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Fedeli a San Siro, video-intervista a Claudio Sanfilippo e Tiziano Marelli

Claudio Sanfilippo e Tiziano Marelli in un particolare del retro di copertina di Fedeli a Sansiro (Mondadori)

Claudio Sanfilippo e Tiziano Marelli in un particolare del retro di copertina di Fedeli a Sansiro (Mondadori)

Uno interista un po’ nostalgico e ammaccato di questi tempi, l’altro milanista con l’orgoglio in poppa, si sono trovati nel condividere la passione del calcio, la simpatica idolatria verso San Siro, nel vivere veracemente una Milano che anche attraverso i tifosi del pallone si racconta. Tiziano Marelli e Claudio Sanfilippo, si sono trovati soprattutto nel condividere un’amicizia, fatta anche di sberleffi calcistici. Continua

Bookatrailer, la Mondadori ingaggia apprendisti registi

Dal booktrailer di "Pensavo di scappare" con te di Francesco Gungui (YouTube)

Dal booktrailer di "Pensavo di scappare" con te di Francesco Gungui (YouTube)

Nel 1994 negli Stati Uniti venne realizzato il primo booktrailer. Solo dieci anni dopo il format arrivò in Italia utilizzato come iniziatrice dalla Marsilio Editore. Ancora poco diffusi nel mercato editoriale italiano, i filmati promozionali di libri rappresentano un modo innovativo e d’appeal per far conoscere le ultime uscite editoriali, soprattutto presso il pubblico più giovane che frequenta la Rete e i social network, dove più spesso questi piccoli spot trovano spazio. Un proficuo dialogo tra cinema, letteratura e web. Continua

Salman Rushdie è tornato Salman Rushdie, ridicolizzando Facebook su Twitter

Schermato del tweet "vittorioso" di Salman Rushdie (Twitter)

Schermato del tweet "vittorioso" di Salman Rushdie (Twitter)

“Victory! #Facebook has buckled!”. Facebook ha ceduto e lo scrittore Salman Rushdie è ritornato Salman Rushdie, se stesso, vincendo una piccola battaglia personale contro le bizzarre regole di registrazione del social network. “Sono di nuovo Salman Rushdie. Mi sento molto meglio. Una crisi di identità alla mia età non è divertente. Grazie Twitter!” ha cinguettato sull’altro social network. E sì, perché la  battaglia ha avuto come mezzo Twitter, dove Rushdie ha postato diversi tweet di denuncia, accolti con solidarietà dagli utenti. Continua

Omaggio ad Agota Kristof, scrittrice cruda e intensa

Agota Kristof nel 2004 nel suo appartamento a Neuchâtel

Agota Kristof nel 2004 (Ansa/EPA/SANDRO CAMPARDO)

Quando ho appreso della sua morte, avvenuta nella notte di ieri, una tristezza acuta mi ha invaso e un pensiero egoistico l’ha accompagnata: “Ora non potrò più leggere sue opere nuove”. Ma del resto Agota Kristof era malata da anni, e da un po’ la sua mano lucida, cruda e così sorprendente non ci concedeva nuovi scritti.

Agota si è spenta a 75 anni, a Neuchâtel, in Svizzera, la terra che non ha mai amato ma dove ha trovato accoglienza nella fuga dalla sua Ungheria, nel 1956, con il marito e una figlia piccola, dopo la repressione dei moti di Budapest e l’invasione dell’Armata Rossa. Continua

Dracula in Love, Karen Essex rilegge il mito del vampiro

Karen Essex

Karen Essex

Dopo aver ridato vita alle sorelle Isabella e Beatrice d’Este ne I cigni di Leonardo e svelato il ruolo determinante di Aspasia e Mary Nisbet dietro alla costruzione e alla conservazione dei marmi ellenici in Le due donne del Partenone, Karen Essex, come ci aveva annunciato, questa volta alla storia fonde la leggenda approfondendo il mito del vampiro.
Dracula in Love, il suo nuovo romanzo (pagg. 494) edito da Bompiani il 10 novembre, è un’appassionata rilettura del libro all’origine di ogni fantasia e re-interpretazione sui vampiri, Dracula dell’irlandese Bram Stoker. Continua

L’amore è un mostro: l’infanticidio per Carol Topolski

"L'amore è un mostro" (partic. di copertina)

"L'amore è un mostro" (partic. di copertina)

“I modi dei Gutteridge erano troppo formali, come se non servissero a dimostrare interesse per gli altri, ma piuttosto a respingere il contatto”. Sì, perché a Brendan E Sherilyn Gutteridge non importava nulla del mondo attorno a loro, il loro mondo erano solo loro due, il loro amore, profondo, intenso, viscerale. Malato. Tanto da sentire loro figlia Samantha un ostacolo. Da eliminare. Continua

Psicologia dei consumi: “Un mezzo per promuovere stili di vita sostenibili”

Spesa in un supermercato

Nadia Olivero è autrice, insieme a Vincenzo Russo, del Manuale di Psicologia dei Consumi, edito da McGraw-Hill. Lui è professore associato di Psicologia delle Organizzazioni del Lavoro alla IULM di Milano, lei è docente di Psicologia dei consumi, media e new media e di Psicologia dei comportamenti economici e organizzativi all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Panorama.it l’ha incontrata. Continua

Il suggeritore di Donato Carrisi: il boom internazionale di un thriller italiano

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Al suo esordio in pochi mesi è già diventato un autore cult, di cui lettori avidi sperano e aspettano una seconda pubblicazione. È nato a Martina Franca (Ta), ma se nella quarta di copertina del suo primo libro fossero indicati natali a Filadelfia, come un certo Michael Connelly, o a Glen Ellyn, come un tal Jeffery Deaver, nessuno si stupirebbe. Il suo nome è Donato Carrisi, è italianissimo ma il thriller con cui debutta nell’editoria ha il sapore dei migliori gialli americani.
Il suggeritore, edito da Longanesi, ha un ritmo intenso che in 468 pagine non cala mai, senza ridursi a un poliziesco tutto suspense e poco spessore. Sapientemente scritto, tanto da lasciare continuamente aperta la porta a una nuova curiosità da soddisfare voracemente con la lettura, inscena il macabro rituale di un serial killer di bambine, sulle cui tracce c’è la squadra guidata dal criminologo Goran Gavila. Capace di andar oltre gli schemi nascosti del crimine, il primo a sapere che un assassino pur nella sua brutalità non è un mostro ma un essere umano, il criminologo ha accanto l’investigatrice Mila Vasquez, chiamata come supporto alle indagini e specializzata nella ricerca di persone scomparse. Insieme i due pian piano svelano gli inganni piazzati con inquietante accuratezza apposta per loro, ma appena riescono a dar nome a un male ecco che ne scoprono un altro ancor più grande, in una catena di delitti in cui quasi niente è come pare.
Realizzando una trama ricca e ben ordita, intessuta di conoscenze mediche e investigative, per Il suggeritore Carrisi si è avvalso dei suoi studi universitari, essendo laureato in Giurisprudenza con tesi su Luigi Chiatti, il “mostro di Foligno”, e specializzazione in criminologia e scienza del comportamento, e ha attinto alle ricerche dell’FBI, fautrice della più preziosa banca dati in materia di serial killer e crimini violenti. Lo scrittore trentaseienne di origini pugliesi, ma residente a Roma, dal ‘99 è sceneggiatore per cinema e tv: tra i suoi script ci sono Nassiriya - Prima della fine per Canale 5 ed Era mio fratello per Rai 1.

Panorama.it ha incontrato Donato Carrisi.
Carrisi, Il suggeritore sembra sia stato un successo annunciato: ancor prima che il libro uscisse in Italia, ne ha venduto i  diritti all’estero. Ci racconta come è andata?
Ho sempre fatto lo sceneggiatore e non conoscevo l’ambiente dell’editoria, però ho mollato tutto per un anno per scrivere questo libro perché avevo un’idea che premeva, con panico del mio agente che intanto mi vedeva rifiutare lavori. L’ho presentato a Luigi Bernabò, lo stesso agente editoriale di Ken Follet e Dan Brown, che lo ha preso subito. Quindi è partita l’asta in Italia, vinta da Longanesi. Subito dopo in Spagna ne ha acquisito i diritti Planeta, la stessa casa editrice che pubblica Carlos Ruiz Zafón. Tra qualche giorno uscirà in Olanda, e già è stato comprato in Germania, Francia, Gran Bretagna, Portogallo, Grecia, Russia, Brasile, ora è in via di definizione negli Stati Uniti. La mia storia è un po’ una fiaba, sono un po’ una Cenerentola. Ma il primo libro è anche questione di fortuna: se uno scrittore è valido si vede dal secondo romanzo.
E allora chiediamo subito quello che molti lettori vogliono sapere: ci sarà un secondo libro o ancor meglio un sequel?
C’è già qualcosa in mente, ma dire che sarà un sequel è prematuro. Un sequel potrà nascere, ma magari sarà il decimo libro che realizzerò. Le idee comunque ci sono, quelle non mi mancano, anche come sceneggiatore.
Al proposito, l’essere sceneggiatore può forse averla aiutata in questo boom?
Non credo abbia influito. Mi ha aiutato sì a scrivere, visto che avevo già una scrittura cinematografica che molti mi hanno detto di aver scorto ne Il suggeritore. Ma tutti si sono innamorati della storia, originariamente nata come trattamento cinematografico: contavo di farci un film, ma poi è maturata la voglia di trarne un romanzo.
Nel libro ci sono tanti particolari che richiedono studio e conoscenze, dai dettagliati referti delle autopsie alle innovative tecniche investigative: per tutta questa documentazione è bastato un anno?
No, la ricerca inizia molto prima, ho accumulato materiali per anni. Un anno di lavoro è stato solo per scrivere e per realizzare la struttura della storia. Tra l’altro io ho conoscenze di criminologia per gli studi effettuati, ma certe storie le devi rubare, devi essere documentato su tutto: il lettore del thriller non ti perdona niente. Finite le ricerche mi sono dedicato alla struttura, che è come dare una chiave di violino a una composizione musicale e che ho studiato finemente anche nella composizione delle pagine, su come dovesse finire un capitolo e aprirsene un altro.
Il titolo in realtà dà subito la chiave di soluzione del thriller, ma per assurdo se ne prende consapevolezza solo nel finale…
Il suggeritore non è il titolo che originariamente avevo messo io, che era Lobos (in spagnolo Lupi, ndr). In effetti, un po’ come nel film Il sesto senso, le risposte sono lì, già nella prima pagina, in questo uomo in carcere… Ma poi te lo faccio dimenticare, pur non barando. Metto tutto lì, ma tramite le tecniche narrative adottate nessuno arriva alla soluzione se non alle ultime pagine.
Il romanzo non ha un’ambientazione precisa, non è nominata alcuna città o stato, ma i protagonisti hanno nomi che si vedrebbero bene addosso ad americani. Nella sua volontà c’era già l’intento di dare un alone di internazionalità?
Il melting pot funziona molto, e poi era difficile come autore italiano ambientare la storia negli Stati Uniti, come pure non era molto vedibile in Italia. Si ambientava male in un luogo, così ho preferito omettere.
Anche le tecniche investigative sembrano più americane che italiane, quasi alla Criminal Minds.
Sì, me lo dicono in molti anche se io Criminal Minds non l’ho mai visto. Si tratta comunque di tecniche ormai acquisite anche in Europa.
Ne Il suggeritore c’è un’escalation dell’orrore, eppure il libro non rimane mai splatter né terribilmente crudo. Condivide?
Sì, ho bandito la violenza da quelle pagine, ho preferito raccontare il male alla base. Mi interessava suscitare paure: anche per questo ho scelto delle bambine come vittime, perché mi riferisco al bambino che è in ognuno di noi, ai nostri retaggi.
Un concetto che ripete spesso è che il mostro non è un mostro e tutti hanno lati oscuri.
Noi abbiamo un filtro nell’esame dei fatti criminali che ci proviene dai mass media. L’opinione pubblica vuole essere consolata, vuole pensare che certi individui sono un’eccezione. A tutti noi piacerebbe immaginare che il criminale sia un mostro, quindi diverso da noi. Ma il male ha sembianze umane.
Aveva qualche esempio letterario in mente mentre scriveva il libro?
Credo ci sia una formazione indispensabile per ogni scrittore, nelle letture fatte. Io devo molto a Giorgio Faletti, che mi ha dato il coraggio di scrivere un thriller sdoganando il genere in Italia. Per me è un maestro, come lo sono Michael Connelly, Jeffery Deaver e, più che altro per la struttura che adotta che crea coinvolgimento e voglia di leggere Il codice da Vinci tutto d’un fiato, Dan Brown. Poi io sono comunque onnivoro, leggo di tutto, anche le storie d’amore. Non mi piacciono però gli happy end né la distinzione tra buoni e cattivi.
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La copertina del thriller Il suggeritore di Donato Carrisi

Il diario del vampiro. La messa nera: in Italia il quarto libro della saga di Lisa Jane Smith

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Particolare della copertina de Il diario del vampiro. La messa nera

Non si smorza l’interesse sui vampiri e dopo campioni di vendite come Twilight e compagni di serie firmata Stephenie Meyer o l’isolato Lasciami entrare dello svedese John Ajvide Lindqvist, una nuova saga “crepuscolare” scala le classifiche internazionali. E c’è ancora un’autrice americana dietro al successo, Lisa Jane Smith. I primi tre volumi del suo Il diario del vampiro, tradotto in circa trenta lingue, in Italia hanno venduto oltre 130 mila copie. E proprio in questi giorni, il 16 aprile, arriva il quarto romanzo, sempre edito da Newton Compton. Dopo Il diario del vampiro. Il risveglio, Il diario del vampiro. La lotta, Il diario del vampiro. La furia, è ora la volta de Il diario del vampiro. La messa nera. E il 25 giugno sarà la volta dell’atto finale con il quinto libro, Il diario del vampiro. Il ritorno.
La Smith, i cui libri intrecciano horror a romantico e fantasy, racconta la storia dark e rosa di Elena Gilbert, studentessa del liceo di Fell’s Church, amena località della Virginia, la cui vita viene rivoluzionata da un misterioso compagno di scuola, Stefan Salvatore, che nasconde parecchi orribili segreti. Stefan è un vampiro, e non è l’unico. Il ragazzo ha un fratello maggiore, Damon. I due sono diversi come lo sono il giorno e la notte: mentre Stefan è buono, Damon è cattivo. Elena, suo malgrado, si ritrova invischiata in un gioco più grande di lei: i due fratelli iniziano una battaglia, senza esclusione di colpi, per la sua anima. E ben presto, sul filo dell’amore e dell’odio, in gioco non c’è solo l’anima di Elena ma anche quella dei suoi amici e dell’intera cittadina in cui vive.
Il diario del vampiro. La messa nera va a inserirsi in questa trama aperta, ed è narrato soprattutto sotto il punto di vista di Bonnie, una delle migliori amiche di Elena. Dalla scomparsa di quest’ultima non c’è più traccia dei due fratelli vampiri Stefan e Damon. Intanto Caroline, ex amica e poi rivale di Elena, è decisa a riconquistarsi le sue vecchie compagne: Bonnie, dotata di poteri paranormali, e la risoluta e sfuggente Meredith. Ma Bonnie sa che qualcosa sta per accadere. Sente che l’immane forza malvagia che ha già seminato tanto terrore sta tornando. Altro male sta per abbattersi sugli abitanti di Fell’s Church, un male inaudito…
Dato l’enorme successo dei libri di Lisa Jane Smith, negli Stati Uniti è già in preparazione una serie tv ispirata alla saga. La CW ha messo in cantiere il pilot de Il diario del vampiro (Vampire Diaries). Il cast si sta componendo in questi giorni. Per ora sono stati scelti Ian Somerhalder, il Boone Carlyle di Lost, e Nina Dobrev, per interpretare rispettivamente il magnifico e crudele Damon e la bella Elena. Nei panni dell’atletico Matt, l’ex ragazzo di Elena, Zach Roerig, in quelli di sua sorella Kayla Ewell e per il fratello di Elena Steven R. McQueen.

Qui un assaggio dei primi capitoli de Il diario del vampiro. La messa nera (in pdf) messi a disposizione dalla Newton Compton Editori.

Attenti alla rose, l’avvertenza di Pino Roveredo

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Sergio viene abbandonato dalla moglie all’improvviso. Almeno a lui sembra così. Si accorge a malapena del cassetto di biancheria o della scarpiera che pian piano si svuotano degli oggetti di Gianna che medita la fuga. Ignora il lento spegnersi della femminilità di lei sotto l’abitudine e l’indifferenza. Non nota il viso e il corpo invecchiati della compagna, ormai trattata non troppo diversamente da una donna di servizio.
E tutto il dolore di questo abbandono, con la rabbia che molto lentamente si scioglie in consapevolezza dei propri errori, è raccolto in Attenti alle rose, nuovo romanzo di Pino Roveredo edito da Bompiani. Con frequenti sprazzi di liricità ed espedienti stilistici evocativi, lo scrittore triestino, Premio Campiello 2005 con Mandami a dire (una raccolta di racconti dedicati a personaggi solitari spesso costretti a vivere al margine della società), accompagna Sergio verso l’autocoscienza. In questo processo di acquisizione di lucidità il protagonista è aiutato dall’incontro di nove “rose”, storie particolari: come quella di una prostituta senza nome scappata dalla sua terra per un angolo di marciapiede e per maschi “con la testa nei pantaloni e il cuore nel portafoglio”, o quella di Teresa Desanti, bella barista “sotto la scorta severa del marito”, apparsa felice e “serena come una vacanza” solo per brevi istanti nel segreto di un giovane amore.

Panorama.it ha incontrato Pino Roveredo, che senza imbarazzo ricorda anche il suo passato difficile, con problemi di disagio sociale e alcolismo.

Pino Roveredo, Attenti alle rose è il titolo del libro e anche la sua frase finale. Ma che cos’è? Un mettere in guardia da qualcosa di temibile, le potenziali spine delle rose, o un monito a non maltrattare e trascurare ciò che può poi pungere?
È un’avvertenza. In questo romanzo racconto di una distanza, di una persona che ha pretese e un passo certo, e invece scivola. Prima parla della compagna andatesene con il rancore di una proprietà, perché è “Sua moglie”. Ma poi incrocia le rose che prima non notava…

Le rose sono le donne o più in generale gli amori da coltivare con cura?
Anche il mio precedente libro Cara creatura era dedicato ai muscoli delle donne, alle quali riconosco grandi capacità che gli uomini non hanno. E Attenti alle rose è una riflessione a prestar loro attenzione: le donne vanno curate altrimenti rischiano di appassire.

Da cosa nasce questo libro?
L’ho scritto per ammorbidirmi le mani e per dar spazio alla storia degli incroci fatti nel passato nelle osterie, nelle fabbriche… Tra le rose che Sergio incontra c’è il racconto di due matti: io ho vissuto anche in manicomio… E c’è anche la storia di una prostituta, come di una moglie che per trent’anni è stata trattata al pari di una cameriera dal consorte, che odiava i fiori e li proibiva in casa, e poi sulla tomba di lui si vendica portando margherite, tulipani… Io faccio l’autista di parole e le trasporto su carta. Attenti alle rose è pure un affondo alla stupida dignità del maschio.

Non si sente un po’ femminista?
A volte mi dicono “Lei scrive come una donna” e per me è un grande complimento.

Lei alterna liricità a ironia, con accostamenti di parole evocative. Come lavora al suo stile? È qualcosa di urgente e spontaneo o un’elaborazione?
Da anni scrivo parlando. Vivo su un rione popolare, sento i miei vicini che dicono “Pino sta scrivendo”… Io prima mi racconto quello che voglio comunicare e se mi piace lo riporto.

Com’è cambiato il Roveredo di Mandami a dire, Campiello nel 2005, da quello di oggi di Attenti alle rose?
Soffro di vertigine quindi difficilmente volo. Ma ogni tanto lo faccio, anche se resto sempre un operatore di strada. Il Campiello è un premio diviso e condiviso e dimostra che la gente può cambiare.

Sta già lavorando a qualcosa?
Io parto sempre dal titolo per poi scrivere il libro. E il prossimo c’è già: Vota Berlinguer. Sarà un incontro immaginario con mio padre, morto vent’anni fa, molto ironico. Mio padre spronava sempre a votare Berlinguer, ma io gli dirò di averlo votato, eppure di non aver visto grandi risultati. Mia madre invece votava DC, e quando usciva dal seggio faceva a suo marito il segno dell’ombrello. I miei genitori erano sordomuti: da qui il mio piacere per la scrittura.

Oggi come ieri, quanto è importante per lei la scrittura?
La scrittura è essenziale. Con la cultura ci si salva. Seguo un gruppo di tossicodipendenti e abbiamo riscontrato una percentuale di recupero molto più positiva a fronte di iniziative teatrali, letterarie… Nel mondo del disagio si scrive e si legge molto di più. Io per trent’anni ho scritto non per realizzare libri. Ancora oggi continuo a scrivere a mano su carta.

Lei è molto impegnato nel sociale…
Ho anche ricevuto il premio della Provincia di Milano ma è stato un abbaglio. Opero in maniera egoistica: lo faccio per ricordarmi chi sono e chi sono stato.
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La copertina di Attenti alle rose di Pino Roveredo

Donna sull’orlo di una crisi di nervi, diario di un anno di psicoanalisi

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Particolare della copertina di Donna sull’orlo di una crisi di nervi

Il titolo non è certo originale, e richiama evidentemente il film di Pedro Almodóvar del 1988. Il tema neanche, un diario di un anno di psicoanalisi, ormai diventata ingrediente abbastanza habitué di soggetti letterari. Ma Donna sull’orlo di una crisi di nervi di Lorna Martin, edito da Corbaccio (pagg. 345), ha comunque il pregio di essere una lettura piacevole, con un grado di ironia e allegria che carezzano il voltar delle pagine.
La Martin, per di più, è anche una giornalista scozzese abbastanza affermata che due anni prima di accettare l’idea di aver bisogno di un aiuto psicologico aveva ottenuto il lavoro dei suoi sogni all’Observer, “il giornale della domenica più antico del mondo”: “Quando l’avevo detto alla nonna, era più eccitata di me (…) e mi aveva chiesto se avrei incontrato il Papa. Era rimasta molto delusa quando aveva saputo che si trattava dell’Observer (diffusione: quasi mezzo milione di copie; scrittori famosi: George Orwell, Michael Frayn, Hugh McIlvanney e altri) e non del Catholic Observer (scozzese, diffusione: sedicimila copie; scrittori famosi: il sacerdote della parrocchia locale)”.
Eppure, al terzo volo aereo perso in dieci giorni, impelagata in una non-relazione devastante e prossima ad abbandonare la professione, mentre trangugiava gli ultimi sorsi di un gin tonic mattutino accompagnato da lacrime, si era accorta “di essere l’unica tra le donne che conoscevo che alla mia età (avrei compiuto trentacinque anni una settimana dopo) non aveva né un fidanzato né un mutuo, e nemmeno un gatto. Avevo più fifa io di impegnarmi dei miei amici uomini”. E dopo la fase del rifiuto e del “non ho nulla che non va”, mentre intanto l’insoddisfazione e l’inadeguatezza la assorbivano, ecco la scelta di entrare in analisi. La Martin scrisse un articolo di questa sua esperienza sullo stesso Observer. Visto il successo del suo pezzo, Grazia (edizione inglese) le offrì anche una rubrica settimanale “Conversazioni con la mia terapeuta”. E ora ecco il libro.

La rabbia giovane, Ross Raisin nella mente di un maniaco

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Particolare della copertina del libro La rabbia giovane di Ross Raisin

Sam Marsdyke ha diciannove anni e in passato è stato allontanato dalla scuola per un tentativo di violenza contro una compagna. Ma lui è certo che non fosse violenza. “L’hai costretta contro la sua volontà. Col cazzo, contro la sua volontà”. Eppure lei aveva il braccio coperto di lividi… E così come un escluso il ragazzo vive nella campagna inglese del Nord di York, aiutando il padre allevatore di pecore, vagando solo per le brughiere, rabbioso e concedendosi feroci scherzi alla gente del posto.
Ross Raisin nel suo romanzo d’esordio La rabbia giovane, edito da Bompiani (266 pagg.), dipinge il ritratto di questo emarginato imberbe. Fresca voce del panorama letterario britannico, 29 anni e lodato da colleghi più celebri come Colm Tóibín e J.M. Coetzee, lo scrittore originario dello Yorkshire ci presenta il libro come se uscisse dalle mani dello stesso Sam. In prima persona e con un linguaggio spesso cinico e rude, visionario e allucinato, Raisin ci fa entrare nella psiche del diciannovenne, nella sua antipatia per i moderni hippy, ricchi snob che dalla città si trasferiscono in campagna spinti da ideali bucolici, nel disgusto profondo per il piccolo paese in cui vive e per i suoi modesti abitanti, nella sua solitudine affrontata con ironia, nel suo lavoro con il gregge. “La pecora è la bestia più ottusa che ci sia in giro, cui bisogna dar da mangiare, pulire il culo, curare le zampe, altrimenti si ammala o si azzoppa. Sa il diavolo come le pecore se la siano cavata prima che arrivassero i pastori”.
Pian piano questo ragazzo solitario, strappato alla sua monotonia solo dall’arrivo di una quindicenne nella fattoria vicina, non può non attirarsi la simpatia del lettore, che rimane quindi disorientato quando entra anche nella sua distorta visione della realtà e capisce di trovarsi di fronte a un disturbato mentale. Uno stupratore.
La rabbia giovane è stato pubblicato in Inghilterra, America, Canada, Italia, Paesi Bassi.

Panorama.it ha incontrato l’autore Ross Raisin, che The Observer ha definito “uno scrittore da tenere sott’occhio: misurato, maturo, coinvolgente”.

Raisin, com’è nato La rabbia giovane (titolo originale God’s Own Country)?
Nasce con l’idea di un personaggio per cui si potesse contemporaneamente simpatizzare e provare repulsione. Poi ho deciso che questi doveva essere giovane e che doveva vivere isolato, sia in senso fisico che mentale, per questo ho pensato alla vita contadina. Quindi mi sono accorto che avevo anche l’ambientazione: la campagna.

Nel libro si parla con accuratezza sorprendente, soprattutto perché scritto da un giovane, della vita dell’allevatore e della campagna, dalla monta e dal parto delle pecore ai campi di colza… Esperienza personale o frutto di ricerche?
Soprattutto frutto di ricerche. Però anch’io ho avuto un po’ di esperienza di campagna, pur se da lontano, più da escursionista. Ma questo è il punto di vista esterno, diverso da com’è realmente la vita dei contadini. Per questo ho avuto l’esigenza di conoscere meglio le loro condizioni, le loro difficoltà, gente con una quotidianità faticosa che ha bisogno di sostegno.

Il tema trattato, di un ragazzo che sembra solo scontroso e ribelle e invece pian piano si delinea come un disturbato e maniaco sessuale, è alquanto scivoloso. Umanizzandolo e rendendolo simpatico si può rischiare di essere accusati di giustificare la violenza sessuale. Come si è posto di fronte a questo rischio?
È proprio questo il punto, è stato fatto appositamente. Di certo non volevo scusarlo, volevo solo creare questo personaggio e che, anche grazie al linguaggio usato, si prestasse attenzione a lui. Se Sam ci piace, quando commette il crimine è più probabile che la gente si chieda perché l’ha fatto. Spesso per come i romanzi e i media presentano i criminali sembra che siano solo dei mostri. Invece volevo che i lettori si chiedessero “perché?”.

Lo stile narrativo è molto particolare, con i dialoghi presentati in maniera innovativa, la scrittura che spesso ha intercalari volgari ed è ironica assecondando il delirio mentale di Sam. È stato qualcosa che ha studiato a priori o un getto spontaneo?
Tutto è stato studiato, sofferto, elaborato, finché la gente non arrivasse a sentirlo come un getto spontaneo.

Questo è il suo primo romanzo, pubblicato quando aveva 28 anni. È stato facile raggiungere la pubblicazione?
Non è mai facile trovare spazio per la pubblicazione, indipendentemente da quanto un libro valga. Io certamente sono stato fortunato e ho trovato un bravo agente con cui si è creata anche un’amicizia.

Cosa si sente di consigliare a giovani aspiranti scrittori?
Non penso ancora di essere nella posizione da poter dare consigli. L’unica cosa che suggerisco è di scrivere per una ragione giusta, che non sono i soldi o la fama, ma perché si ha qualcosa da dire.

Sta già lavorando ad altro?
Sì, sto scrivendo un secondo libro, sempre su un escluso sociale, un uomo di mezza età: qui parlo del lutto, dell’essere senza casa, dell’industria…

Finora ha ricevuto critiche positive, anche da affermati scrittori. Questo le genera paura di non ripetersi e un po’ di ansia da prestazione?
No. Magari posso sembrare poco sincero a dirlo ma, anche se mi fanno piacere le recensioni positive e ne sono grato, io non le leggo. Le recensioni non mi sono utili per scrivere e io sono uno scrittore, devo pensare a scrivere.

Rose al veleno, stalking: storie d’amore e odio

Omicidio di Sanremo

Mentre l’Italia introduce il reato di stalking, andando a coprire un vuoto legislativo tutto nostro, esce il libro Rose al veleno, stalking - Storie d’amore e odio. Edito da Bompiani e realizzato dai giornalisti de La Repubblica Federica Angeli ed Emilio Radice, raccoglie storie, tutte assolutamente vere e narrate dai protagonisti, di chi “per avere accettato un fiore, uno scambio di sorrisi, una gentilezza, talvolta un po’ d’affetto, si è trovato poi trascinato in un incubo, ostaggio di un predatore chiamato stalker”. Secondo l’Istat sono oltre 7 milioni in Italia le vittime di violenza fisica e/o psichica, soprattutto donne, e poco meno della metà, 2 milioni e 777 mila, ha dovuto sopportare un’azione di stalking. Nelle prime pagine del libro la psicologa Marina Di Pasquale, consulente della Procura della Repubblica di Palermo per i reati a natura sessuale, spiega cosa si nasconde dietro al termine inglese (”to stalk” si traduce con “perseguitare”) che porta con sé un insieme di comportamenti ossessivi, inizialmente gentili e via via maniacali, finalizzati al sequestro psicologico di una vittima, che non sempre conosce il suo molestatore. Seguono poi i toccanti racconti, scritti dai diretti interessati in prima persona: vittime di stalking, parenti delle vittime, stalker, poliziotti che si sono sentiti impotenti per la carenza normativa italiana… Apre la voce della mamma di Maria Antonietta Multari, la trentatreenne ligure uccisa a coltellate a Sanremo dall’ex fidanzato Luca Delfino, già indagato per l’uccisione di una sua ex, cronaca abbastanza recente che aveva inorridito perché morte prevedibile - tante erano state le segnalazioni alla polizia contro Delfino - per cui non era stato fatto nulla. Sono riportate anche le innumerevoli telefonate con cui Delfino perseguitava la giovane intimandole di tornare con lui, gli sms, i pedinamenti, le minacce, le botte. “Mia figlia ha fatto una morte atroce, ma soprattutto annunciata. Una morte - e lo dico a voce alta - che poteva essere evitata”, scrive la signora Multari.

“Non so se qualcuno può capire quanta violenza può esserci in un fiore non voluto, in un dono non desiderato”, scrive invece Giovanna, vittima di stalking che ha ribaltato un esito scontato, uccidendo suo marito per non essere uccisa. Anche lui la riempiva di sms per pregarla di tornare insieme dopo le violenze subite che l’avevano indotta a lasciarlo: “Un martellamento continuo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, in qualsiasi momento del giorno e della notte, un vero e proprio lavaggio del cervello”. Usava “anche l’arma dell’amore, perché no, se vogliamo chiamare amore un sentimento che ti viene scagliato addosso a volte come un sasso e altre volte ti viene iniettato come una endovena”.
In appendice al libro sono ricordati i casi di cronaca più recenti e le legislazioni in materia, più o meno lacunose, dei vari Stati. Negli Usa la prima legge contro lo stalking risale al 1990: ben 19 anni prima rispetto all’Italia. Chiude la pubblicazione un elenco dei Centri antiviolenza e di aiuto alle donne.

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