbre: un segnale che mi ha aiutato a prendere tutta una serie di precauzioni. Non credo alle operazioni garibaldine né agli assoluti mimetismi: sei sempre te stesso quando fai un’inchiesta e quando ti confronti con una realtà che non è la tua. Credo che questo mi abbia aiutato a cavarmela, ma c’è un’altra cosa che è stata fondamentale…
Quale?
Il tempo. Il fatto che avessi tempo mi ha consentito di poter misurare la realtà e crearmi una rete che mi desse qualche garanzia. È quello che manca nel panorama del giornalismo attuale.
Hai costruito rapporti di amicizia nel tuo lavoro d’inchiesta?
Assolutamente sì, anche a lavoro finito, sono in contatto con persone che mi hanno aiutato in questi sei anni. Una figura straordinaria è quella del fixer, quello che ti apre porte verso realtà che non sono tue. Un bravo tassista o autista ti può dare di più della complicità di un alto funzionario.
Parliamo di prezzi al dettaglio. Quanto è il ricarico della merce eroina?
In Europa i due estremi sono l’Islanda dove un grammo di eroina costa al dettaglio 372 dollari e il Belgio dove costa 19 euro. In Italia il prezzo medio è di 67 dollari al grammo. Per dare una misura all’ingrosso: l’eroina costa ventinove dollari al chilo.
E quello della cocaina?
La più cara d’Europa si compra in Islanda e costa 156 dollari al grammo. La più economica in Portogallo, 49 dollari al grammo. In Italia il prezzo al dettaglio è di 106 dollari al grammo, nel 2006. All’ingrosso, alla fonte, costa 52 dollari al chilo, l’equivalente di 5 cent al grammo. Con livelli di purezza che ovviamente decrescono più ci si avvicina all’acquirente finale.
Com’è cambiato il consumo di droghe negli ultimi anni?
Nel mio lavoro mi sono occupato principalmente degli anelli iniziali della catena. Sono andato alla fonte. Ma un po’ ovunque si sta diffondendo la pratica dell’abuso multiplo di droghe. Eroina e marijuana per far scendere la cocaina o l’ecstasy. Da noi è cambiata la percezione sociale della tossicomania. E nella diffusione dell’eroina soprattutto tra le nuove generazioni ha contribuito moltissimo, oltre all’eccezionale raccolto del 2006 in Afghanistan, anche il fatto che tra i giovani il ricordo degli eroinomani degli anni 80 e 90 è quasi sparito. Il problema della lotta contro la diffusione delle droghe è ancora oggi, prima di tutto, un problema culturale. E non di semplici strumenti repressivi.

LEGGI ANCHE: Il rapporto 2007 dell’Onu sulla produzione di droga - LA GALLERY

Romain Gary: Daniel Pennac, ma vent’anni prima

Chi ha apprezzato i romanzi di Daniel Pennac, ma dell’ultimo-
Pennac-sempre-uguale-a-se-stesso non ne può davvero più, è invitato a leggere Romain Gary (La vita davanti a sé, Neri Pozza) che, dei cantori della Francia multietnica, è un po’ il padre nobile. Inventore di quel gergo da banlieu e di immigrazione di secondo pelo che avrebbe fatto scuola, Romain Gary è stato un partigiano, un eroe di guerra e uno scrittore di fama caduto in disgrazia. Negli ultimi anni della sua vita, per superare l’ostracismo della società letteraria parigina, scelse di firmare i suoi romanzi con lo pseudonimo di Emile Ajar. Che dietro Emile Ajar (noto al pubblico parigino come uno dei più promettenti scrittori degli anni 70) ci fosse proprio lui, il vecchio Romain Gary, non lo sapeva quasi nessuno. Fino a quel colpo di pistola con cui si tolse la vita il 3 dicembre 1980. La vita davanti a sé uscì postumo pochi mesi dopo. Con la firma del suo vero autore.
Ambientato nel quartiere parigino di Belleville, questo capolavoro poeticamente antirazzista narra, con commuovente leggerezza, le vicende di un ragazzino arabo, Momò, figlio di nessuno (anzi di una prostituta) e accudito da un’altra prostituta, questa volta ebrea: Madame Rosa. Per Momò le puttane sono “gente che si difende con il proprio culo” e gli incubi “sogni quando invecchiano”. Per il critico letterario Stelio Solinas (Il Giornale) La vita davanti a sé è un “romanzo toccato dalla grazia” e scritto - per dirla con Jerome Garcin - con un linguaggio “chiaro, aereo, energico, come in certe pagine di Hemingway”.

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