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“Oggi non siamo più consumatori, risparmiatori, lavoratori, spettatori… Siamo persone. E da qui si riparte”. Questo è il mondo 2.0 secondo Luca De Biase, giornalista del Sole 24 Ore, esperto di cultura digitale, ottimista, come il titolo del suo libro Economia della Felicità, edito da Feltrinelli, lascia ampiamente intendere. Attenzione però. Il suo non è un ottimismo vago e buonista, basato sulla convinzione che nell’epoca dei blog siamo tutti fratelli, ma la consapevolezza che ci troviamo nel bel mezzo di una nuova era, e analizzandone le molteplici sfaccettature dobbiamo prendere atto che i modelli economici proposti fino a questo momento non sono più adatti allo scopo per il quale erano nati: condurci alla felicità.
Sarebbe contenta Naomi Klein nel leggere alcuni passi in cui De Biase, citando tra gli altri l’economista premio Nobel indiano Amartya Sen, afferma quanto sia insensato “sostenere, come alcuni fanno, che si possa scegliere un percorso di sviluppo che inizialmente neghi i diritti civili per accelerare la crescita economica e così combattere la fame”. Sembra un brano preso di peso da Shock Economy, l’ultimo saggio della Klein in cui la scrittrice canadese sostiene che proprio questo è stato fatto, con l’uso di violenza e torture in molti Paesi del mondo per imporre a forza il liberismo puro.
Il mercato che si autoregola è una panzana, afferma De Biase, le regole servono eccome, altrimenti si favorisce “l’emergere di protagonisti in grado di dettare le regole agli altri in base ai propri interessi particolari”: la parola corporation vi dice qualcosa? Finito l’impero del Pil, in cui la crescita era considerata come unico valore possibile da perseguire a qualsiasi costo, umano e sociale, De Biase si accalora nel sostenere che nell’era della conoscenza, nella quale ora ci troviamo, sono altri i valori sulla cresta dell’onda. Competenza, creatività e innovazione contano più di tutto e rompono con la loro forza ogni steccato ideologico e ogni protettorato economico. La collaborazione tra persone, resa possibile dalla rete delle reti, mette tutti noi nella condizione di essere proattivi e non più pubblico di compratori dei contenuti altrui.
Non solo, ma cambia il concetto di felicità in relazione al benessere. Da un po’ di tempo a questa parte gli economisti hanno dovuto smettere di fare finta che il fine possa essere disgiunto dai mezzi per ottenerlo. Perché ci servono più soldi? Se la risposta è “per comprare cose di cui non abbiamo bisogno” non è forse ora di smettere di pedalare in quella direzione? De Biase ci invita a prendere atto di una squallida tendenza: stiamo monetizzando cose che un tempo erano gratuite. Perché invece di dover fare i soldi per pagare cose che un tempo avevamo a disposizione gratis (come il tempo libero in famiglia che ora si passa a fare shopping nei centri commerciali) non torniamo a dare valore agli aspetti non finanziari della nostra esistenza, ovvero quelli in cui possiamo più pienamente esprimere noi stessi? Social Network, blog, software open source sono tutti prodotti di una società che attraverso la collaborazione volontaria e gratuita si sa dotare di strumenti utili che arricchiscono le relazioni tra gli individui.
Economia della felicità è un libro che può non trovare tutti d’accordo, ma contribuisce in maniera stimolante a descrivere il momento di forti cambiamenti che stiamo vivendo e aiuta a capire quali sono le opportunità da cogliere.

Dal sito della Banca mondiale, si apprende che il più importante istituto finanziario internazionale per sconfiggere la povertà nel mondo ha approvato pochi giorni fa un finanziamento di oltre 500 milioni di dollari per salvare il Bacino del Niger (Africa) da una morte ecologica sicura. La notizia dovrebbe quanto meno rallegrare chiunque nutrisse un minimo di fiducia sulla capacità dei donatori internazionali di rimediare all’attuale stato di povertà del continente africano. Ora, rivolgendomi a coloro che hanno avuto la (s)fortuna di leggere l’ultimo saggio dell’economista statunitense William Easterly, do per scontato che i fondi sganciati dalla Banca Mondiale al Niger vi hanno con ogni probabilità raggelato il sangue. Come mai? La risposta sta tutta iscritta nel titolo che Easterly, professore alla New York University, ha dato al suo libro, vero e proprio pamphlet contro le politiche di aiuti della Comunità internazionale: I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene (Bruno Mondadori, p. 437) mette de facto in mostra le conseguenze peggiori (più che l’inutilità) dei piani escogitati in Occidente per trarre in salvo il Sud del mondo.
Forte della sua lunga esperienza trascorsa nella Banca Mondiale tra il 1985 e il 2001, William Easterly non risparmia nessuno: dalle agenzie Onu (Fao, Undp etc.) al Fondo Monetario Internazionale (Fmi), passando per il G8 e, ovviamente, la stessa Banca Mondiale, c’è infatti da interrogarsi, e seriamente, sul fatto che “l’Occidente abbia speso 2300 miliardi di dollari senza riuscire a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria”. Oppure di rivelarsi incapace “a dare i tre dollari a ogni neomadre per prevenire cinque milioni di decessi neonatali”. Certo, non è la prima volta che uno specialista si mette a fare le pulci alla comunità dei donatori. Basti ricordare le critiche ferocissime sferrate da Joseph Stiglitz (ex alto responsabile della Banca Mondiale e Premio Nobel per l’economia nel 2001) nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori. Oppure le logiche di profitto messe talvolta a segno da un protagonista “insospettabile” come le organizzazioni non governative (leggere per credere Le multinazionali del cuore. Le ong tra politica e mercato di Marc-Olivier Padis e Thierry Pech).
Ciò che tuttavia colpisce nel saggio di Easterly è l’originalità della teoria che percorre tutto il pamphlet. Partendo dal presupposto che non bisogna “abbandonare gli aiuti per i poveri, ma fare in modo che essi giungano effettivamente a destinazione”, Easterly mette a confronto Pianificatori e Cercatori. Il Male contro il Bene. Alla prima categoria appartengono personaggi degni del peggior burocrate dell’era sovietica: menti brillanti protagoniste di piani quinquennali calati dall’alto e con pochissimi riscontri con le realtà a cui gli aiuti sono destinati. Esempio parossistico di questi “Grandi Piani” come li definisce Easterly sono gli Obiettivi del Millennio fissati dall’Onu nel 2000 per dimezzare la povertà entro il 2015 e coordinati da Jeffrey Sachs (fino al 2006), la sua bestia nera. In un’intervista rilasciata a Le Monde (scarica il .pdf), l’economista americano ricorda come “le Nazioni Unite hanno già riconosciuto che gli Obiettivi non saranno raggiunti alla data prevista”. Questo perché “nessuno dispone di informazioni sufficienti per elaborare un piano globale in grado di avere successo. Le realtà sono talmente differenti a livello locale, talmente complesse”. Ma ciò che più urta Easterly è il fatto che nonostante gli insuccessi, “nessuno sarà ritenuto responsabile. Ecco perché così tanti soldi sono stati sprecati”. Da cui la necessità di “introdurre un sistema di responsabilità individuale”, che l’economista americano sintetizza con due concetti chiave: Feedback (ritorno) e Accountability (responsabilità). “Coloro che sono incaricati di gestire l’aiuto delle istituzioni internazionali o delle agenzie nazionali devono rendere conto e dimostrare i loro risultati. In caso contrario, i loro budget vanno tagliati”. Fuori i Pianificatori e spazio quindi ai Cercatori. Il loro pregio? “Hanno un approccio molto più pragmatico” alla povertà. “Cercano soluzioni concrete a problemi riscontrati sul terreno, esattamente come l’ultimo Premio Nobel per la pace Muhamed Yunus con la Grameen Bank, la prima banca di microcredito”.
Teorie campate per aria? Sì, assicurano i suoi più convinti detrattori. Tra loro, non poteva mancare l’ex braccio destro di Kofi Annan, l’economista Jeffrey Sachs. In un botta e risposta pubblicato dal The New York Review of Books, Sachs sostiene che scandali e disfunzioni della macchina umanitaria tendono “a offuscare i progressi notevoli segnati dalle recenti politiche di sviluppo”. Prendendo Easterly in contropiede, Sachs cita il libro del suo rivale sottolineando “gli aiuti hanno fatto registrare successi notevoli su scala globale. Quarant’anni fa, 131 bambini su 1000 nati nei paesi poveri morivano, oggi il tasso è sceso a 36 per mille”. Il polverone suscitato da Easterly tra gli esperti e i media ha visto addirittura la scesa in campo di Amartya Sen, Premio Nobel per l’economia nel 1998, pronto a difendere il suo collega sostenendo sulla rivista Foreign Affairs che, nonostante alcune debolezze riscontrate nell’approccio scientifico, il testo di Easterly offre molti spunti sulla capacità creativa dei microprogetti nati nel Sud del mondo. Nessun dubbio: dibattiti e polemiche non sono mancati, e tanto meno mancheranno nel prossimo futuro…
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