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Afghanistan

Road to Kabul: viaggio fotografico nell’Afghanistan di oggi

Una delle foto presenti nel libro - Piana degli aquiloni, Kabul (© Gigi Roccati)

Una delle foto presenti nel libro - Piana degli aquiloni, Kabul (© Gigi Roccati)

I colori dei mercati di Kabul. Il cemento e i reticolati della basi militari. La polizia afghana ai varchi cittadini. E ancora gli anziani del consiglio della Shura, la distribuzione degli aiuti e il centro di riabilitazione ortopedica. Continua

Jon Krakauer: da Nelle terre estreme a Dove gli uomini diventano eroi, storie di vite straordinarie

Una foto di Pat Tillman, protagonista di Dove gli uomini diventano eroi. Credits: Ansa

Una foto di Pat Tillman, protagonista di Dove gli uomini diventano eroi. Credits: Ansa

A Jon Krakauer non piacciono le mezze misure, né nella scelta degli argomenti dei suoi libri, né nella vita. Oltre che giornalista e acclamato autore di bestseller, Krakauer è stato un alpinista capace di imprese degne di rispetto, come la scalata del versante occidentale del temibile Cerro Torre in Patagonia, nel 1992.

Krakauer conosce la solitudine e la fatica, l’abnegazione e l’ossessione di chi compie scelte che ai più appaiono folli e incomprensibili. È forse per questo, oltre che per l’innata vena di narratore e il taglio giornalistico che lo contraddistingue, che le storie che racconta riescono a suscitare emozioni intense.

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Il fotografo, capolavoro di graphic journalism tra fumetto e fotografia d’autore

Il fotografo, particolare della copertina

Il fotografo, particolare della copertina

Fumetto, fotografia d’autore, arte grafica, reportage di guerra, memoir, progetto umanitario. Frutto di un inedito e ambizioso “sincretismo espressivo”, Il fotografo (Coconino Press - Fandango) racconta l’avventuroso viaggio di un fotoreporter al seguito di Medici Senza Frontiere, nell’Afghanistan occupato dai sovietici e sfibrato dalla strenua guerra di resistenza combattuta dai mujaheddin. Continua

Afghanistan, ultima trincea. Cronache di un inviato di guerra

Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano
Si intitola Afghanistan, ultima trincea, edito da Boroli. A scriverlo, con i contributi del suo collega e amico Fausto Biloslavo, è Gian Micalessin, inviato de Il Giornale e grande conoscitore dell’Afghanistan. Dove è tornato 25 anni dopo il suo primo reportage per capire cosa è cambiato ma soprattutto dove sta andando un paese provato dalla guerra e da interessi internazionali. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Questo libro comincia virtualmente molto indietro nel tempo, nel 1983. Cosa è cambiato rispetto alla prima volta che è stato in Afghanistan?
Nel 1983, quando sono partito per l’Afghanistan per il mio primo vero reportage in compagnia di Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo, questo paese rappresentava il Vietnam dell’Unione Sovietica. Per me, che da ragazzino sognavo di fare il reporter a Saigon, l’Afghanistan è stata dunque la guerra dove l’armata Rossa simbolo della potenza militare comunista si ritrovava impantanata, incapace di venir a capo di una resistenza povera e male armata. Quella guerra ha segnato la fine dell’Unione Sovietica. Oggi, invece, l’Afghanistan rischia di diventare l’ultima trincea di un Occidente che ha dimenticato le promesse di sviluppo, sicurezza e stabilità politica fatte al popolo afghano nel 2001. Per questo 25 anni dopo l’Afghanistan è la sfida che non possiamo perdere.
Nel libro lei racconta senza censure la guerra degli Italiani in Afghanistan, quasi un argomento tabù
Il libro segue le missioni della Task Force 45, l’unità composta esclusivamente da incursori delle forze speciali che da tre anni combatte nella provincia di Farah per bloccare l’infiltrazione dei talebani.
Fino all’estate dello scorso anno, una sorta di liturgia concertata da politica e dei mezzi d’informazione ha descritto la nostra missione in Afghanistan come una spedizione di crocerossine intente soltanto a distribuire aiuti, costruire pizzerie ed abbellire città. L’esercito italiano fa anche questo, ma non solo questo. La sua presenza è fondamentale per garantire attraverso l’uso di armi e mezzi la sicurezza nei territori affidatici dalla Nato. Nascondere questa realtà significa negare ai nostri soldati l’orgoglio di una professione che si realizza anche attraverso il corretto e responsabile uso della forza, significa vergognarsi del lavoro di chi rischia la pelle, significa ipocrisia mediatica e politica.
È recentissima la notizia che nel contingente italiano si aggiungeranno 200 soldati ai 2800 presenti. Una missione che adesso costa 1000 euro al minuto. Ha ancora senso essere presenti in Afghanistan e in questa forma?
Siamo in una fase in cui è necessario il massimo impegno militare per riguadagnare il terreno perduto negli anni passati, ma non dobbiamo e non possiamo pensare all’Afghanistan come ad una guerra da vincere sul campo. In Afghanistan nessuno, a partire dagli inglesi per arrivare ai sovietici, ha mai vinto sul terreno. Nel breve periodo le nuove truppe sono indispensabili per garantire la sicurezza delle popolazioni nelle regioni dove l’infiltrazione dei talebani è più pesante, ma anche ad avviare nuove strategie di collaborazione con i civili per conquistarne - come in ogni campagna anti insurrezionale - il cuore e la mente. Un maggior numero di truppe è indispensabile per controllare quelle frontiere con il Pakistan dove si annidano i santuari di Al Qaida e dei talebani.
Nel libro, oltre che della presenza degli italiani lei racconta di antropologi, di talebani, di civili e di marines, una mescolanza umana che è difficile incontrare in altre parti del mondo…
La sfida afghana non può esser concepita come una guerra, ma come una missione complessa e sfaccettata dove per conquistare il cuore e la mente delle popolazioni sono necessarie non solo le armi, indispensabili per garantire la sicurezza, ma tutte le risorse a disposizione del nostro mondo. Antropologi per comprendere il tessuto etnico e sociale, aziende e organizzazioni umanitarie per ricostruire il paese, politici e analisti per definire strategie comuni in ambito Nato.
Quali sono le priorità ancora non risolte nel paese?
Il primo obiettivo è ridefinire i rapporti con il governo tagliando ogni collaborazione con gli esponenti più corrotti. Solo così potremo arrivare ad una corretta distribuzione degli aiuti allo sviluppo ed eliminare quella palude di povertà in cui si nutrono e crescono i talebani. Il secondo imperativo è unificare il comando di tutte le truppe americane e della Nato spingendo gli Usa a metter fine a quell’operazione Enduring Freedom gestita soltanto da Washington che di fatto è un fossile della guerra del 2001. Quella missione continua ad operare con schemi soltanto militari spesso compromettendo gli sforzi della Nato e i tentativi di riconquistare la fiducia della popolazione. Soltanto in un Afghanistan pacificato, libero da influenze fondamentaliste e avviato sulla strada dello sviluppo sarà possibile garantire alle donne diritti e dignità.

La minaccia viene dall’Occidente? Il nuovo libro di Loretta Napoleoni

Le macerie del World Trade Center

Minaccia reale o pericolo gonfiato ad hoc all’interno di una strategia politica più ampia? A 7 anni dall’attacco alle torri gemelle il mondo si interroga ancora su cosa sia il terrorismo internazionale e soprattutto quale pedina ricopra oggi all’interno della scacchiera mondiale. E se lo chiede anche Loretta Napoleoni, economista italiana brillantemente prestata all’estero che collabora tra gli altri con l’Homeland Security degli Stati Uniti, insieme a Ronald J. Bee.

Nel loro I numeri del terrore, pubblicato da Il Saggiatore vengono smantellati ad uno ad uno i falsi miti del terrorismo contemporaneo offrendo così al lettore un’analisi nuova e originale. Quello che emerge, per esempio, dati ovviamente alla mano, è che rispetto ai tempi della Guerra Fredda l’incidenza di atti terroristici è in realtà più bassa sia per il numero di attacchi che per il numero di vittime. E se dall’11 settembre in poi è stato effettivamente registrato un aumento di atti terroristici essi si sono verificati per lo più nel mondo musulmano, non in Occidente.

Eppure la percezione dell’uomo comune è quella di vivere in un mondo globale diventato molto più insicuro e pericoloso. La strategia della paura scelta dai governi dei paesi leader dunque è riuscita nel suo obiettivo, spiega la Napoleoni che però va oltre e si chiede anche cosa ci sia dietro. La vera minaccia, spiega con dovizia di particolari, viene in realtà dall’Occidente stesso, cavallo di Troia nel suo stesso ventre. Ed altro non è che la disintegrazione del sistema capitalista a causa delle politiche neoliberiste che hanno portato a guerre in Iraq e in Afghanistan contro presunti ed ipotetici terroristi. Ancora una volta, insomma, è l’economia a tirare le redini del mondo e ad indossare però i più facili panni della paura.

Non uccidete Bin Laden: il giallo di un ex alpino

Una manifestazione antiamericana a Karachi nel 2001

Una storia tra finzione e realtà, in cui anche i militari italiani sono impegnati nella caccia dello sceicco del terrore. Non uccidete Bin Laden (Mursia), in questi giorni in libreria, è un giallo scritto da uno che conosce bene luoghi, persone, e modalità operative. Si tratta dell’ex ufficiale alpino Filippo Pavan Bernacchi, 40 anni, di Vicenza, con due romanzi ambientati tra le forze armate già all’attivo e diverse missioni ‘fuori area’ alle spalle.
La vicenda ha inizio nel 2003, quando il sergente John Wilson, tiratore scelto dei Berretti Verdi americani di stanza tra Afghanistan e Pakistan, sta per eliminare Osama Bin Laden. Ma all’ultimo giunge il contrordine. Una potente organizzazione che gestisce la produzione mondiale degli armamenti ha interesse a mantenere in vita il terrorista più ricercato del pianeta. Si mette così in moto un servizio segreto indipendente, guidato da un agente dell’Fbi e da un ex ufficiale dell’Esercito, che dà vita a una caccia all’uomo in cui vengono coinvolti anche i militari italiani in missione all’estero.
Se la storia è frutto di invenzione, reali sono luoghi, ambienti e culture descritte da un esperto del settore, che racconta il lavoro quotidiano dei soldati italiani in Afghanistan. Il romanzo - oltre a scrutare dietro alle maglie del terrorismo internazionale e ad aprire una finestra sul mondo afgano, con i suoi drammi e le sue contraddizioni - è dunque anche una sorta di reportage sull’Esercito italiano di oggi, e sulle truppe Alpine in particolare, sul loro modo di operare e sui compiti che sempre più spesso le vedono impegnate all’estero.

Una parrucchiera per togliere strane idee dalla testa degli afghani

Un salone di bellezza per rivendicare il diritto di essere donna. Bigodini e mechès per ricordare che le donne esistono, anche se indossano il burqa. E così il negozio di parrucchiera della statunitense Deborah Rodriguez, in Afghanistan, nell’ambito di un curioso progetto umanitario rivolto alle donne locali, si è trasformato in un collo di bottiglia per l’intera capitale afghana. Lo racconta la stessa Deborah Rodriguez nel libro La parrucchiera di Kabul che esce adesso anche in Italia per Piemme.

Nella sua scuola-salone di bellezza, i pregiudizi, le discriminazioni, le violenze cui le donne afghane sono spesso confinate hanno imparato a subire una pausa d’arresto, per strozzarsi da sole, mentre l’allegria e la vita hanno cominciato a riprendere quota con la leggerezza di un taglio di capelli o semplicemente di una messa in piega. È questo il miracolo di Crazy Deb, come le sue colleghe statunitensi l’hanno soprannominata. Perché con il suo intervento a Kabul, Deborah Rodriguez, originaria del lontano Michigan, è riuscita a seminare molto più di chi è lì da anni. Insegnando un mestiere che a sua volta insegna alle donne a prendersi cura di sé, una chiave intelligente e ironica per aprire porte più segrete e tabù più antichi.

Deliziose le pagine in cui viene descritto lo spavento di alcune clienti - tra cui un’impiegata di un ministero - che, non avendo mai visto un asciugacapelli in vita loro, hanno reagito gridando e saltando dalla sedia. Dietro ogni riga del romanzo si cela tutto il dolore di un paese che con i Talebani ha raggiunto il picco massimo di repressione culturale. In particolare, il dolore delle donne, costrette a sposare uomini che non amano, a privarsi degli abiti e delle cure che da secoli in tutti i paesi le adornano, a rimanere confinate in casa. Insomma la rinuncia a quel piacere di vivere che Crazy Deb nel suo piccolo ha portato con gioia. Come una folata di vento caldo del deserto.

Jamila Mujahed: Burka, quando il mondo si fa buio

Uno scomodo abito-prigione da passeggio. Ecco cos’è il burka, visto da dietro (o da sotto fate voi). Jamila Mujahed è la giornalista che il 13 novembre 2001 ha dato all’Afghanistan l’annuncio ufficiale della caduta del regime taliban. Una donna coraggiosa, che quando gli integralisti conquistarono Kabul perse i suoi incarichi pubblici e fu virtualmente bandita dalla società. Come tutte le altre donne, del resto. Lei, il burka, l’ha imparato a conoscere (e indossare) proprio in quei giorni. Lo racconta, appunto, in Burka! (Donzelli, con il patrocinio di Amnesty International): 24 tavole a fumetti in collaborazione con la disegnatrice italiana Simona Bassano di Tuffillo.
“Appena indossato”, scrive, “mi sembrò come se il mondo intero a un tratto si facesse buio, e io fossi rinchiusa in una prigione strettissima”. Un’oscurità che purtroppo ingabbia ancora oggi le donne in Afghanistan. Come racconta la stessa Jamila Mujahed e come testimoniano i dati dell’Irin (Integrated Regional Information Networks, un’organizzazione Onu): l’87 per cento delle donne afghane è analfabeta; solo il 30% delle ragazze ha accesso all’educazione scolastica; 1 donna su 3 ha subito violemze fisiche, psicologiche o sessuali; tra il 70 e l’80% delle donne sono costrette al matrimonio. 44 anni è l’aspettativa media di vita delle donne in Afghanistan.

LA GALLERY TRATTA DA BURKA!
LEGGI ANCHE: l’intervista a Jamila Mujahed

Il libraio di Kabul gira l’Afghanistan in pulmino per diffondere la lettura

[i](Credits foto: Lorenza Guidotti)[/i]

Che avesse carattere lo si era visto già nel 2003. Quando il libro a lui ispirato, Il libraio di Kabul della giornalista norvegese Asne Seierstad, in pochi mesi si era trasformato in un bestseller internazionale. Ma il carattere evidentemente è rimasto, temprato semmai dal tempo, se a colei che lo aveva catapultato sui giornali di mezzo mondo subito dopo ha fatto causa per non essersi riconosciuto nelle descrizioni del suo lungo racconto. Adesso Shah Muhammad Rais, nella finzione letteraria più conosciuto come Sultan Khan, torna a far parlare di sé.

Il libraio di Kabul, la cui vita quotidiana dall’interno della sua famiglia era stata seguita per mesi dalla coraggiosa giornalista norvegese coperta dal burqa, non solo non ha cambiato mestiere ma ha deciso di ampliare il suo business. In una intervista alla BBC ha dichiarato di voler comprare un pulmino, riempirlo di libri e spostarsi per tutto l’Afghanistan. L’obiettivo stavolta è nobile. Portare il piacere della lettura nei luoghi più impervi e remoti del paese. La sua però non è una lotta contro i mulini a vento. Mai come in questi ultimi mesi, infatti, gli afghani sognano di tornare ad una vita normale dove anche il piacere della lettura possa trovare la sua giusta collocazione. Speriamo solo che il carattere focoso di Rais non faccia danni e che non finisca come con la giornalista norvegese. Oltre alla causa il libraio di Kabul animò un vivace blitz mediatico che lo portò sulle tracce della Seierstad perfino in Europa, in Norvegia, nei paesi scandinavi e anche alla fiera di Francoforte.

Viaggio a Kabul

di Manuela Grassi

La fotogiornalista Maria Galante e l’inviata di guerra Imo Glass si avventurano nei villaggi fuori Kabul per carpire le storie e i volti delle donne che preferiscono il suicidio ai matrimoni combinati. Bellezza e pericolo vibrano in questo romanzo-reportage dove il divario tra occidentali e afghani è stridente. Finché Maria sperimenta su di sé che «quando fuori della porta c’è una guerra, quando le armi e il denaro sono nelle mani degli uomini, una donna che non possiede né l’uno né l’altro non può che obbedire».

La fine delle buone maniere
di Francesca Marciano
Longanesi
293 pagine - 16,60 euro

Hosseini al femminile e i Mille splendidi soli di Kabul

Se avete letto Il cacciatore di aquiloni, conoscete già Khaled Hosseini, il suo modo di raccontare il mondo afghano attraverso quotidianità e sentimenti che al di là delle lingue, delle latitudini e delle guerre, sono capaci di emozionare e di far immedesimare. Ma se leggerete il suo nuovo libro, Mille splendidi soli (anche questo edito da Piemme), rimarrete stupiti di come in poco più di 400 pagine lo scrittore sia riuscito a condensare quello che innumerevoli reportage giornalistici, immagini dei tg, saggi e dibattiti non hanno saputo spiegare dei trent’anni di conflitti che hanno devastato l’Afghanistan. E persino il paradosso dei bombardamenti americani visti come una benedizione, seguita dall’amara consapevolezza che nulla, forse, è davvero cambiato.

Leggendo il libro, vi sembrerà di essere a Kabul. Sentirete la polvere nelle narici e sobbalzerete per i colpi di mortaio, confonderete le decine di dialetti con parole piene di h e di k, e l’intrecciarsi delle etnie. La vedrete con lo sguardo delle donne, con il loro istinto di sopravvivenza che dilaga per salvare i figli. Sorprende, anche chi aveva seguito le vicende di Amir e Hassam nel primo libro, il modo in cui Hosseini questa volta abbia saputo esprimere con tanto realismo anche il punto di vista femminile. Mariam e Liala, le protagoniste, sono figlie diversissime dell’Afghanistan, ne sono insieme le vittime e la speranza. Una di Herat, l’altra di Kabul, ricordano le esistenze che si intrecciano nelle saghe familiari della letteratura sudamericana, di Garcia Marquez o, ora ancora di più, le figlie, le madri, le donne di Isabel Allende e Angeles Mastretta.

Manca solo l’accavallarsi delle generazioni, perché si muore giovani a Kabul: in battaglia con i russi, per i razzi dei signori della guerra, per le lapidazioni talebane, di freddo o di fame. Anche se Mariam e Laila, spose bambine, restano incinte prima dei 16 anni, nel libro non ci sono nonni che vivono tanto a lungo da conoscere i nipoti. Ma può bastare l’amore per un figlio per gettare lo sguardo avanti di secoli, oltre gli orrori dei kalashnikov e della violenza tra le mura domestiche. Questo è certo un romanzo duro, ma non è un libro angosciante, perché, come dice una antica poesia su Kabul citata da Hosseini, “non si possono contare le lune sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri”.

Scarica un estratto del romanzo (formato .pdf, 212Kb)

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