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Mantova, Festivaletteratura: ritratto di Amos Oz, ospite d’onore

 Amos Oz (PA/ATTILA KOVACS)

Amos Oz (PA/ATTILA KOVACS)


(ANSA) - ”La verità è che la politica, la storia in Israele non è qualcosa che si vede nello schermo della tv, ma è penetrata nell’intimo della vita di ognuno. Si sente gente che dice: mi sono sposata durante la visita di Saddam, o mio figlio è nato il secondo giorno della guerra in Libano”, afferma Amos Oz, forse il più importante degli scrittori israeliani d’oggi, cui il Festivaletterature di Mantova (8-12 settembre) dedica la sua Retrospettiva: tre incontri per ripercorrere la sua opera.

Lo scrittore è anche il vincitore della prima edizione del Premio Salone Internazionale del Libro di Torino che gli sara’ consegnato domenica 7 novembre ad Alba (Cn).

Amos Oz aggiunge subito che ”Per quanto possa essere drammatica la situazione politica, ciò non toglie che vi sia un uomo col cuore spezzato perché ha perso il lavoro o una donna che soffre davvero perché la sorella è più bella e ha più successo. Senza tener conto che è palesemente assurdo pensare che un autore ceceno, africano o israeliano debba scrivere per forza di politica, e mai di centri commerciali o di problemi di gelosia”.
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Festivaletteratura di Mantova: parata di grandi ospiti

Alessandro Baricco ospite dell'edizione 2008 - Credits: Festivaletteratura

Alessandro Baricco ospite dell'edizione 2008 - Credits: Festivaletteratura

Imperdibile per gli appassionati, per gli addetti ai lavori e anche per chi è semplicemente incuriosito. È il Festivaletteratura di Mantova, che dall’8 al 12 settembre riempie di ospiti e visitatori la città lombarda, i suoi caffè, i palazzi e le sale pubbliche. Protagonisti assoluti, ovviamente, il libro e i suoi autori. Per la quattordicesima edizione il filo conduttore è “Il confronto culturale” e il programma si presenta come sempre di altissimo livello, con autori di fama e talenti emergenti.
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Anticipazioni. Il nuovo romanzo di Amos Oz il 10 marzo in libreria

Amos Oz (Ansa/Rolf Vennenbernd)

Amos Oz (Ansa/Rolf Vennenbernd)

Si intitola Scene dalla vita di un villaggio e sarà in libreria per Feltrinelli il 10 marzo. Il nuovo libro dello scrittore israeliano Amos Oz indagherà i confini della (spesso illusoria) diversità tra realtà ed apparenza. Continua

Nobel per la letteratura 2009: al via le scommesse. Favorito (anche quest’anno) Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz

Il più grande bookmaker inglese, Ladbrokes, ha messo sul piatto delle scommesse i nomi dei possibili Nobel per la letteratura 2009. Il vincitore si conoscerà giovedì 7 ottobre alle 12.00, con l’annuncio sul sito ufficiale nobelprize.org. Nel frattempo ecco i papabili. Continua

Amos Oz: Il mio deserto ride dei politici

Amos Oz

Di Valeria Gandus

Una terra tormentata, due grandi scrittori e una cantante amata in tutto il mondo: la serata dedicata a «Israele e la forza degli elementi (terra e acqua)» è un appuntamento da non perdere il 28 giugno alla Milanesiana, rassegna che porta a Milano grandi nomi della letteratura, della musica e del cinema (riquadro a pagina 150). Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, e Amos Oz, uno dei massimi scrittori viventi, parleranno della loro terra sacra e insanguinata, ricca di storia e dal futuro incerto. Ad accompagnare le loro parole le note del musicista italiano Fabio Vacchi e della cantante israeliana Noa. A leggere il testo preparato per l’occasione da Oz sarà Moni Ovadia. Durante la serata Amos Gitai presenterà il film Disimpegno. Panorama ha intervistato in anteprima Oz (il suo ultimo romanzo, La vita fa rima con la morte, è uscito da poco per la Feltrinelli) sul tema: la terra e l’acqua d’Israele.
Che rapporto ha con la terra?
Ho vissuto gran parte della mia vita in campagna, prima in un kibbutz e poi, da molti anni, qui ad Arad, nel deserto del Negev. Anche quando da ragazzo vivevo in città, a Gerusalemme, stavo molto vicino alla campagna. Per me è importantissimo camminare all’aperto: quando mi capita di stare in una città e di non poter fare le mie passeggiate, soffro di claustrofobia. Io devo vivere all’aperto, camminare, lo faccio quotidianamente, è una parte essenziale della mia giornata: mi alzo alle 5, bevo una tazza di caffè ed esco a passeggiare nel deserto, che sta a 5 minuti da casa mia. Cammino per mezz’ora, 40 minuti: il tempo necessario a mettere ordine nei miei pensieri.
E il rapporto con Eretz Yisrael, la terra d’Israele?
Fin da bambino ho sempre amato questo paese, le sue montagne, il mare, il deserto. Amo l’estrema varietà del suo paesaggio: c’è la Galilea, che assomiglia un po’ all’Italia, e c’è Gerusalemme, che assomiglia a Gerusalemme e a nient’altro nel mondo. C’è la costa, che è tipicamente mediterranea e ricorda l’Europa, per esempio la Grecia, e c’è il deserto del Negev, che sembra l’Africa.
La sua famiglia d’origine, immigrata in Palestina fra le due guerre, è sempre rimasta profondamente europea. Lei, invece, a 15 anni ha ripudiato il suo cognome europeo (Klausner) trasformandolo in Oz, che in israeliano vuol dire forza. Ha dunque reciso le sue radici europee?
Al contrario dei miei genitori, io mi sento profondamente israeliano. Loro vennero cacciati violentemente dall’Europa negli anni Trenta, ma non per questo cessarono mai di sentirsi europei. Dell’Europa continuarono ad amare l’atmosfera, le foreste, i fiumi, i palazzi antichi, l’architettura. Per me è diverso: sono affascinato dall’Europa, ma non sono più europeo. Il legame forte è con la mia terra, i suoi paesaggi, il suo deserto.
Il deserto ritorna spesso nei suoi pensieri e nelle sue pagine: In «Mai dire notte» è un personaggio essenziale. Che cosa rappresenta per lei il deserto?
Il deserto sta lì, a infondere profondissima pace e serenità. È qualcosa che ti rende piccolo, umile: quando sento i politici che usano le parole mai o per sempre, o eternità, mi immagino le pietre del deserto che ridono di loro.
Il conflitto con i palestinesi è fatto di terre perse, terre riconquistate, terre occupate: lei pensa che possa davvero risolversi con una definitiva spartizione di terre? Pace in cambio di territori?
Non c’è altra soluzione, perché i palestinesi vivono in Palestina e non hanno altra terra dove vivere, e gli israeliani vivono in Israele e non hanno altro posto dove andare. Il territorio deve essere diviso in due paesi. Non è una cosa così strana: è come dividere un appartamento a metà per farci stare due famiglie.
Un piccolo appartamento, come piccola è questa terra, in gran parte desertica, con poca acqua. E l’acqua è una risorsa essenziale per lo sviluppo di qualunque paese.
È vero, non c’è abbastanza acqua in Medio Oriente, e nemmeno in Israele. Ma è un problema che può essere risolto: non con una guerra per l’acqua, come si paventa, ma dissalando quella del mare. In Israele ci sono diversi progetti in questo senso, economicamente molto più convenienti di qualsiasi guerra per l’acqua. Al costo di una guerra potremmo dissalare l’intero Mediterraneo e poi metterci zucchero e limone e trasformarlo in un’enorme tazza di tè.
C’è un altro problema legato all’acqua: quello dell’accesso al mare per il futuro stato palestinese, se mai ci sarà.
Infatti non basta dividere la terra ma bisogna anche creare un corridoio per collegare con strada e ferrovia la Cisgiordania a Gaza e dare ai palestinesi l’accesso al Mediterraneo. Anche qui non ci sono altre opzioni: bisogna farlo e basta. Non so quanto tempo ci vorrà, ma il destino è uno solo: due popoli e due stati e per entrambi l’accesso al mare.
Il suo ultimo romanzo, «La vita fa rima con la morte», spiega la nascita del processo creativo, sembra quasi che abbia voluto mettere a nudo la sua arte così come, in «Una storia d’amore e di tenebre», aveva messo a nudo la sua vita. È così?
Nel romanzo racconto 8 ore nella vita di uno scrittore che è invitato a una lettura pubblica in un club di Tel Aviv. Un lasso di tempo nel quale egli trasforma ogni cosa in una storia: tutto ciò che egli tocca, vede e ascolta diventa racconto. Spiego come la vita diventa trama.
Di più: svela i suoi segreti di scrittore.
Sì, con un sorriso spiego come vita e narrazione si intreccino continuamente: in ogni giorno della vita c’è un evento, un suono, un incontro magari casuale in un caffè, da cui può nascere una storia.
A proposito di creatività, che cosa potrebbero inventarsi, israeliani e palestinesi, per uscire dall’impasse in cui sono pietrificati? Lei parla sempre della necessità di lottare contro i fanatismi e applicare l’arte del compromesso. Ma sembra così difficile per i politici avere buon senso. Ha ancora fiducia nel futuro?
Nel profondo del loro cuore sia gli israeliani sia i palestinesi sanno che la terra deve essere spartita: quello di cui ora hanno bisogno è una leadership coraggiosa per entrambi gli stati. È come se ci fosse un paziente pronto per essere sottoposto a un intervento chirurgico, non esattamente felice di andare sotto i ferri, ma preparato a quel che deve accadere. Mentre i medici non lo sono, non hanno il coraggio di fare quell’operazione. Ecco, c’è un problema di leadership: i medici delle due parti devono trovare il coraggio di tagliare, di dividere.
Ma i medici, quelli almeno ci sono?
All’orizzonte, purtroppo, non se ne vedono ancora.

Amos Oz: bisogna cercare un accordo con i palestinesi moderati


Non dire notte. È il titolo dell’ultimo romanzo di Amos Oz appena pubblicato da Feltrinelli. In Israele è uscito nel 1994. Ma questo è un libro che non invecchia. Parla delle notti di oggi, delle nostre notti. Della solitudine di una coppia di mezz’età, della fragilità della famiglia e della necessità di trovare un compromesso con l’altro, che amiamo, anche se non siamo felici. Non dire notte è la storia di due solitudini che cercano di coesistere, come in un’orchestra due strumenti molto diversi riescono a produrre un effetto corale.
Non dire notte parla della difficoltà di Noa e Theo, i protagonisti, di vivere insieme e di essere una famiglia. Amos Oz: lei ha definito il loro rapporto un dialogo solitario. Perché?
Perché non è un vero dialogo e nemmeno un monologo. Noa e Theo riescono a comunicare davvero quando l’altro non c’è. Quando, da soli, si rivolgono all’altro. Mentre stanno guidando, o cucinando o sono sotto la doccia. È come nei sogni: tu vedi l’altro a cui stai parlando, ma lui non può sentirti. Il libro parla di questo tentativo di comunicare, di cercare un compromesso, anche se è difficile e faticoso.
La difficoltà di diventare una famiglia riprende un tema di grande attualità in Italia. Nel nostro Paese molti pensano che questa istituzione sia in pericolo. Lei, che è cresciuto in un kibbutz, è d’accordo?
La famiglia sta cambiando e noi dobbiamo ampliare, modificare l’idea che ne abbiamo, adattarci a questo cambiamento.
Che cos’è per lei una famiglia?
Ho due cari amici, entrambi uomini, che vivono sotto lo stesso tetto con i loro due figli. Questa per me è una famiglia, una nuova idea di famiglia che noi dobbiamo capire. Le faccio un altro esempio: una mia cara amica ha avuto un bambino da un omosessuale che e a sua volta vive con il proprio compagno. Anche il partner del padre biologico di quel bambino fa ovviamente parte del gruppo familiare. La loro è una famiglia. Se siamo pronti a ragionare su questi nuovi legami affettivi, il senso di minaccia e di paura scompare.
Nell libro, Theo e Noa sono una coppia che riesce a convivere a denti stretti. C’è un parallelo con il progetto di coesistenza di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano?
Starei attento a creare un parallelo. I protagonisti del libro, pur avendo una convivenza difficile, si amano l’un l’altro. I palestinesi e gli israeliani non si amano affatto. Il mio libro in questo senso non è allegorico né è una metafora politica. È un libro su un uomo e una donna.
Anche se ebrei e palestinesi non si amano, lei ha sempre sostenuto il principio di due Stati e due popoli. Questi due popoli sono pronti a convivere?
Penso che la maggioranza di israeliani e palestinesi siano pronti per la soluzione della nascita dei due Stati . Non è esattamente ciò che che si chiama coesistenza, non devono diventare un’unica famiglia, ma due famiglie separate. È qualcosa di più vicino a un divorzio che a un matrimonio. E credo, in generale, che la maggioranza della popolazione sia pronta per questo compromesso: non felice, ma pronta.
Due appartamenti sono divisi da un muro: cosa ne pensa di quello in costruzione nel suo Paese per proteggere gli israeliani dal terrorismo?
Penso che il muro sia stato costruito nei posti sbagliati. Dovrebbe esserci un muro - anche se temporaneamente - tra Israele e la Palestina, non in mezzo alla Palestina. Mi spiego: sono favorevole a un muro che divida il mio giardino da quello del mio vicino. Ma se il muro passa attraverso il giardino del mio vicino, non sono d’accordo.
Nel libro il compromesso ha un ruolo centrale. Lei ha sempre sostenuto questo principio anche in politica. Negli ultimi giorni gli scontri armati tra palestinesi e israeliani sono tornati a intensificarsi. Il compromesso si allontana?
È difficile dirlo. Credo che Israele debba parlare e cercare un accordo con la parte moderata dei palestinesi, perché questo indebolirà le fazioni estremiste. Ogni progresso in questa direzione è in grado di isolare i fanatici, che sono il principale ostacolo al raggiungimento di una situazione stabile e pacifica.
I personaggi del suo libro però, più che nel dialogo con gli altri sembrano trovare pace nella solitudine del deserto. Perché?
Nel libro il deserto è un vero e proprio personaggio, come Theo e Noa, non uno sfondo. Un protagonista attivo, che aiuta quest’uomo e questa donna a trovare un equilibrio nel loro rapporto e nel mondo. E lo stesso è per me: il deserto mi aiuta a dare alle cose la giusta proporzione, diventa la misura di tutte le cose. Se leggo sul giornale che sta arrivando la fine del mondo, basta che dia un’occhiata al deserto. E capisco che non è vero.

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