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Sconfiggere la fame in Africa in una sola generazione. La rivoluzione agricola di Calestous Juma

Credits: CIMMYT @ flickr

Credits: CIMMYT @ flickr

Per sconfiggere la fame all’Africa basta una generazione. È la teoria che cerca di dimostrare Calestous Juma, un professore di Harvard, nel suo libro The New Harvest: Agricultural Innovation in Africa (traducibile con Il nuovo raccolto: innovazione dell’agricoltura in Africa). Secondo Juma l’idea di un continente Africano allo stremo delle forze, incapace di emanciparsi dagli aiuti internazionali nel breve periodo, è eccessivamente pessimistica. L’autosufficienza è un traguardo raggiungibile. Come? Partendo dall’agricoltura.
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Omicidio nella foresta. Il giallo che viene dal Ghana

Particolare della cover del libro - Credits: Feltrinelli

Particolare della cover del libro - Credits: Feltrinelli

L’Africa in giallo non è solo la No. 1 Ladies’ Detective Agency raccontata da Alexander McCall Smith. Ora è arrivato Darko Dawson, ispettore di polizia con base ad Accra, Ghana; uno che mena le mani e fuma spinelli, uno con qualche turba, che si inimica i potenti ma che alla fine i casi li risolve. È protagonista di Omicidio nella foresta, scritto da Kwey Quartey e pubblicato da poco da Feltrinelli.
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Felicità al posto del Pil: l’alternativa africana è un’utopia?

"Mondializzazione e decrescita" (edizioni Dedalo), di Serge Latouche - Particolare della copertina

"Mondializzazione e decrescita" (edizioni Dedalo), di Serge Latouche - Particolare della copertina

Secondo un indicatore non legato al PIL o al reddito ma basato sulla percezione delle persone, alcuni paesi africani hanno una percezione di felicità maggiore rispetto a un paese scandinavo. Può sorprendere. In realtà da tempo indicatori alternativi come il QUARS della rete Sbilanciamoci, che misura per l’Italia l’indice di qualità dello sviluppo regionale, hanno scardinato l’equazione sviluppo=crescita economica. Continua

Una bambina soldato, vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda

Una bambina soldato

Per la prima volta, un’ex bambina soldato racconta in un libro la sua storia: lancinante, quasi incredibile nella sua durezza. Da quando a nove anni venne strappata alla famiglia e internata in uno dei campi di reclutamento dell’”esercito di resistenza” del suo Paese, l’Uganda, a quando nel 1999, grazie all’intervento delle Nazioni Unite, riuscì a scappare riparando in Sudafrica. Durante gli anni nell’esercito le fu dato un nuovo nome, “China”. Le venne messo in braccio un fucile, ordinandole di sparare e uccidere. Nessun sopruso le fu risparmiato, tanto che lei oggi dice “Non so nemmeno più contare quanti uomini abbiano abusato del mio corpo quando avevo quindici anni. Questo è il ricordo più difficile con cui convivere”.
L’incubo durò dieci anni: dopo l’addestramento fu impiegata come guardia del corpo di un alto funzionario del regime di Yoweri Museveni (tuttora presidente dell’Uganda), poi fu trasferita alla polizia militare.
Il libro di memorie di China Keitetsi, Una bambina soldato, che porta l’eloquente sottotitolo “Vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda”, è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane, per la casa editrice Marsilio. L’autrice racconta nella prefazione che per lei scriverlo è stato come una liberazione: “Iniziai a scrivere, tra le lacrime, e più andavo avanti più mi sembrava impossibile riuscire a smettere di piangere. Allo stesso tempo, però, vedevo accadere anche qualcosa di diverso: man mano che le parole passavano sul foglio, mi sentivo più leggera, più libera, e avevo bisogno di continuare”. Mettere nero su bianco la sua esperienza non è stato facile: “Mi riusciva difficile immaginare che io, China, io che mi consideravo come un esserino senza alcuna importanza, niente di più che una cartaccia da buttar via senza degnarla di uno sguardo, all’improvviso fossi capace di scrivere un libro”. Ma ci è riuscita: “Scrivevo con l’unico obiettivo di liberarmi dai pesi che continuavano a gravarmi sul cuore”.
China adesso vive tra la Danimarca e il Ruanda, dove ancora abitano i suoi parenti scampati alla guerra civile. Ha scelto di non seppellire il suo passato, di non dimenticare: è voluta anzi diventare l’”avvocato” di quelle centinaia di migliaia di bambini che ancora combattono negli eserciti del Terzo mondo. La sua missione è proprio parlare delle infanzie violate, delle aberrazioni che i bambini soldato sono costretti dai loro aguzzini a commettere e a subire.
China Keitetsi è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, all’Unesco, al Parlamento tedesco. Ha creato un’associazione per aiutare gli ex bambini soldato come lei e oggi è anche ambasciatrice dell’Unicef. Sul suo sito ufficiale l’home page è un inno alla speranza: accanto alla foto del suo viso sorridente c’è la scritta “Il passato è passato… E il futuro è cominciato!”.

China Keitetsi

La moneta d’oro. Fantascienza made in Africa

Malawi, Africa (southern_martin - Flickr)

Può l’Africa raccontare se stessa utilizzando linguaggi e icone della fantascienza? È la sfida intellettuale di Ken Bugul, al secolo Mariètou Mbaye Biléoma, senegalese di nascita ma da anni in Benin. Una vita spesa in bilico tra la letteratura e il suo impegno a favore delle donne africane e dei loro problemi sociali. Con La Moneta d’oro (pubblicata in Italia da Baldini Castoldi Dalai) ad essere raccontato è un continente dove magia e superstizioni ancestrali vengono rinnovate e rilette per la prima volta con l’occhio del genere fantascientifico. Un sincretismo riuscito il cui risultato è una favola originalissima. Amara nelle sue conclusioni. Fortemente critica nella sua metafora politica. L’Africa appare agli occhi della Bugul come un continente in cerca di una nuova identità grazie alle varie indipendenze nazionali, che però fa ancora fatica a riemergere dall’epoca coloniale e dai suoi feroci strascichi.
L’intreccio narrativo parte da un simbolo della narrazione favolistica: la moneta d’oro. Capace di portare benessere, potere e ricchezza a chi la possiede ma ad una condizione: non deve essere venduta. Appartenuta al genio Condorong, figura mitica dell’Olimpo africano, la moneta d’oro attraversa tutto il libro come un referente con cui tutti i personaggi sono costretti a confrontarsi. E’ con lei che il padre di Moise abbandona il villaggio per cercare fortuna in città, è lei che alla fine sparisce proprio quando tutto il resto della famiglia del protagonista si è ricongiunto nella metropoli spietata. È a questo punto che la favola si trasforma in racconto fantascientifico, seguendo schemi e regole caratteristiche della letteratura occidentale. La scrittrice si inventa così due extraterrestri che, come un deus ex machina porteranno ad un finale che è più happy end di quello che si potesse sperare. Resta, però, la delusione profonda nei confronti di un continente dove i miraggi, di tutti i tipi, soprattutto sociali, sono ancora più forti delle certezze. Questi gli extraterrestri non sono riusciti a portarli via.

Memorie di un bambino soldato. Il libro per ricordare una guerra dimenticata


“Se ne sentono talmente tante sulla guerra, che sembrava fosse scoppiata in una nazione lontana e sconosciuta”. Inizia così Memorie di un soldato bambino, il romanzo edito da Neri Pozza, scritto da Ishmael Beah ricordando la sua lunga esperienza di guerra in Sierra Leone. Ishmael Beah aveva tredici anni quando ha perso tutto e si è ritrovato un fucile in mano, reclutato dalle truppe regolari per combattere contro i ribelli, in una guerra tra fratelli iniziata nel 1991 e terminata dieci anni dopo. Ma dov’è la Sierra Leone? In Africa. Giusto, ma l’Africa è grande, e a molti di noi ricchi occidentali sono serviti 100 mila morti e 2 milioni di profughi per scoprire dov’è esattamente questo paese. Il bilancio è stato tragico, come in tutte le guerre, e i racconti dei superstiti sono agghiaccianti, soprattutto se si considera che si tratta di bambini. Bambini che sono allo stesso tempo sopravvissuti ed ex guerriglieri, vittime e carnefici.

Memorie di un soldato bambino parla della fame, dei lunghi cammini da un villaggio all’altro, della dipendenza da droghe, della guerriglia notturna con la stessa semplicità con cui descrive una partita a calcio o la totale assenza di speranza. Gela il sangue di chi legge. “Una delle maggiori fonti di disagio mentale, fisico ed emotivo del mio viaggio era l’impossibilità di capire quando e dove sarebbe finito” racconta l’autore, che dedica questo libro a tutti i figli della Sierra Leone derubati della loro infanzia.

Pensando a questo ragazzo si prova un misto di compassione e ammirazione. Ma Ishmael Beah è vivo, migliaia di altri ragazzi non ce l’hanno fatta, e non solo in Sierra Leone. Nel mondo ci sono ben 29 guerre in corso.

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