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Forte dei Marmi alla fine degli anni ‘50
Cosa ci fa un pesce al guinzaglio sui fondali di Porto Venere? Se lo chiede, stupito, il sub che l’ha arpionato. Indaga e scopre che un giovanotto milanese ha incaricato un marinaio di legargli in luoghi stabiliti pesci catturati in precedenza, per poi tuffarsi e trafiggerli, facendo bella figura con le ragazze. Commento: “L’episodio dà un’idea di quanto possa il danaro milanese anche sott’acqua”.
Chissà se
Gian Carlo Fusco (1915-1984) se l’è inventato, questo aneddoto iperbolico, per il gusto della folgorante battuta finale: sarebbe in carattere con il personaggio.
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Particolare della copertina di “Io credo nei vampiri” di Emilio de’ Rossignoli (Gargoyle Books)
“La prima forza del vampiro” scrive Bram Stoker “sta nel fatto che nessuno crede alla sua esistenza“. Emilio de’ Rossignoli, invece, alla stirpe di Dracula ha sempre creduto, con il coraggio di andare controcorrente e ribellarsi alle mode : “Come ogni argomento trattato senza preparazione, a dritta e a rovescia, per soli fini commerciali” lamenta in Io credo nei vampiri “anche il vampirismo ha raggiunto la sua inflazione“. Continua

La casa editrice bolognese raccontata a 150 anni dai suoi esordi attraverso i ricordi di chi l’ha guidata per oltre un quarto di secolo. Il volume s’intitola Castelli di carte - Zanichelli 1959-2009: una storia. È il ritratto di una Dynasty familiare ma anche di un marchio che ha segnato la cultura e la scuola italiana. E che adesso deve fare i conti con Internet Continua

(Geronimo Silton ed Elisabetta Dami - foto di Giovanni Giovannetti/Grazia Neri)
Non è stato facile ottenere un appuntamento con lui: il direttore dell’Eco del roditore è sempre impegnatissimo, fra un’avventura e l’altra, a scrivere le sue storie tradotte in 37 lingue e lette in ben 135 paesi. Ma alla fine Geronimo Stilton ha accettato l’incontro. «Se non ci si aiuta tra colleghi…» è stata la bonaria risposta al cronista di Panorama. Continua
“Nel telegramma si diceva che sareste arrivati il 1° luglio (…) Oggi è solo il 31 giugno”: così quella sciroccata di zia Mame, look da bambola giapponese, accoglie lo sbigottito orfanello Patrick nella sua rutilante dimora newyorkese, in un giorno inesistente dei folli anni Venti.
Basta questa incongruenza temporale per esibire le credenziali dell’irresistibile personaggio: frivola e generosa, intellettuale modernista e venditrice di pattini, gentildonna sudista o principessa indiana in sari, come appare alla fine di questo romanzo esilarante, che si vorrebbe non finisse mai, zia Mame attraversa come un tornado di potenza rabelaisiana mille peripezie, senza che nulla riesca a scalfire la sua natura prodigiosamente terapeutica per noi lettori.
Il segreto di questo best-seller anni 50, recuperato con passione da Matteo Codignola, sta nell’incontenibile leggerezza della scrittura di Patrick Dennis, alias Edward E. Tanner III (1921-76). Dopo altri successi e altri alias, finì la carriera come maggiordomo. Purtroppo, non in casa di zia Mame.
Zia Mame, di Patrick Dennis (Adelphi) - 384 pagine, 19.50 euro

“Chi non muore si rivede” è solo un detto banale, caro alle nonne. Ma vi assicuro che nella terra di Dracula, il non-morto per eccellenza, assume tutto un altro sapore. È per questo che, al saluto del mio amico Vittorio, non ho potuto fare a meno di sobbalzare. Dopo dieci anni che non ci vedevamo mi è sembrato più magro e decisamente ringiovanito. Ho provato a buttarla sullo scherzo: “Ti sei sparato un tir di Gerovital?”. Ma l’amico si è limitato ad un sorrisetto immortale. Io e Diego ci siamo rivolti uno sguardo d’intesa, come a dire: si comincia bene.
Vittorio Ballarotti è un artista che non vuole essere definito tale e a un certo punto è scomparso dalla circolazione, ritirandosi “in volontario esilio” (così gli piace dire) a Sighisoara, la città natale di un certo Vlad Tepes in arte Dreacula. Proprio lui: il voivoda valacco (1430-1476), grande impalatore di turchi e non solo, che una leggenda dura a morire, originata dalla sua ferocia sanguinaria, ha associato alla mitologica figura del vampiro. La colpa, o il merito, è del soprannome: Draculea, ereditato dal padre Vlad Dracul, cavaliere dell’ordine del Drago e principe di Romania per volontà dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo.
Bella lezioncina di storia, direte voi. Me la ripasso mentalmente mentre filiamo nella notte verso Sighisoara, Schaessburg per i mercanti sassoni che l’abitavano nel medioevo commerciando con l’impero ottomano. Vittorio e Aurelian Varvara sono venuti a prenderci all’aeroporto di Cluj-Napoca, capitale della Transilvania e grande polo universitario. Il fatto che sia anche la città natale del re ungherese Mattia Corvino, che tenne Vlad Tepes per 12 anni a Budapest in una prigione scavata sotto il Danubio, è decisamente una piccola ironia della Storia.
Finalmente arriviamo. Sighisoara di notte, con la splendida Torre dell’Orologio e il municipio e le altre torri illuminate che si stagliano nel perimetro fortificato della città vecchia, è un colpo d’occhio che non si dimentica. La suite della pensione Vila Franka ha un suo confortevole incanto finto-medievale. Ma tutto questo non è sufficiente a tranquillizzarmi.
Ricordate il Dracula di Bram Stoker? Jonathan Harker arriva al castello transilvano del Conte per vendergli casa a Londra. E fin qui tutto bene: già Voltaire diceva che i veri succhiasangue, ossia capitalisti e banchieri, vivono nelle grandi metropoli. Ma io, stanco dei neovampiri rosè stile Twilight, mi sonno fatto trascinare in un’impresa impossibile: rivendere Dracula, quello vero, a casa sua. La mia fama di vampiromaniaco italiano, propalata da Ballarotti mi ha fruttato un invito al Rotary di Sighisoara per dissertare sul tema: un po’ come parlar di corda in casa dell’impiccato. O cercare di esportare cioccolata e orologi a cucù in Svizzera.
Eppure: “Te la caverai” mi rassicura Vittorio, nell’inquietante bric-a-brac d’oggetti che affastellano i quattro piani della sua casa a filo delle mura di Sighisoara, all’altezza della Torre dei Pellicciai. L’ha tirata su pian piano partendo da due porcilaie e una latrina. Adesso è un museo del tempo perduto che Diego non si stanca di fotografare, dove s’affastellano binocoli e carrozzine, cetre e violini, ampolle faustiane e civette impagliate, mappamondi e maschere demoniache, libri rari e macchine tessili, ritratti di Cecco Beppe e aeroplanini giocattolo.
A vivere in mezzo a tutto quel passato, Ballarotti è diventato profeta: in qualche modo al Rotary riuscirò a cavarmela ciarlando di Stoker, Le Fanu, Varney il vampiro malinconico, ma anche delle origini modenesi di Christopher Lee, il più celebre Dracula dello schermo, discendente per parte di madre dai nobili Carandini.
Il giorno dopo, è già l’ora degli addii, “Salutami la triste e generosa Milano” fa Ballarotti, richiudendo la grata della sua prigione-museo. Mentre Aurelian, gentile come sempre, riaccompagna me e Diego a Cluj, non so ancora che l’associazione Transilvania-Dracula ha deciso di invitarmi al prossimo congresso mondiale sul vampiro, che si terrà a Sighisoara dal 12 al 14 maggio del 2010. Dalla maglietta-ricordo di mio figlio Vlad Tepes sogghigna in silenzio.
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Sighisoara è una città transilvana di circa 30 mila abitanti, dove si respira ancora l’odore del medioevo. Schaessburg la chiamavano i mercanti sassoni che l’abitavano e commerciavano con l’impero ottomano, vessati da Vlad tepes, l’Impalatore( 1430-1476), il Dracula storico, noto per la sua ferocia sanguinaria.
Tracce evidenti della cultura germanica si mescolano alle radici magiare che si intrecciano con l’influsso romeno oggi preponderante, risalente a sua volta agli antichi Daci sconfitti dai Romani al tempo dell’imperatore Traiano. Ma è il medioevo il periodo d’oro che ha fatto di Sighisoara la “Cetatea de vis”, la città del sogno, dove le vestigia del passato storico - testimoniato dalla svettante Torre dell’Orologio e dalle altre torri che costellano la cinta muraria, edificate a spese delle varie corporazioni (macellai, pelliciai, barbieri, ecc.) - si mescolano alle tracce di Vlad Tepes che leggenda vuole sia nato qui, nella casa dove suo padre Vlad Dracul abitò tra 1431-1435.
Di sicuro il vero Dracula soggiornò a Sighisoara nel 1476, l’anno della sua morte. Questo basta a fare della città un luogo sacro ai vampirologi di tutto il mondo, che vi si radunano annualmente a convegno. Il prossimo appuntamento è fissato dal 12 al 14 maggio del 2010. Grande importanza riveste anche il festival medievale che si tiene ogni anno l’ultima settimana di luglio. Informazioni storiche e turistiche sono disponiibili su www.muzeusighisoara.com. L’accoglienza alberghiera è garantita dall’Associazia turistica Sighisoara. Si va da hotel di lusso come il 5 stelle Fronius Residence (www.froniusrecidence.ro) al 4 stelle Korona (www.hotelKorona.ro), a confortevoli pensioni come la medievaleggiante Vila Franka (www.sighisoara-tourism.com). Voli low-cost per Cluj-Napoca, da cui si dista 160km, sono disponibili da Orio al Serio con la compagnia Wizz Air.

“Sotto queste calde coperte sto ripercorrendo la mia vita (…). Sono la figlia e l’alunna linguacciuta e scontrosa (…) sono la sorella cattiva e insidiosa (…). Ma prima di tutto sono l’amante, sono la passionaria. Sono l’amante del bello, del brutto, del soffice, del duro». Con queste parole da lolita spregiudicata si presenta ai lettori la protagonista di Bocciolo di rosa, il romanzo che esce in questi giorni nella collana Pizzo nero dell’editore Borelli (www.borellieditore.it) a firma Melissa Panarello. Il nome Melissa vi ricorda qualcosa? Cancellate il cognome, lasciando solo l’iniziale, ed ecco saltar fuori Melissa P. Proprio lei. E Bocciolo di rosa è la versione originale di 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, il suo best-seller erotico da centinaia di migliaia di copie, pubblicato dalla Fazi nel 2003. Più esplicito e narrativamente più vigoroso, pur con certe inevitabili immaturità di stile, Bocciolo di rosa, resoconto delle esperienze erotiche di un’adolescente, scritto in forma di fiction romanzesca anziché di diario come 100 colpi di spazzola, il testo arrivò sulla scrivania di Gian Franco Borelli nel maggio 2002, quando Melissa Panarello, non ancora Melissa P., aveva solo 16 anni. «In questo romanzo» perorava l’autrice in una speranzosa email all’editore «ho cercato di spiegare come la vita di una sedicenne possa essere affascinante e attraente dal punto di vista sessuale». A frenare l’eros cartaceo di Melissa, ancora minorenne, s’interpose la madre: «Restammo d’accordo che avremmo firmato il contratto quando la ragazza avrebbe compiuto 18 anni» racconta Borelli. Ma poi l’editore non ebbe più notizie, finché il libro uscì dalla Fazi, con un titolo diverso e fortemente rimaneggiato nel testo. Adesso Borelli s’è deciso a pubblicare l’originale così come gli era stato affidato dall’autrice, convinto che il Bocciolo di Melissa Panarello sia più fragrante e genuino degli artefatti colpi di spazzola imposti dall’editing a Melissa P. E lei, cosa ne penserà? «Quando in 100 colpi trovo scritto “un eccitante pizzo nero in contrasto con la mia pelle bianca”» sorride l’editore «mi sembra un riferimento scherzoso proprio alla collana Pizzo nero. Un buon auspicio». Soprattutto se dal Bocciolo matureranno le belle royalty d’antan.

George Simenon (a destra) e Arnoldo Mondadori
“Bravo bravissimo” si congratula Georges Simenon, in una lettera inedita ad Arnoldo Mondadori del 21 giugno 1954, complimentandosi per la “charmante édition des Maigret”. E nel dicembre dello stesso anno, rispondendo a un biglietto di auguri, gli scrive: “Lo sa che lei è (…) il mio più vecchio editore, dal momento che ha cominciato a pubblicare i ‘Georges Sim’ e i ‘Christian Brulls’ (pseudonimi di Simenon, ndr) verso il 1925 o il 1926?”. Dalle parole dello scrittore traspare e quasi traspira un’affettuosa benevolenza. Ma se il commissario Maigret avesse voglia, tra un calvados e un pranzo alla Brasserie Dauphine, di indagare fra le carte del cospicuo fascicolo simenoniano conservato alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori diretta da Luisa Finocchi, scoprirebbe che il rapporto tra lo scrittore belga e la sua casa editrice italiana non fu tutto rose e fiori.
Maigret potrebbe imbattersi, per esempio, in questo acido giudizio di Elio Vittorini, datato marzo 1952, a proposito di Une vie comme neuve, storia d’un uomo qualunque che, dopo un ricovero in ospedale, si mette a vivere una doppia vita: “Io preferisco, in fondo, il Simenon poliziesco che non ti dà tempo di badare alle sue qualità letterarie. Perché le sue qualità letterarie sono d’un naturalismo mediocre morto e sepolto da trent’anni almeno”. Ed è ancora Vittorini a ritenere impubblicabile Le roman de l’homme, “discorso di Simenon sull’evoluzione umana e le sue remore”.
Oggi lo scrittore belga (1903-1989), della cui scomparsa ricorrerà a settembre il ventennale, esce in Italia con il marchio Adelphi, l’equivalente del caviale beluga in campo letterario. Ma sulla sua sterminata e inevitabilmente diseguale produzione (circa 450 tra romanzi, racconti e scritti vari) gravò a lungo il pregiudizio riservato agli autori di genere.
Con l’aggiunta di censure di stampo moralistico o politico. Qualche esempio: una scheda del 1934 siglata E.P. (Enrico Piceni) boccia I suicidi perché deprimente, con un finale e un titolo “che ne rendono problematica e pericolosa, per ora, la pubblicazione”.
Il 22 giugno 1943, tempo di guerra e fascismo ancora al potere, così si esprime L.R. (Luigi Rusca) a proposito di La verità su Bébé Donge, che oggi spicca nel catalogo Adelphi: “Non contiene nessuno di quegli elementi per i quali la Censura (…) proibiva Simenon. Si consideri se non sia il caso di chiedere l’autorizzazione alla traduzione, tenuto conto che Simenon è belga, amico dell’Italia, e che questo libro è uscito a Parigi con l’autorizzazione tedesca”. L’annotazione finale non è di poco conto: dopo la Liberazione lo scrittore verrà sospettato di collaborazionismo e si rifugerà negli Stati Uniti fino al 1955.
Ma le remore editoriali proseguono anche nel dopoguerra. Così Alberto Tedeschi, direttore dei Gialli Mondadori, giudica nel 1951 La prima inchiesta di Maigret: “L’autore ha voluto risalire alla primissima origine della carriera di Maigret e ne è uscita un’opera scialba che certamente non potrebbe andare nei nostri Gialli”. Alcune di queste lettere saranno esposte fino al 5 aprile a Santa Margherita Ligure nell’ambito della rassegna Mondo Simenon - L’universo di uno scrittore, con manifestazioni anche a Rapallo, che si inaugura il 14 febbraio con un convegno, accompagnato da una rassegna cinematografica e da una riproposta degli sceneggiati tv anni 60, con il Maigret di Gino Cervi sempre intento a ruminare buon cibo e ponderati scioglimenti.
Formidabile, quel commissario. Ma da tempo il caso Simenon non s’identifica più nella sola fortuna di Maigret. Scrittore di grande prolificità, sostenuta da un’energia interiore che si autoalimentava sfogandosi in una maniacale voracità sessuale (si vantava di avere posseduto circa 10 mila donne), Simenon ci ha lasciato un’eredità sterminata: oltre a 103 episodi di Maigret (75 romanzi e 28 racconti brevi), 110 romanzi psicologici e una valanga di scritti vari. Tradotto in 55 lingue, pubblicato in 44 nazioni, finora ha venduto milioni di libri in tutto il mondo. E il successo popolare non gli ha impedito di entrare nel canone: accolto non senza contrasti nella Pléiade francese dal 2003, è ormai considerato un autore “highbrow” nei paesi anglosassoni come in Germania, per non parlare dell’Italia, dove la ciliegina Adelphi s’è posata, dal 1985, sulla sostanziosa torta mondadoriana cucinata fin dagli anni 20 dal patron Arnoldo.
Affascinato dalla qualità letteraria dell’infaticabile artigiano belga, André Gide tentò in lunghi colloqui di strappare a un intimidito Simenon il suo segreto di bottega. Ma la particolare atmosfera con la quale, osservava Alberto Savinio, Simenon “tinge ogni suo libro diversamente, e con la tinta adatta” rimane un mistero che neppure Maigret sarebbe in grado di svelare. “Ai miei occhi” scrive Simenon nell’Età del romanzo “il romanziere ideale è il Padre Eterno, e i romanzieri sono dei mostri che soffrendo, (…) sudando per ore, giorni, mesi (…), si sforzano a loro volta di creare un mondo”.
Perfetto, tranne che Simenon sudava pochissimo: a scrivere un romanzo gli bastava una settimana. Più o meno come al Padre Eterno per creare l’universo.
Suo padre era un ambulante reggiano, “abile (e docile) corteggiatore dell’intelligenza altrui”, uno straordinario affabulatore cui un brutto giorno la malattia rubò le parole. E appunto Le parole del padre s’intitola il romanzo più bello di Raffaele Crovi, con cui si apre questa scelta: il volume Storie dell’appennino (Oscar Mondadori) che include anche La valle dei cavalieri, Appennino e Cameo: in pratica, il versante emiliano della sua narrativa. Ma Crovi ebbe anche un padre culturale a Milano: Elio Vittorini, sotto la cui egida mosse felice i primi passi di una lunga carriera di scrittore, editore e operatore culturale a tutto campo. Nella prefazione Alberto Bertoni ne ricostruisce con passione le tappe, rintracciando la lezione nelle “parole dei figli”: gli autori, spesso imprevisti, che ne sono stati influenzati. Sì, perché Crovi, scomparso nell’estate dell’anno scorso, era grande suscitatore di talenti, generoso con la creatività altrui quasi più che con la propria. Storie dell’Appennino ce ne restituisce alcune tra le prove migliori: “parole del padre” anche queste, per chi l’ha conosciuto e stimato.
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