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Stai leggendo uno delle decine di thriller che hai stoccato nella memoria a stato solido del tuo Kindle, sei nel mezzo della descrizione della casa del principale sospettato, un cannibale che suddivide rigorosamente donne, uomini e bambini nelle tre portate principali di un pranzo. Stai per scrollare pagina quando un pop-up ti avvisa che hai un messaggio di posta in entrata. Lo apri: “Qual è il tuo piatto preferito?” dice “Non la carne rossa, spero. Hanno un cattivo sapore, i fautori della carne rossa”. Non è un’allucinazione (e nemmeno un virus per e-reader). Solo una delle tante funzionalità interattive che la compagnia IDEO vorrebbe dare ai libri digitali del futuro.
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Quando la paura lascia spazio all’ignoto e la vertigine sembra trascinare laddove le forme non sono più distinguibili, si è di fronte al confine della malattia psichiatrica. Alla frontiera, in bilico, da una parte c’è il mondo familiare e affettivo che guarda attonito e senza strumenti alla trasformazione, dall’altro l’individuo colpito che si trasforma in paziente prima, in matto poi. Più semplice, più convenzionale da dirsi come se la parola, che da sola suscita tenera simpatia, possa salvare il malato circoscrivendo il pericolo che egli corre. E invece no, la malattia mentale di cui Alice Banfi parla nel suo Tanto scappo lo stesso, Romanzo di una matta, edizioni Stampa Alternativa, fa scivolare in un mondo in cui non ci sono regole e in eterna trasformazione. E che per questo fa orrore. L’unica certezza è il punto di partenza. Alice è una bambina intelligente e vivace, ama dipingere e coltiva i suoi sogni all’interno di una famiglia un po’ anomala e allargata, con tre papà e due mamme. Ma evidentemente la fotografia che la vita le ha incollato addosso non fa per lei e per la sua mente. La gioia della speranza si trasforma nella rabbia del presente che Alice finisce nel riversare sul suo corpo: alcool, anoressia, autolesionismo. Un tappeto rosso per il primo ricovero in reparto psichiatrico. La diagnosi è chiara e la parola stavolta invece di circoscrivere il problema sembra allargarlo all’infinito: disturbo di personalità borderline. Il viaggio di Alice è, dunque, il viaggio non solo dentro una mente che osa oltrepassare l’invalicabile frontiera della malattia ma dentro un sistema, per lo meno quello italiano, in realtà incapace di darle significato e dignità. Alice ci ricorda delle violenze e dei soprusi subiti in reparto e della inadeguatezza dei servizi. Al dolore del male dunque aggiunge la sofferenza per il trattamento subito raccontato con una lucidità che, appunto, riesce a trasformarla da paziente a scrittrice.
In Italia i manicomi, lo ricordiamo, non esistono più, ma l’alternativa è quasi inesistente. Basti pensare che presso gli ospedali civici sparsi sul territorio nazionale sono attivi 285 servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Sette su dieci di questi servizi dichiarano di usare la contenzione meccanica. In parole semplici, legare al letto le persone. Il mondo di Alice, insomma, continua ad essere schiacciato ogni giorno senza rispetto.
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